Fallire è riuscire?

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Un altro libro, un altro regalo, un’altra interessante lezione da imparare.
Quella di oggi non sarà un’intervista perché lei, l’autrice, è Pema Chodron una monaca buddista scrittrice di altri testi di spiritualità nonché insegnante presso il Gampo Abbey monastery in Nova Scotia (Canada). Decisamente fuori dalla mia portata.
Dunque cosa avrà scritto mai, tanto importante da volerlo condividere con voi? Atei, credenti di qualsivoglia religione, dubbiosi…
Questa volta non lo potreste neppure immaginare, ma nella pila sul comodino mi aspettava un volumetto bianco dal titolo curioso e quanto mai inquietante: Fallisci, fallisci ancora, fallisci meglio. Ecco mi sono detta, messaggio subliminale!
L’ho letto tutto d’un fiato, garantisco non è lungo, e poi l’ho riletto. L’ho chiuso e pensato: Wow!
Ora voi penserete, ha svelato arcani misteri? No, ma ha chiarito la rotta che la vita spesso prende, iniziando progetti che si concludono appunto con un fallimento.
Bando alle ciance procediamo a piccoli passi. Tra le cose che mi hanno colpito ci sono queste sue riflessioni:

Ho pensato che se c’è una capacità che non viene evidenziata abbastanza ma che è veramente necessaria, questa è saper fallire bene.
L’arte di fallire.
Si mette un sacco di enfasi nel successo. Che ci beviamo o meno tale propaganda, tutti vogliamo avere successo, specialmente se lo considerate come ciò per cui “le cose vanno proprio nel modo in cui voglio”. Sapete di stare bene. Dentro e fuori, perché le cose hanno funzionato. Quindi per quella definizione, fallire significa che non è andata nel modo desiderato.
E per il fallimento di solito non c’è la giusta preparazione.

Interessante vero? Ma ovviamente non è finita qui.

Bè, una delle cose che voglio dire sul fallimento è che è molto difficile.
Penso che la cosa più significativa sia che di solito pensiamo al fallimento come a qualcosa che ci cade addosso dall’esterno, giusto? Non riusciamo ad avere una relazione affettiva appagante o tale relazione termina in modo doloroso. Non riusciamo a trovare un lavoro o veniamo licenziati da quello che abbiamo. Non riusciamo a ottenere i voti che vogliamo o ci troviamo in qualsiasi altra situazione in cui non riusciamo a fare andare le cose come vorremmo e lo consideriamo un fallimento, qualcosa che è accaduto in noi.
Normalmente ci sono due modi in cui noi affrontiamo una cosa del genere. Diamo la colpa a qualcuno o a qualcos’altro: il sistema, il nostro capo, il nostro compagno o qualsiasi altra cosa.
Ci allontaniamo dal dolore, dalla sopportazione del dolore per la vulnerabilità del nostro cuore, incolpando qualcuno o qualcosa.

Ne parlò James Joyce in Ulisse dicendo che  il fallimento porta a una scoperta, anche se usò la parola “errore”. Gli errori possono essere “gli ingressi verso una scoperta”. In altre parole, gli errori sono le porte verso la creatività, verso l’apprendimento di qualcosa di nuovo verso uno sguardo inconsueto sulle cose.

A questo riguardo l’esempio è quanto mai delucidante:

C’è una storia tibetana ambientata nel Tibet rurale del secolo XVIII o XIX. C’è una coppia anziana, un uomo e una donna che hanno due cose che considerano estremamente preziose: il cavallo e il figlio.
La ragione per cui il cavallo e il figlio sono così preziosi è che ne hanno bisogno per sopravvivere, coltivare la terra e occuparsi di tutto ciò che deve essere fatto. Il cavallo fa un sacco di lavoro, e così anche il figlio. Vivono in un piccolo villaggio e il cavallo, uno stallone ben addestrato, fugge. La moglie e tutta la gente del villaggio dicono: “Oh mio Dio! Questa è di sicuro la cosa peggiore che poteva capitare. E’ terribile. Questa è la cosa peggiore.”
Il vecchio dice:
“Forse sì, forse no.”
Il giorno dopo il cavallo torna con una giumenta. Ecco perché era scappato. Quindi è tornato con una giumenta e ora hanno due cavalli. La donna e tutta la gente del villaggio dicono: “Oh! Questa è la cosa migliore che poteva capitare. E’ una grande fortuna. Adesso ci sono due cavalli. E’ incredibile! E’ meraviglioso!
Il vecchio dice:
“Forse sì, forse no.”
Il giorno dopo il figlio decide che si deve domare la giumenta perché è una cavalla selvatica, ma cercando di domarla viene disarcionato e si rompe una gamba.
Potete immaginare cosa dicono la donna e il resto del villaggio: “Mio Dio. Perché? E’ la cosa peggiore che potesse capitare. Questa è una vera sciagura.”
E adesso sapete anche cosa dice il vecchio:
Forse sì, forse no.
Il giorno dopo arriva l’esercito e porta via tutti gli uomini abili per combattere la guerra. La donna e gli abitanti del villaggio non hanno ancora recepito il messaggio che sto cercando di farvi arrivare, sono ancora soltanto spinti dalle circostanze esterne. Quando sono positive gioiscono. Quando sono negative sentono che la loro vita è distrutta.
Ma il vecchio dice:
“Forse sì, forse no.”
La storia termina qui ma potete immaginare che continui all’infinito.

Avete capito che il tono semplice in cui si parla del fallimento riesca a farlo diventare quasi tollerabile, addirittura simpatico! Perché? Perché…

L’alternativa è che da quella situazione di fallimento sorgano dipendenze di ogni genere, e sono dipendenze perché non vogliamo sentire, perché vogliamo fuggire, perché vogliamo anestetizzarci.
Da quella situazione sorgono l’aggressività, la condanna, la violenza e altre cose del genere.
Da quella situazione sorgono molte cose brutte. E tuttavia proprio da quella situazione di vulnerabilità, dolore e sensazione di fallimento possono emergere le nostre migliori qualità umane: coraggio, gentilezza, la capacità di prendersi cura veramente uno dell’altro, la capacità di aiutarsi.

Quindi nasce un bivio in cui possiamo decidere chi essere e soprattutto chi diventare. Infatti sarà l’inizio di qualcosa di veramente nuovo nella vostra vita, che vi porterà in una direzione completamente diversa. In secondo luogo, vi farà più forti e coraggiosi, più disponibili verso gli altri e tirerà fuori i vostri migliori talenti.

Non lo so voi, ma io di fallimenti nella mia vita ne ho collezionati tantini, eppure sono ancora qui a fare come consiglia lei in un altro passo. Quando vi sentite demoliti dalle grandi onde che vi vogliono buttare giù inizierete ad allenarvi per puntellare la vulnerabilità. Perché le onde non smetteranno mai di arrivare; ma vi sembreranno sempre più piccole e non vi butteranno più giù.

Ogni libro insegna, e chiuse le pagine diventa un semino invisibile dentro di noi. Scegliete se bagnarlo e curarlo, se fa al caso vostro. Io nemmeno a farlo apposta ho letto il libro proprio nel momento in cui ne avevo bisogno. Quando si dice le coincidenze…

17 pensieri su “Fallire è riuscire?

  1. Direi che va d’accordo con Tony Robbins e la sua PNL (Programmazione Neuro Linguistica):
    “Gli individui che hanno successo non sono alle prese con minori problemi di coloro che falliscono; gli unici che di problemi non ne hanno stanno nei cimiteri. A distinguere fallimento da successo non è ciò che ci accade; a fare la differenza è il modo con cui percepiamo ciò che ci “accade”.

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  2. Avere successo piace a tutti. Tanto più nella nostra società dove stiamo esasperando questo concetto con falsi miti. Pensiamo per esempio ai talent. Di per sé potrebbero sembrare un’idea carina, io personalmente non li amo per quel messaggio subliminale che cerca di convincerci che il successo è a portata di mano di tutti, mentre in realtà è solo un’illusione.
    Poi anche sul termine successo ci sarebbe molto da dire. Che cos’è il successo? Dipende da ciò che una persona desidera, presumo. Mentre di solito lo si interpreta in termini quantitativi e non qualitativi (quanto guadagni? quanto vendi? quanti amici hai? che voto hai preso? etc etc.).
    Di solito cerchiamo un successo misurabile perché abbiamo bisogno di confrontarlo con quello degli altri.
    Detto questo, credo che invece gli errori, gli inciampi, le cadute siano proprio il miglior modo per mettersi in gioco e per crescere. Tutto sta nell’accettarsi difettosi e nell’essere capaci di analizzare i propri limiti senza trovare scuse o dare sempre colpa agli altri. E questo non è mai facile.
    Lettura interessante, grazie. La aggiungo alla lista. 😉

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    1. Bene mi fa piacere, di certo è un libro in grado di far accettare meglio i momenti bui in cui l’obiettivo si allontana invece di avvicinarsi avverandosi. Non è facile mettere in pratica questo modo di affrontare il fallimento perché di certo la consapevolezza di aver puntato troppo in alto non è qualità di base in dotazione a tutti. Il successo è di certo una chimera per come viene idealizzato oggi e quindi più devastante che soddisfacente.

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  3. Io credo che il vero fallimento sia difficile e raro.
    Occorre avere ben chiare le visioni di cosa si intende per successo o fallimento.
    Se si vuol essere scrittori, già pubblicare è un successo. Se si vogliono vendere milioni di copie, il fallimento è un aspetto complementare all’ambizione.
    Io mi sono ritrovato parecchie volte a confrontarmi con la paura del fallimento. E credo che la paura di fallire sia un buon deterrente per non fallire.
    Io sono uno di quei tipi che il lavoro non lo cerca ma lo crea. E a volte, quando il vecchio lavoro non va più o è reso obsoleto dai tempi, cambiare, ricrearne un altro, mi porta inesorabilmente a confrontarmi col possibile fallimento. A volte sarebbe anche bello potersi permettere di fallire. Ma purtroppo per me, avendo alle spalle persone che per sopravvivere dipendono dalle mie scelte e capacità, il fallimento mio sarebbe un dramma che non mi posso permettere.
    Da qui l’esigenza d’affrontare il possibile fallimento diventando migliori.
    Solo controllando il più possibile le variabili, si può ridurre il rischio di fallire. In tal senso, il fallimento è molto probabile quando è accompagnato solo dalla speranza. Lo speriamo che funzioni, funziona raramente. Solo che, con mio stupore, vedo molte persone affrontare gli archi della vita con poca convinzione. Come se avessero un compitino da svolgere oltre il quale, se non funziona, è colpa di qualcuno o qualcosa.
    L’argomento è vasto e interessante e la lettura del libro lo sembra pure.

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    1. Hai toccato molte corde in questo commento.
      Innanzi tutto le eccessive aspettative che ingigantiscono il miraggio del successo e inevitabilmente fanno ricadere duramente a terra.
      Il fatto poi che in pochi si cerchi di capire e analizzare se davvero si è trattato di un fallimento.
      Se lo consideriamo a 360° come modo di affrontare tutto quello che non va in porto, è il carattere che viene fuori mostrando con quanta riluttanza si procede nella vita e si vivono le sconfitte. Escono allo scoperto le fragilità, le sensibilità emotive e le paure recondite.
      Soprattutto la frase che scrivi “la paura di fallire è un buon deterrente per non fallire” dimostra di che pasta si è fatti: usare un rischio come energia è indice di spirito di adattabilità e acutezza d’animo.

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  4. il fallimento? Esattamente come il successo. Contiene aspetti positivi ma anche negativi. Basta saperli cogliere. Qui viene il difficile, perché non abbiamo la pazienza di cogliere nel fallimento i lati positivi dello stesso.
    Credo che il vecchio con il suo Forse si, forse no, intendeva proprio questo. Traete dal negativo gli aspetti positivi.
    Interessante libro, merita di essere letto e meditato.

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  5. E’ un punto di vista interessante, più difficile è adottarlo poi nella pratica. A dispetto di quelli che dicono che uno il destino se lo costruisce da sè, io credo che ci siano cose che non possiamo evitare, e in quest’ambito può rientrare il fallimento. Quindi, se non lo si può evitare o controllare, tutto ciò che si può scegliere è come viverlo, se lasciarci trascinare giù o provare almeno a capire che sta succedendo.
    D’altra parte però la storiella tibetana fa molto riflettere sul fatto che tutto è relativo, anche il fallimento. Voglio dire, cos’è il fallimento? Potrebbe essere diverso per ognuno di noi, a seconda di ciò che ci aspettiamo, di ciò che ci siamo riproposti.

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    1. Esattamente. Tutto è relativo, come il tempo, come la scala dei valori per ognuno di noi, come le priorità. Il problema è mantenere questa visione oggettiva e obbiettiva anche quando si vive e si è talmente presi dagli eventi da lasciarsi trasportare nei giudizi e nelle reazioni impulsive.Sono certa che però partire dalla certezza che ogni “cosa” racchiuda in sè due facce aiuti a rivedere l’assolutismo di cui la si ricopre. La storiella insegna e in effetti la vita spesso ce lo dimostra.

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  6. La storia del vecchio mi pare racchiuda tutto quello che c’è da capire. Ma io l’ho vissuto a mie spese: dalle esperienze sbagliate ho appreso molto più che da quelle in cui ho avuto successo. Io faccio tesoro di tutto e non mi dispiace essere diventata ciò che sono anche grazie ai numerosi fallimenti subiti.
    Viva i fallimenti, allora? Meglio evitarli, quello sarebbe l’ideale, ma visto che sembra impossibile nell’arco della vita, sfruttiamoli a favore dei miglioramenti che non arrivano mai a un traguardo. 🙂

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    1. Forse no sai Marina, non credo vadano evitati almeno quelli superabili. Le lezioni noi esseri umani le impariamo solo così e only the brave, ne sono sempre più certa. Chi impara da queste lezioni diventa davvero più forte.

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  7. Ciao Nadia! Arrivo qui dopo avere letto la tua intervista sul blog di Marco Freccero. Hai scelto un brano molto interessante ed educativo, tratto da un tipo di testi che io ho sempre in corso di lettura (di solito porto avanti insieme un romanzo, un saggio di argomento spirituale e un extra, come poesia, manuali di scrittura oppure racconti di viaggio). E’ molto vero: i colpi arrivano, e saper trovare l’insegnamento che contengono per lavorarci sopra è una grande dote, a cui ci si può addestrare. Basta non restare fermi dove ci si trova, perché spesso c’è la rinascita dietro l’angolo. 🙂

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    1. Ciao Grazia, benvenuta. Marco fa fare sempre bellissimi incontri, nel nostro caso un re-incontro visto che fai parte della squadra di Buck.
      Credo che la nostra società abbia assoluto bisogno di capire che non tutti si può sempre farcela e che anzi dietro a un fallimento ci sia la lezione utile alla crescita da mettere in pratica la prova successiva. Da sempre ho l’opinione che se tutto scorresse facile il rischio sarebbe quello di prendere sotto gamba la vita. Imperdonabile. La vita va innanzitutto rispettata.

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