La mia intervista a L’ultimo giro di valzer

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Sulle prime credevo si trattasse del primo romanzo a quattro mani letto, ma poi ho ricordato “Avrò cura di te”, della coppia Gramellini-Gamberale, e mi sono detta, è comunque il primo, perché di autori self non ne ho letti altri. E devo dire che, anche se conoscevo solo il partner maschile di questo libro, ne sono rimasta del tutto soddisfatta, tanto da proporre loro l’intervista per consigliarvi questa degna lettura.
“Loro” sono Marco Freccero (Savonese doc noto per il suo blog omonimo, La trilogia delle erbacce e i suoi piacevolissimi video su you tube) e Morena Fanti (blogger di Solo io e il silenzio, scrittrice di articoli, racconti e romanzi, tra cui l’interessantissimo Un uomo mi ha chiamata tesoro ) e prometto di farveli conoscere meglio.

Innanzi tutto parliamo di lui, il vero protagonista: il libro.
Una veloce sinossi, molto più breve di quella originale solo per farvi entrare da subito nella giusta atmosfera.

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L’ultimo giro di valzer, inizia con un incontro fortuito, una storia che sconvolge due vite. Alessandra accetta l’invito di Francesca per una cena a casa sua. Non sospetta affatto che quel viaggio da Bologna a Reggio Emilia le svelerà una verità inimmaginabile. Un romanzo che parla di amore e di tradimento, di gelosia e di desiderio di vendetta. Ma anche un romanzo che parla di amicizia e di cambiamento, di famiglia e di vita. Due donne e un uomo: tre vite intrecciate e l’imprevisto che sempre fa agguati alla vita di ciascuno. L’ultimo giro di valzer è una tentazione per tutti e anche Michele non resisterà.

Benvenuti a entrambi, coautori di questa storia davvero ben orchestrata e sapientemente diretta. Meriti ugualmente ripartiti?

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(Morena) Grazie, Nadia. Siamo felici di essere ospiti da te e cercheremo di rispondere alle tue domande con sincerità. Vediamo, i meriti: sì, ugualmente ripartiti perché abbiamo sempre lavorato insieme fino all’ultima revisione.

marco freccero

(Marco) Grazie anche da parte mia, innanzitutto, per lo spazio che ci dedichi. E chi se l’aspettava? Comunque, venendo alla tua domanda: sì, abbiamo lavorato gomito a gomito (o quasi!), quindi concordo con la mia collega.

A essere sincera quella felice come un pavone sono io, di avervi entrambi. Come al solito chiacchierare con l’autore di un libro letto è il completamento ideale per una lettrice curiosa come me, figuriamoci due! Partiamo dall’inizio. “Le situazioni più interessanti si possono di solito esprimere con una domanda che comincia con e se. (On writing-Stephen King)” Cominciare così un libro può significare solo due cose: avete preso alla lettera il manuale, quindi vi state davvero dando da fare per somigliargli, e avete capito che si impara dai migliori.

(Morena) Chiaro. Noi ci lasciamo ispirare solo dai migliori e la frase di King, anche senza saperlo, anche quando non ci pensiamo, è una sorta di “guida” per le nostre storie, soprattutto per quelle scritte in comune.
(Marco) Stephen King è un grande autore e la mia stima nei suoi confronti è salita alle stelle dopo la lettura di “On writing”. Non capita spesso di trovare uno scrittore con una tale umiltà, nonostante il successo che deve gestire. Se si ha intenzione di scrivere, “On writing” è uno dei libri da avere. E da rileggere sovente!

Primo quesito: chi ha scritto cosa.

(Morena) Tutti abbiamo scritto tutto: questo è il metodo usato ed è l’unico che crediamo adatto alla nascita di uno stile “comune”.
(Marco) Non mi ricordo! Sul serio: sono passati due anni, anche di più credo, da quando abbiamo messo la parola fine al nostro romanzo. Però immagino che Morena abbia ragione: abbiamo lavorato per amalgamare la scrittura e rendere la storia non un insieme di “pezzi” riconducibili a uno o all’altra. Ma un tutto armonico.

I vostri stili sono molto bene amalgamati e sorge la seconda domanda, ma quanto lavoro di riscrittura per fondervi c’è stato o è tutto frutto di una sinergia complementare invidiabilissima?

(Morena) C’è stato moltissimo lavoro, non solo per ‘fonderci’ ma anche per arrivare al compimento di questa storia, non facile da scrivere.
(Marco) Hai azzeccato in pieno: abbiamo lavorato proprio per evitare che fossimo riconoscibili. Questa era la sfida più difficile ma sin dal principio sapevamo che, tra le diverse difficoltà di questa storia, c’era quella di “creare” una voce e uno stile del tutto particolare. Non si doveva scorgere la mano di uno o dell’altra.

L’idea iniziale della storia da chi è nata?

(Morena) L’idea era mia. Sono stata io a suggerire una scrittura in doppio e Freccero ha detto: “Cos’hai da propormi?” Io, in verità, avevo due storie e le ho presentate a Marco come le avrebbe presentate il Re: “Cosa succederebbe se due donne che non si conoscono scoprono che…?” (non dico altro per non togliere il piacere della lettura a chi ancora deve leggere il romanzo.
(Marco) L’idea è stata di Morena. Io nemmeno pensavo a un romanzo, figuriamoci un romanzo a quattro mani! Però mi ha attirato e ho deciso di provarci.

Perché scegliere un partner per scrivere un libro? Troppo complicato farlo da soli o siete dediti a complicarvi la vita?

(Morena) Chiunque scriva già si sta complicando la vita, quindi perché non farlo ancora di più?
(Marco) Scrivere un romanzo a quattro mani non è più semplice: ma più complicato! Credo che farlo da soli sia meno difficile perché non devi pure affrontare il problema di creare uno stile nuovo, che non è né il tuo, né della tua collega di scrittura. C’è poi un altro aspetto: pensare, riflettere e confrontarsi con il collega su tutti gli snodi della storia, e su come svilupparli. Semplice? Niente del genere!

Momento più soddisfacente e momento più tortuoso in fase di scrittura.

(Morena) Il momento più tortuoso è stato quando ci siamo accorti che, per via delle due storie che scorrono in parallelo ma in antitesi temporale, stavamo descrivendo una neonata come una bambina di dieci mesi: abbiamo dovuto riscrivere tutti i capitoli della storia di Michele e abbiamo stravolto il metodo di scrittura.
Il momento più soddisfacente è stato quando Marco ha letto il brano della richiesta di Alessandra (per il ponte del 4 ottobre) e ha detto “Va bene”.
(Marco) Il momento più soddisfacente è stato quando a un certo punto mi sono reso conto che il motore c’era, e girava. Aveva ancora dei problemi, certo, ma funzionava. Le idee sono tutte belle e geniali e pure meravigliose: ma sono solo idee. Metterle su carta è un’altra faccenda, per questo un sacco di gente afferma: “Ho delle idee che se avessi il tempo ne verrebbe fuori…”. Probabilmente non verrebbe fuori un bel nulla, in realtà, perché l’impegno che pretende la parola è sempre sottovalutato. Il più tortuoso? Sinceramente non ricordo…

Chi ha fatto l’editing? Chi il correttore di bozze? (Non ho trovato un solo refuso, complimentissimi)

(Morena) Grazie, di questo siamo molto soddisfatti. Abbiamo fatto molte revisioni, le ultime anche con integrazione di brani, e quindi un refuso si poteva trovare.
(Marco) Non abbiamo avuto fretta. Abbiamo lasciato riposare la nostra storia, una volta arrivati alla fine. E poi abbiamo riletto e riletto. Rivisto, riscritto. Ma è stato divertente, guai a pensare che il bello sia nello scrivere e tutto il resto sia uno strazio oppure una perdita di tempo. Guai!

Per un istante ho provato a immaginare voi due distanti chilometri scrivere ognuno la propria scena rapiti dalla foga letteraria. Come è andata in realtà, so che vi siete sentiti spesso per telefono.

(Morena) Sì, ma non così spesso come si potrebbe pensare. Abbiamo lavorato anche con la chat di Skype e con le mail, centinaia di mail. Per le revisioni, poi…
(Marco) Skype e mail, certo: ma anche telefonate. Non servono solo a discutere di come affrontare una scena, ma anche per generare nuove idee. E ci sentiamo ancora ogni tanto (non spesso: Morena è sempre in giro per il mondo!). Solo una grande stima reciproca può permettere di arrivare a certi risultati.

Scheletro portante della vicenda sono i tre protagonisti che vivono la medesima situazione ognuno dal proprio punto di vista e tre è un gran bel numero. Così quello che per uno è opportunità, per l’altro è fastidio, problema, rischio… Insomma un siparietto tra il reale e l’incredibile come la vita. Geniale e semplice, psicologico e sottile. Parlatemi di Michele, Alessandra e Francesca.

(Morena) Alessandra l’abbiamo inquadrata da subito: era lei e non c’erano dubbi. Anche Francesca non ci ha dato problemi. Su Michele abbiamo dovuto lavorare di più: è il personaggio che pare incidere meno visto la sua ‘non presenza’, ma è quello più controverso, più pieno di dubbi. In questo, comunque, è degno rappresentante di tanti di noi e, perciò, il più facile da amare, a nostro parere.
(Marco) Confermo quanto afferma Morena. Alessandra e Francesca sono state relativamente semplici, così come l’ambientazione. C’è stato solo una modifica a proposito della bambina: nelle prima bozze Francesca era incinta, poi ci siamo resi conto che una bambina di pochi mesi poteva rappresentare un elemento destabilizzante parecchio interessante. Michele in apparenza pare un uomo ‘comune’: ma noi non volevamo certo costruire un personaggio schiavo dei soliti luoghi comuni. A noi sembrava che la storia avrebbe reso meglio se quest’uomo avesse dimostrato una complessità maggiore. All’inizio in effetti pare il solito maschio in cerca di avventure. Ma leggendo si scopre che non è solo questo, anzi. Alla lunga emerge, e si dimostra il personaggio più complesso, o quasi.

Ora vi citerò alcune frasi che mi hanno colpito durante la lettura, e come al solito mi hanno fatto nascere domande. 

“Le cose belle ci schiacciano.” Avendo letto per ora solo racconti di Marco, ho pensato che questa frase fosse uscita da lui.

(Morena) Penso proprio di sì. E dico ‘penso’ perché dopo avere riletto il romanzo per mesi, siamo arrivati al punto in cui certe frasi hanno paternità dubbia.
(Marco) Non ne sono sicuro. È passato così tanto tempo! Davvero, credo che sia abbastanza difficile, o impossibile, capire chi ha scritto cosa.

“Ma forse sposarsi rende più uniti. Rende tutto più definitivo. Sai che l’altro non si tirerà mai indietro. Ci sarà sempre.” Vedo tanta speranza in queste parole, quella di ogni persona propensa a un passo tanto importante. Leggo tanta voglia di proteggere almeno questa parte di speranze, infatti voi lo fate.

(Morena) La speranza in certe vite è l’unica cosa che tiene, che fa stare in situazioni insopportabili. La via d’uscita è un miraggio a cui pochi rinunciano. Certo è un aspetto positivo, un aiuto, però quando scriviamo non pensiamo a questo, al significato o al messaggio che potrebbe uscire dal testo, ma cerchiamo la coerenza e la “verità”.
(Marco) Non credo che noi si sia voluto scrivere un romanzo di speranza. Ma di esseri umani, uomini e donne, che si trovano ad affrontare la vita, che non è né semplice né facile. Eppure ci devono essere delle vie d’uscita, qualcosa che “fermi”, che fissi la cornice e su di essa sia possibile tracciare il proprio nome, e dire: “Ecco. Ho fatto questo. Non sarà perfetto però l’ho fatto e mi appartiene perché mi rispecchia”.

“Sognare è concesso a tutti.” Non potrei trovarmi più concorde, anche se spesso vivere nella realtà onirica è un piano alto di grattacielo di fronte alla realtà in cui si deve atterrare. Ci sono reti per attutire il colpo?

(Morena) L’unica rete è la consapevolezza di chi siamo e delle forze che possiamo mettere in campo: questo è vero per noi e anche per i nostri personaggi.
(Marco) Di solito non ci sono reti. Ma la vita non è giusta, è vita. Non si possono applicare a essa categorie umane (che nemmeno noi rispettiamo). Fa parte del gioco. Sognare è inevitabile, però la vita di ogni giorno è del tutto priva di voli pindarici.

“La vita era ormai un’altalena con un sedile che oscillava tra due donne, due città e due modi diversi di stare insieme.” In questa frase è sciolto il nodo del malessere di Michele diviso tra due diverse realtà che a tratti lo rassicurano e ad altri lo tormentano. Un uomo che non è possibile del tutto condannare e nemmeno salvare. Perché questa scelta?

(Morena) Perché il vicino di casa che uccide una coppia solo perché faceva troppo rumore è descritto dagli altri vicini come “uno così bravo, così gentile”.
(Marco) Perché non ci piacciono le scelte semplici, in realtà. Quando abbiamo affrontato Michele, ci siamo resi conto entrambi che esisteva una scappatoia molto semplice: farne un uomo come se ne vedono tanti. Se avessimo fatto questa scelta, però, avremmo commesso un errore. Perché in realtà, al di là di certe semplificazioni che si vedono o si leggono in giro, anche il più banale essere umano nasconde qualcosa di complesso e abissale. Abbiamo voluto ricordare a ciascun lettore che le persone sono dannatamente complicate. Un aspetto che si tende a scordare con facilità, per sposare tesi superficiali e sciocche.

“Le cose semplici sanno diventare complicate.” Abilità dell’essere umano, e anche abilità di rendere la trama attraverso un fatto semplice che si complica a ogni paragrafo. Una frase che si sposa benissimo nell’intensità del vostro romanzo.

(Morena) Solo attraverso gesti ‘semplici, a volte anche banali, si può scoprire la complessità della vita. E di una storia.
(Marco) Grazie. Come ho già scritto in precedenza, volevamo scrivere qualcosa che non fosse ovvio, ben sapendo che alla fine la storia sarebbe stata considerata troppo… complicata? Ma io non credo che lo sia, e il lettore o la lettrice devono sapere che in realtà non c’è nulla di difficile, di arduo o di filosofico. Di certo per i canoni letterari di questi tempi apparirà un po’ fuori dell’ordinario, ed è esattamente quello che volevamo ottenere. Crediamo che i lettori, le lettrici, meritino di più e di meglio.

“Sei felice? Ci sto lavorando.” Perché la felicità è un duro impegno da costruire un pezzo alla volta?

(Morena) La felicità è uno stato mentale: si scopre solo se si apre la mente. Ecco perché bisogna lavorarci tanto. Non dipende mai da ciò che si ha ma dalla conoscenza di sé e dal modo in cui si recepiscono e osservano le cose. Ecco perché, a volte, chi scrive ha questa infelicità di base: osservare troppo può nuocere alla salute mentale.
(Marco) È una domanda da un milione di euro in realtà. Non so rispondere, perché sono consapevole che l’impegno spesso non porta a grandi risultati. Così come non basta la volontà per scrivere (come diceva il buon Francis Scott Fitzgerald), lo stesso vale pure per la felicità. Non è sufficiente volerla o lavorare per costruirla.

Vi lascio un attimo di respiro, credo di avervi torchiato già a dovere. Quella che leggerete è la mia recensione dopo aver divorato il libro in meno di tre sere.

La copertina racconta già molto, come il titolo, ma sempre velatamente. L’ultimo giro di valzer è una storia che non può essere ricomposta se non attraverso la narrazione degli autori. Sapientemente raccontata direttamente dalla voce dei protagonisti che ci svelano, un pezzo alla volta, i motivi per cui, quelli che tutti siamo pronti a condannare come gesti giusti o sbagliati condizionino gli eventi della vita fino a trasformarla inesorabilmente. Un romanzo che corre veloce sulle esistenze di quattro persone, che lascia a tratti la speranza, altri la delusione di scelte fatte sulla scia di sentimenti umani ed emozioni forti, per lo più condannate e incomprese, rendendo la lettura interessante e avvincente fino all’ultima pagina, per scoprire l’epilogo della storia.
Un romanzo che racconta l’amore e uno dei suoi tanti volti, che lascia intravvedere le coincidenze assurde della vita senza mai essere banale o scontato. Una piacevole lettura ben miscelata dal punto di vista narrativo, sia maschile che femminile, di due autori ugualmente bravi a dare voce ai loro personaggi senza mai giudicarli.

Vorrei farvi i complimenti per essere riusciti a fare tutto questo. Ideare, scrivere e mescolare gli stili così bene da rendere la lettura un vero piacere e un momento di riflessione su quelle che sono le screpolature della vita.

(Morena) Grazie Nadia, queste tue parole ci confortano. Durante la scrittura ci siamo interrogati su cosa stavamo facendo e ci siamo chiesti se avremmo raggiunto lo scopo. Saperlo ci aiuta.
(Marco) Grazie mille. Scrivere a quattro mani non è stato facile, ma leggere queste tue parole mi fa molto piacere.

Tu Morena sei comparsa nella prefazione di Non ho mai capito niente; in Cardiologia nei ringraziamenti (e nella postfazione); nella prefazione di La Follia del mondo con Il talento non serve a glorificare le prugne. Tu Marco sei nella prefazione di Un uomo mi ha chiamato tesoro con Le donne di Morena Fanti. Mi sovviene che siate i lettori beta l’uno dell’altra o fidati consulenti. Potreste spiegare meglio il genere di rapporto professionale che vi lega e rende tanto proficuo il sostegno per entrambi?

(Morena) Gli occhi esterni sanno scovare le cose che non vanno: ecco perché sono tanto preziosi. Se poi sono anche occhi esperti, occhi che non si perdono d’animo, e anche pignoli, allora perché cercarne altri?
(Marco) Io credo che Morena abbia una marcia in più. Se per esempio a lei non piace qualcosa, allora è preoccupante. Significa che sono finito in un fosso senza nemmeno rendermene conto. Ormai siamo amici di vecchia data, anche se non ci siamo (ancora) incontrati di persona. Come detto, ci si sente spesso. Abbiamo sempre qualcosa da dirci. Non abbiamo mai litigato. Adesso sta leggendo alcune pagine del mio #progettoIOTA: chissà cosa mi dirà!

Avete King in comune e Raymond Carver come autori di riferimento e siete molto simili, lucidi alla stessa maniera nella scrittura. Scrittori affini, oserei dire, ma in cosa differite?

(Morena) Di certo differiamo negli argomenti che ci stanno a cuore: se vedi un diseredato sai che è materia di Marco Freccero, se vedi una coppia in situazione di disagio psicologico sai che è materia fantiana.
(Marco) A me in effetti non piace la psicologia, ma solo perché non sarei in grado di scriverla. Lascio fare a Morena o a Dostoevskij. Per me non è troppo necessario entrare nella testa di un personaggio: le sue parole, i gesti, diranno le cose necessarie.

Ti offro l’occasione di esternare l’opinione più sincera per il tuo/la tua collega.

(Morena) Marco è un gran lavoratore, uno che non si scoccia alla ventesima rilettura, uno preciso e puntuale che non abbandona il lavoro. E ha una visione molto diversa dalla mia: questo è il plus a cui affidarsi in queste coppie di scrittura.
(Marco) Morena ha la rara capacità di cogliere i dettagli, di saper indicare al volo cosa funziona e cosa non va. Come dice lei stessa, siamo differenti e questo è l’aspetto più positivo che ci sia. È per me insostituibile.

Un’ultima domanda. Quanto sei soddisfatto/a di questo libro?

(Morena) Molto soddisfatta. Mi sono emozionata anche in questa ventesima rilettura.
(Marco) Molto. Anzi, sono stupito dell’accoglienza. Non che avessi dei dubbi sulla qualità della storia, ma mi sembrava difficile che questa nostra storia raccogliesse tanto interesse. E siamo agli inizi, abbiamo appena pubblicato il romanzo anche nel suo formato cartaceo!

Scriverete altro insieme?

(Morena) Io ci ho provato qualche volta, ho chiesto a Marco – ho ancora quella seconda idea che gli proposi anni fa ;), ed è un’idea ottima, forte e dura – ma lui nicchia. Deve provare altre strade e certo non sta a me fermarlo. Però…
(Marco) È vero, mi ha proposto anche un’altra storia e io ho nicchiato e nicchio perché credo di non averne le capacità. È, come dice Morena, forte e dura e a volte credo che solo lei potrebbe scriverla. Comunque in pentola c’è anche dell’altro…

Mi sento di consigliarvi spassionatamente L’ultimo giro di valzer perché ho trovato qualità e bravura nel loro lavoro, degno di una pubblicazione a cinque stelle. Scrittori in self coraggiosi, in grado di sovvertire le logiche del mercato che meritano riscontri dai lettori, dunque cosa aspettate a correre su Amazon? Troverete l’edizione digitale e cartacea e una storia che merita tutta la vostra attenzione. Buona lettura.

25 pensieri su “La mia intervista a L’ultimo giro di valzer

    1. Nessuno spoileraggio, giuro, il libro è talmente ben scritto e completo che nulla di quanto scrivo svela in realtà la trama e la storia. Felice sia nella tua lista letture, sono curiosa di conoscere il tuo parere in merito.

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  1. Sono stata subito affascinata dall’idea della scrittura a quattro mani e ho amato molto questo libro che, non per niente, ho scelto sul mio blog per inaugurare la mia nuova rubrica “Indie del mese”.
    Come sempre sul tuo blog, Nadia, intervista molto interessante che ci fa conoscere più da vicino il lavoro di coppia di Morena e Marco. Grazie a tutti e tre. 😉

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  2. Massimiliano Riccardi

    Davvero una bella esperienza, complimenti a Marco e a Morena. Devo dire che ho sempre trovato intriganti i progetti a quattro mani.
    Nadia come al solito riesci sempre a tirare fuori il meglio dai tuoi intervistati, bravissima.

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    1. Ho conosciuto successivamente Morena e scoperto durante l’intervista che, pur mantenendo il suo ruolo femminile, è l’immagine speculare di Marco, sia per gusti di letture che di scrittura. Credo sia proprio il partire da basi comuni a creare sinergia.
      Non penso sia facile in effetti ottenere questa affinità e non credo che molti romanzi a quattro mani si possano definire altrettanto riusciti. Loro ne escono davvero a testa alta.

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  3. Pingback: L’intervista di Nadia Banaudi a Marco Freccero e Morena Fanti – Solo io e il silenzio

  4. Ero in ballo tra iniziare La follia del mondo e L’ultimo giro di valzer…Ha vinto il valzer! E il bello è che Marco non può comunque offendersi! 😀
    Spero che il lavoro mi lasci il tempo di leggere, maggio è un mese intenso.

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  5. Pingback: Intervista a Marco Freccero & Morena Fanti – Marco Freccero

  6. Pingback: 2 mesi de “L’ultimo giro di valzer”: primo resoconto – Marco Freccero

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