La mia mappa della felicità

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Il primo viaggio è andato, ora possiamo tentare con la seconda mappa. Quella della felicità.
In effetti è più una scommessa che una certezza perché anche solo intravvederla a volte è frutto di sogni, buona vista e molta, molta fortuna. Ma non perdiamoci d’animo e proviamoci almeno.
Dunque armati di ottime intenzioni io scommetto che a qualunque punto della vostra vita voi siate, avete cercato questa chimera in ogni angolo e anfratto. Trovata? Non credo se siete qui a leggere, anche solo curiosi, quindi piacere la compagnia è abbondante.
Non degli infelici, intendo, ma di coloro che cercano di capire se serenità sia sinonimo di felicità, se quell’istante provato somigliava alla bellissima sensazione appagante e totalizzante.

No, mi spiace deludervi la serenità è solo una delle variabili secondo la misura di felicità provata, infatti da serenità si passa ad appagamento, a eccitazione, a ottimismo in un crescendo difficilmente mantenibile a meno che non sia congenito (conoscete quel detto nati con la camicia? o nati sempre felici?). Ecco già il primo sbaglio.

Felici almeno per un po’ lo siamo stati tutti, solo che è stato appunto fugace. Tanto da ottenere anche il sostegno di “fregatura”, come e cognome. Forse, non è così, ma lo pare eccome. Mangiare un buon dolce, addentarlo e poi vederlo scomparire prima di poterlo divorare tutto, non lascia esattamente un buon ricordo in bocca! Ecco il secondo errore- trappola che ci fa considerare la felicità una destinazione davvero oscura.

Partiamo dal concetto che parliamo e cerchiamo un’astrazione, un’emozione, non un oggetto magico tipo la fonte dell’eterna giovinezza (neppure quella mai certificata come vera). Infatti stiamo cercando uno stato d’animo positivo in grado di soddisfare tutti i nostri desideri. Facile intuire che cambi con il mutare di essi, sia in eterna maturazione e si tratti di una abilità personalissima.

Vi vedo nelle vostre bolle a chiedervi se mai arriveremo da qualche parte in questo viaggio, per ora vi ho demolito le speranze.
No, tranquilli come sempre uno spiraglio c’è.

Io la felicità la vedo da sempre così, come una meta che si sposta perché attratta da un magnete invisibile; un picco difficilmente raggiungibile se non si è provetti scalatori e soprattutto indomiti avventurieri. Purtroppo spesso quella vetta si allontana a vista d’occhio e non è per nulla facile da sopportare: cresce il desiderio e in misura proporzionale anche l’insoddisfazione. Una tortura.

Personalmente ho già sperimentato di toccare il cielo con un dito e cadere sedendomi in terra. Nulla ha più mantenuto lo stesso sapore e la sensazione è stata di delusione totale. I periodi successivi non hanno goduto di sano equilibrio e mi hanno seriamente fatto pentire di essere stata almeno per quell’istante felice, quasi rinnegandolo. Quindi ho percepito la felicità come un boomerang capace di tornare indietro colpendomi dritta in testa e facendomi pentire. No, nessuna illusione. Quella di cui sono alla ricerca non è nemmeno questa chimera.

Vi porto a sostegno di quanto affermato un paradosso, quello di Easterlin. Costui è un famoso professore di economia americano e, durante una ricerca sulla moderna crescita economica, scopre che “nel corso della vita la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza. Infatti quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, ma poi comincia a diminuire, seguendo una curva a U rovesciata.”

Niente, come vi dicevo nemmeno i soldi e tutto il corollario, fanno la felicità. E se fosse estensibile al resto, se fosse insito nell’essere umano che a tutti i costi deve complicarsi la vita cercando la felicità altrove? Perennemente insoddisfatto.
Bel dilemma.

Quindi come per il successo è meglio levare l’assolutismo del benessere totale, dell’amore super, del figlio a tutti i costi, del portafoglio gonfio, del conto corrente esagerato, della casa stralussuosa. Se non è possibile, perché dannatamente fuori portata, è meglio mettersi il cuore in pace, non sarà quello a renderci felici.

Meglio farlo diventare ciò che di bello esiste nella vita a cui è possibile arrivare. Nessun falso idolo a boicottare la ricerca. Nessuna ansia nascosta a rendere il conto dopo. E soprattutto, la spinta a rendersi conto delle proprie potenzialità con margini di miglioramento per spingersi oltre. Non è accontentarsi. E’imparare a ridere; è proporsi di essere ottimisti; è usare gentilezza come moneta di scambio nei rapporti; è curiosità verso le cose nuove come stimolo per accrescere capacità; è smetterla di venire inghiottiti da invidia e fobia del giudizio; è sviluppare il senso di gratitudine e del perdono per sentirsi più leggeri; è scegliere esempi positivi con cui interagire e confrontarsi; è imparare a godersi il tempo e le persone.

Proporrei quasi di scartare la felicità dalle mete da perseguire, io mi accontento di stare bene forse è più sicuro. Quindi non chiedetemi “Sei felice?” Lo negherò a spada tratta!

Il gioco delle mappe; La mia mappa del successo; La mia mappa della libertà.

13 pensieri su “La mia mappa della felicità

  1. chiarasole1981

    Per me la felicità non è mai stata legata al raggiungimento di un obiettivo e di uno scopo, ma la considero un modo di vivere e di affrontare le situazioni. è un atteggiamento mentale, ecco. Perché una persona può essere felice anche quando va tutto storto, mantenendo un atteggiamento ottimista, e provando gratitudine per ciò che si ha. Ciò non significa (attenzione!) che si debba lasciare tutto com’è, o si debba smettere di rinunciare a cambiare la propria vita, bensì che ogni problema può essere affrontato a testa alta, senza piangersi addosso e senza perdere di vista ciò che conta davvero.
    è difficile, lo so. Infatti io non sempre ci riesco. Ma è un obiettivo importante. 😉

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  2. La felicità non è uno status, ma chi è felice per più di qualche momento nella vita? Il bello è proprio lì: vivere quell’estasi emotiva ed esistenziale e godersela sapendo che non dura, come il cioccolato che si scioglie nel palato e sublima la sensazione per il tempo in cui dura (a me il cioccolato dà felicità, sarò strana!). La mia felicità è legata a tre momenti della mia vita: il giorno della mia laurea, il giorno del mio matrimonio, il giorno in cui sono nati i miei figli, che poi restano le tre tappe più importanti della mia vita. 🙂

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    1. Esatto tre momenti o più ben definiti e circoscritti nel tempo in cui la punta della felicità è salita a toccare le stelle. Attimi, momenti, istanti, non certo periodi lunghi, ma come piace anche a me il cioccolato!

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  3. Felicità? Una parola con cui spesso cerchiamo di ingannare noi stessi per giustificare il non raggiungimento di un obiettivo. Io sono felice quando sono in pace con me stesso. Non importa il come ma come la raggiungo. Equilibrio emotivo e fisico, il sapere di avere la coscienza a posto.
    Quindi non c’è bisogno di scalare montagne o attraversare deserti, basta leggere dentro di noi.

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    1. Anche tu in allineamento con un concetto che dà alla felicità un valore personale o meglio intimo.
      Versione interessante quella legata alla coscienza a posto, una sorta di effetto placebo che dona a tutto il contorno un piacevole sorriso. Mi piace, ma non avevo dubbi.

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  4. Il problema è che si associa alla felicità quello che la società ci dice ci porterà alla felicità. Così se non raggiungiamo quelle mete per un qualsiasi motivo, automaticamente ci diciamo infelici. Ma lo siamo davvero? O è quello che vogliono farci credere?
    La curva di Easterlin la conoscevo e dimostra che i soldi non danno la felicità, non in maniera progressiva infinita come si penserebbe. E conosco persone povere che sono più felici e serene di tanti altri arricchiti. La famiglia da la felicità? Dipende, perchè le persone cambiano e non sempre in meglio. L’anima gemella da la felicità? E chi non la trova è destinato davvero a vivere infelice tutta la vita? Oppure c’è chi vive benissimo da solo e felice? Il lavoro da la felicità? E quando viene a mancare come si fa a sopravvivere? Sono convinta che la felicità non sia un trofeo per mete e obiettivi, è piuttosto un sistema che nasce dalla nostra predisposizione a volerci sentire felici. Nonostante tutto. E tutti.

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    1. Hai centrato il punto della percezione personale della felicità. Non tutti sono tagliati per la famiglia, per la solitudine, o per l’ambizione lavorativa. Non tutti trovano nel medesimo stato la felicità. Proprio il contrario. Ognuno è felice a modo suo, in modo tutto suo.

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  5. Pingback: Il gioco delle mappe – svolazzi e scritture

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