Family sitcom 13

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Ogni tanto me lo domando se la vita che conduco è quella fatta a posta per me, se mi ci sono talmente abituata da sentirmela cucita addosso e alla fine lo spirito di adattamento ha preso il sopravvento. Lo so, è parte di quelle domande esistenziali che ognuno prima o poi si pone.
E la colpa non è ritrovarmi a fare il punto della situazione per strani motivi, ma proprio perché la domanda me la fanno loro: i miei figli.

PM- Ma tu mamma sei felice di stare a casa?
N- Felice felice non tanto, però devo dire che ha i suoi lati positivi.
M- Quali?
N- (Già quali? Sarà interessante pensandoci ad alta voce rendermene conto.) Non spendo soldi per andare a lavorare, tipo benzina e parcheggio, non mi devo vestire in maniera particolare ma la tuta va benissimo, e soprattutto non ho capi che decidono per me.
P- Non hai nemmeno soldi.
N- (Colpita e affondata!) Quello è vero. La colpa però è mia, i soldi non mi piacciono.
M- Come non ti piacciono?
N- Nel senso che non sono mai abbastanza, ti fanno vivere male, ti obbligano a sudare per averli e in un attimo si consumano e poi dividono molto le persone e le fanno litigare. No non mi piacciono.
P- Ma è l’unico motivo per cui si lavora.
N- (Sigh,!) Spesso sì, anche se non dovrebbe. Lavorare dovrebbe essere fare qualche cosa che si scopre di fare bene, lo stipendio una sorta di ricompensa.

M- Io da grande non lo so cosa voglio fare, ma non credo la mamma e la donna a casa.
N- Hai tempo per deciderlo, fare la mamma è una scelta, potrai dire la tua in merito.
P- Ma tu prima di fare la mamma cosa facevi a casa senza di noi?
M-( Nove anni lui e dieci anni lei, è un decennio che non lavoro!) Ah ah ah! Non ero a casa senza di voi. Quando ho finito la scuola ho iniziato a lavorare in una copisteria, dopo ho fatto la baby sitter per quattro anni ad una bimba che ora è una donna, poi l’educatrice negli asili nido, qualche supplenza nelle scuole materne e elementari. Stanca di essere sempre precaria ho di nuovo cambiato settore e lavorato come commessa in diversi negozi, e fatto la segretaria amministrativa in un ufficio, sono andata a dispensare pasti nelle mense scolastiche e preparare marmellate in un laboratorio. Mi pare tutto.
P- Accidenti quante cose. E alla fine hai scelto di restare a casa.
N- Più che una scelta è stata una resa, il mondo del lavoro non lascia molto spazio ad una mamma che vuole anche essere presente in famiglia senza appoggiarsi ad altri. Pensa solo ai giorni in cui la scuola è chiusa: un po’ di allerta, un po’ di ponte, un po’ di malattie… Dovrei sempre chiedere ai nonni di stare con voi. E l’estate? Lunghi tre mesi di ferie!
M- Vedi allora faccio bene io a non volere figli. Se lavoro non rubo tempo a nessuno.
N- L’importante è che il lavoro che farai sarà quello che davvero fa per te. Che ti dia soddisfazione. Sai come si dice altrimenti? Far di necessità virtù.
P- Scusa ma chi sceglie di fare il ladro è perché è bravo in quello?
N- (Ecco cosa deve aver capito della mia risposta!) Bella domanda. Sarebbe da chiederglielo. Non lo so se è per pigrizia a fare altri lavori o perché davvero sente un immenso piacere nel portare via le cose agli altri. Ma non credere che i ladri siano come Robin Hood. Sono persone cattive dentro, molto spesso.

P- Però allora non ho capito una cosa, ma chi per lavoro scrive, allora dentro ha solo parole, sogni e fantasia?
N- Amore ma hai centrato perfettamente! Solo quello.

Però alla fine mi resta il dubbio. Ma sono felice di stare a casa? Certo i lati positivi ci sono eccome. Ho tempo e libertà, e lo spazio da dedicare a ciò che amo. Ma la felicità che brutto metro di paragone. Sono soddisfatta a tratti, a seconda dell’obiettivo che pongo, del momento che attraverso. Certo vorrei fare la casalinga part time. E nel resto del tempo?

Che domande: la scrittrice. Allora sì che sarei felice!

17 pensieri su “Family sitcom 13

  1. Cara Nadia, chi ha il pane non ha i denti e viceversa dice un vecchio detto, sempre attuale. Io che passo la magior parte delle mie ore al lavoro vorrei un orario più leggero, na aimè, non è possibile.
    La felicità non è portata da quello o da quel lavoro, ma da una cosa che nasce da dentro, da una pace interiore che va al di là. I saggi e gli anziani secondo me ne sanno più di noi! Che ne dici?

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    1. Ogni lavoro può rendere felici nella misura in cui realizza almeno una parte delle intenzioni per cui nasce e lo si porta avanti. Ma lavorare sempre meno rende felici, purtroppo. Trovare quell’equilibrio magico con la propria pace interiore sarebbe il massimo!

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  2. Io sarei disponibile a lavorare meno (e prendere meno), che lavorare di più e poi rischiare di spendere il di più in medici per sopportare il lavoro! Pensare che la soluzione sarebbe semplice: tutti part time e quelli che lavorano di mattina fanno i casalinghi di pomeriggio, turnandosi coi casalinghi di mattina che lavorano di pomeriggio. E che ce vò?! 😉

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  3. diciamo che necessità hai fatto virtù. Lo stare a casa ha i suoi risvolti positivi ma anche negativi. Una scelta legata ai lavori precari – necessità fatta virtù. Diverso sarebbe stato se tu avessi avuto un lavoro soddisfacente. Ahi! mi sono dato la zappa sui denti 😀
    Il lavoro soddisfacente è fare la scrittrice e questo si fa a casa. Però figlie marito che rottura! Ti fanno perdere la concentrazione.

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    1. Hai ragione si tratta di un cane che insegue la sua coda. Se avessi trovato un lavoro soddisfacente e non precario non mi sarei posta la domanda. O se fossi approdata alla scrittura come lavoro in altra maniera.
      Figli e marito in effetti spesso mi deconcentrano, oltre a quando scrivo anche mentre leggo, e puntualmente mi devono chiedere il mondo, quasi stupiti io riesca così tanto a entrare in un altro mondo mentre loro vivono sempre e solo in questo. Ah cosa si perdono!

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  4. Accidenti, ma che domande difficili fanno i figli! 🙂 Dal tuo racconto emerge quanto sia delicato e difficile dare le risposte giuste, in certi casi…
    Comunque, per chi ama scrivere essere a casa è la condizione migliore, si avvicina molto alla felicità, direi. Se uno facesse un lavoro che lo soddisfa fino in fondo, il discorso sarebbe diverso. Poi sento anche gente che è costretta a stare a casa perché non ha lavoro e si annoia, ma mi sa che non è il nostro caso ^_^

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    1. Annoiarsi è una malattia che coglie chi non ha interessi. Impossibile con la scelta cinematografica dei nuovi servizi televisivi, con l’assortimento di libri in vendita e biblioteca… tanto per citare due ipotetici hobby da curare.
      Comunque è vero i bambini hanno il dono di cogliere il nocciolo delle situazioni senza paura di essere inopportuni, e le loro domande sono la quintessenza della verità, quanto mai scomode.

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  5. Io ho lasciato il mio lavoro per stare con i bambini, così come hai fatto tu. Poi negli ultimi anni mi sono inventata un lavoro da casa, grazie a internet, e questo mi permette di arrotondare, di realizzarmi e di stare assieme ai bambini in qualsiasi momento perché. come ben sai, le loro necessità non hanno orari.
    Però rinunciare al mio vecchio lavoro non è stato facile e per un po’ di tempo mi ha creato qualche disagio. Sono una persona che ha bisogno di sfide, di obiettivi e sinceramente non sempre la gestione di casa e famiglia era sufficiente per darmi quella “botta di vita”.
    Sono d’accordo con chi dice che l’essere felici, o per lo meno soddisfatti, non dipende molto da ciò che fai ma da come vivi le situazioni. Tuttavia è innegabile che alcune sono più pesanti oggettivamente di altre.
    Insomma, la ricetta non c’è, così come non tutte le giornate sono uguali. Si naviga a vista.

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    1. Ormai ho solo più ricordi del mondo del lavoro e vagamente ho vivido quello in cui la stanchezza invade il resto del tempo post lavoro diventando il life motive. Lavorare da casa per chi ha famiglia e nessuna velleità di carriera è la miglior cosa, non esiste la concorrenza tra colleghi, il timbrare il cartellino, il mobbing e tutta la frustrazione di avere a che fare con ciò che non piace.
      Per la felicità ci tornerò su, è un argomento che mi intrippa. Io farei davvero volentieri la casalinga part time e per il resto del tempo la scrittrice, ma mi sa di chiedere troppo alla vita!

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