Intervista a Marco Freccero

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Chi ho deciso di intervistare oggi è Marco Freccero.

Uno scrittore noto al web per il suo canale you tube, per i video originali, per il suo interessante blog e per le sue opere letterarie. Ha infatti scritto “Non ho mai capito niente” e “Cardiologia” nella visione d’insieme di un mondo in cui le erbacce non sono esattamente l’erba da estirpare, ma una metafora dell’uomo odierno. Non soddisfatto delle precedenti opere per completare il quadro ha scritto il terzo, chiudendo La trilogia delle erbacce.

Benvenuto nel salotto virtuale della Curiosa Impertinente a dare inizio ad un 2017 ricco di novità interessantissime.

Leggere il tuo nuovo libro “La follia del mondo” mi ha inevitabilmente smosso molte emozioni. Tu non sei quello che si dice uno scrittore che addolcisce il boccone, ma anzi. Hai la caratteristica di svelare però il punto di vista dei personaggi attraverso il loro racconto, loro non tuo, perché pare tu sia semplicemente colui che scrive ma non crea. Colui che da bravo amanuense riporta i fatti così come sono senza opinione e giudizio. Concordi?

Concordo su tutta la linea. Cerco di mettermi al servizio della storia, e siccome non so mai cosa accadrà nella pagina seguente, né conosco il finale, questo mi permette di osservare con distacco le vicende dei personaggi. Non ho messaggi o ideologie da vendere. Ma mentre scrivevo questa risposta, mi sono reso conto che, sì certo: io scrivo come un amanuense. Ma l’opinione e il giudizio c’è eccome. Basta leggere le storie che racconto per capire sia l’una che l’altro. Decidere di «inseguire» una storia per vedere come va a finire, presuppone opinione e giudizio. Una visione delle cose. Inoltre, non è mai possibile riportare i fatti «così come sono». Il mestiere della scrittura impone sempre la sottrazione, per esempio. Ci scrive deve avere come amica non la tastiera, ma l’ascia. Io ho una visione delle cose, e immagino sia chiara.

Sei un savonese, cosa che mi rende fiera di appartenere per nascita alla stessa città. Savona si respira in ogni racconto e non solo in questa antologia. Il fatto che tu la preferisca a location più fantasiose o lontane o straniere è dovuta alla ragione che è meglio scrivere ciò che si conosce bene e vive ogni giorno o al fatto che questa città tu l’hai nel cuore ?

Io non amo viaggiare, e quindi non sono mai stato da nessuna parte. Mi sembra naturale ambientare le storie vicino a me, in luoghi che conosco. Questo mi permette di essere più attento a quello che hanno da dire e da raccontare i personaggi. In un certo senso, l’ascolto è più «facile»: non devo crucciarmi a verificare vie o piazze (anche se chi scrive fa un po’ quello che vuole, con i luoghi. Se voglio far crollare la Torretta, la faccio crollare). Mi occupo della storia, e già questo è abbastanza complicato.
Savona mi pare uno scenario molto indicato per raccontare storie: con una grande passato alle spalle (che non conosce praticamente nessuno), con un’identità andata in pezzi (città dell’industria siderurgica, degli anarchici: il più famoso poeta dialettale di Savona, Giuseppe Cava, era anarchico, almeno in gioventù), è in grave crisi e senza grandi prospettive di riscatto. Non che io sia sadico, sia chiaro: ma è il luogo che ti permette, se ne hai voglia, di osservare meglio l’umanità. Quando vivi in difficoltà, quello che sei davvero emerge con chiarezza.

Racconto dopo racconto, lo spaccato di realtà che ne viene fuori rivela una società frantumata con situazioni davvero rasenti alla follia che invece sono pura normalità. Leggerli è come un non dimenticare che tutto questo è innaturale ed ingiusto. E’ anche questo il tuo intento?

A me interessava, e interessa, ricordare che siamo tutti degli sciagurati. Come ho già detto in precedenza non lancio messaggi, vorrei solo rammentare a ciascuno di noi quello che siamo. Anche se noi crediamo di essere chissà chi perché «leggiamo» oppure «viaggiamo», e quindi dovremmo avere la mente aperta. In realtà abbiamo costruito una realtà che sa soltanto ignorare. Ignorare chi? Le erbacce: coloro che per colpa loro o di altri, finiscono ai margini e perdono ogni diritto di cittadinanza. Non sono fiducioso: non credo che i libri possano salvare la vita, anzi. Con meno libri non avremmo avuto Dachau. Mi piace immaginare che queste storie siano come semi, gettati in un terreno che si fa sempre più freddo e duro. Forse, qualcuno li troverà, e deciderà di dar loro una possibilità. Una nuova vita. Forse no. Ma dipende da lui, io di più non posso e non so fare.

Essendo l’ultimo capitolo di una trilogia mi viene da pensare che tu abbia concluso con questa visione particolareggiata del mondo precario del lavoro e dei sentimenti che vive la nostra epoca. Temi che entrano prepotentemente nella quotidianità di ogni famiglia. E’ questo il motivo che ti ha fatto scrivere non una, ma ben tre raccolte che ne parlano?

Quando ho iniziato a scrivere le storie della Trilogia delle Erbacce non pensavo a una trilogia. Dopo mi sono detto che potevo provarci, per raffigurare in maniera più precisa e completa uno spaccato di questo mondo. È stato importante scriverlo per un mucchio di ragioni, ovviamente. Soprattutto perché mi ha consentito di tracciare i confini del mio mondo, poi di scavare le fondamenta del mio edificio, e infine di erigerlo. Chissà però cosa arriverà dopo…

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Ora come al mio solito ho diverse curiosità legate alla tua ultima opera.
Quanto tempo hai impiegato a scriverla?

Direi circa un anno. Avevo terminato «Cardiologia», e quasi all’istante avevo delle ombre che chiedevano udienza. Era successo la medesima cosa dopo «Non hai mai capito niente». Alcune di queste ombre, di questi personaggi, non vengono alla luce perché o non sono abbastanza bravo, oppure perché non reputo interessante quello che contengono. Ho sempre cercato di raccontare storie simili, sì; ma anche e soprattutto di alzare l’asticella, di provare a mostrare punti di vista un po’ diversi.

La prima stesura del tuo racconto allo stato embrionale è simile a quando la leggiamo con i dovuti ritocchi perfezionisti, o molto distante dal risultato finale?

A volte sì. Il racconto «L’appartamento al mare» è stato abbastanza semplice e veloce da scrivere (veloce per modo di dire, certo). Altri, come «Nelle piccole come nelle grandi cose» ho dovuto rifare l’incipit, anzi, l’ho cancellato e ho preso un paragrafo che all’improvviso mi è parso perfetto per iniziare la storia, e quello è diventato l’incipit. In «Le luci della festa» ho segato un pezzo piuttosto lungo verso la fine. Se sento che c’è qualcosa che non gira, taglio. È come il motore di un’automobile: un racconto ti deve condurre distante, e il suono che deve produrre deve essere pulito, robusto, senza sbavature o strani rumori. Io cerco di lavorare così, e spero di riuscirci.

E’ per te più complicato scrivere, correggere, tagliare o pubblicare?

Chi scrive deve essere amico dell’ascia. Scrivere, correggere o tagliare non mi preoccupano molto. Pubblicare è ormai abbastanza semplice e veloce. È sul marketing che devo lavorare!

Leggendolo ho percepito tantissimo dolore. Un dolore di quelli asciutti che penetrano dentro e sotto la pelle per dare una scossa. E’ la tua intenzione? Scuotere il lettore presentandogli la realtà nuda e dura e farlo riflettere perché non diventi il tuo prossimo protagonista?

Diventeremo tutti erbacce! Dappertutto vedo un sacco di persone che si agitano con l’intenzione di rendere migliori gli altri. Ma non vedo mai compassione, ma finta umanità che ben presto si svela essere odio per chi non si adegua. Quello che sfugge è che l’essere umano sceglie con consapevolezza di andarsene al diavolo, e quello che forse (forse) lo può fermare non è certo il pubblico disprezzo o l’emarginazione. Bensì la compassione (e riscrivo: forse).

Hai scelto per titolo di questa raccolta il titolo di uno dei racconti. “La follia del mondo”. C’è una motivazione particolare in questa scelta o si tratta semplicemente dell’emblema che più di tutti rappresenta questa epoca fatta di assurdità, capovolgimenti che di umano non hanno nulla?

In origine volevo intitolarla «Periferie», ma ben presto mi è sembrato un titolo debole, e l’ho scartato. Ho puntato la mia attenzione sui titoli degli altri racconti, finché «La follia del mondo» mi è parso il più indicato. Il racconto che tu citi è assurdo perché la protagonista non capisce davvero cosa succede, e cosa le accade. Per un po’, pare aver capito che deve farsi da parte, e in un certo senso assimila la lezione. Però, dopo poco, e senza avere la possibilità di una vera consapevolezza (sai cosa le succede, ecco perché non ne è davvero consapevole), ecco che la realtà del mondo emerge in tutta la sua forza e ogni cosa precipita. Ed è una realtà che si basa sulla follia. Per questo c’è il racconto del vecchio nel bar: per indicare quanto ci si è allontanati dalla propria umanità. In guerra si era disposti a morire per evitare una strage, in pace ci si gira dall’altra parte.

Ora sarò molto impertinente, ma davvero sono curiosa di conoscere alcune cose del Marco celato sotto lo scrittore così scevro di ottimismo. Perché non concludi mai un tuo racconto con un bel finale, non dico un vissero felici e contenti a cui nessuno crede, ma almeno avvicinarcisi un po’?

Lo scrittore statunitense Cormac McCarthy afferma che si scrive perché si è verificata una tragedia. Senza volere a tutti i costi essere pessimista, io scrivo quello che scrivo proprio perché molte persone chiedono a gran voce di essere divertite. Benissimo, ribatto io: da me non avrete nulla del genere. Ma non perché dovete soffrire e soffrire ancora. Ma perché uno sguardo che non si volge alle erbacce, che non si avvicina a esse con compassione, è uno sguardo più prossimo a Dachau e ai gulag di quanto si immagini. Per me l’urgenza è questa, e temo che siamo ormai fuori tempo massimo. Ma non importa.

Tu credi nella felicità?

No. Sorpresa? Scommetto che te l’aspettavi. Io credo che quando sarò morto sarò felice per l’eternità, quindi pago volentieri il prezzo che mi si chiede. Non credo però nemmeno nella giustizia, ma provo, e ripeto: provo, a celebrare il mistero dell’essere umano. E anche la sua bellezza.

Mi è venuto spesso da pensare che la vita ti abbia deluso in più di una occasione per lasciarti solo la visione realistico-pessimistica. Parli di ogni sventura che può capitare nel corso dell’esistenza alle persone, delle casistiche che ognuno di noi sente in cronaca quotidianamente. Sintonizzi mai canali diversi che raccontano di chi nonostante tutto ce la fa?

Certo che mi ci sintonizzo. Però ritengo che in una società che celebra i forti, i potenti, i vincenti, chi racconta storie debba andare controcorrente. E non per il gusto di fare il bastian contrario. Ma se una società non guarda negli occhi le erbacce, temo che sarà sempre più folle e feroce. E mi pare che vada in quella direzione. Sono ottimista sul lunghissimo termine (per esempio: i prossimi 1000 anni), ma nell’immediato, e a medio termine, non lo sono affatto.

Ho letto che nella vita hai fatto un sacco di esperienze lavorative in tantissimi campi. Questo ormai è la prassi visto che la precarietà e la mobilità sono costanti del mercato, quindi quando scrivi di lavoratori e delle loro esperienze abbracci una realtà condivisa e vissuta da una grande fetta della popolazione. Hai attinto alla tua personale esperienza per i racconti o ti sei basato sulla fantasia?

In parte sì. Ma questo non significa che siano storie autobiografiche. E lo scrivo proprio perché di solito le persone, chissà perché, hanno questo bisogno quasi morboso di sapere se è autobiografico. Ma è irrilevante. Anzi, credo che il bisogno delle persone di sapere cosa c’è di autobiografico, dimostri di non conoscere bene il senso della narrativa. Siccome di solito chi scrive «inventa», allora si può fare spallucce, mentre se è «autobiografico» allora è un altro paio di maniche. No: una storia inventata di sana pianta è pura realtà. Chi scrive storie insomma, ha i piedi ben piantati sulla terra. La scrittura, per come la vedo io, non è fuga nel mondo dei sogni, ma ritorno alla realtà.

Come è mia abitudine fare ho preso appunti, leggendo. Ho via via segnato frasi che mi hanno colpito e che, anche da sole, sono in grado di fare riflettere. Le riporto qui di seguito:

Esseri viventi destinati all’estinzione perché non erano in grado di adattarsi. 

Eravamo una razza diversa dalla loro. Eravamo lavoratori.

Qui devi pensare solo a una cosa: lavorare. La rabbia è un lusso che non ti puoi permettere.

Quando sei grande ti dai da fare cerchi un lavoro, t’inventi qualcosa; se sei piccolo pensi. Taci, e pensi.

Aveva un sacco di cose da dire, ma erano in gran parte sbagliate, oppure stupide. Ma lui quello era, e nient’altro.

Lasciò che il silenzio riempisse ogni spazio.

Un difetto si può perdonare; due, sono al di là di ogni capacità umana.

Ho voluto dedicare spazio a queste frasi che estrapolate dal loro contesto continuano lo stesso ad avere molto senso. Perché sono vere ed essenziali come il tuo stile. E’ questo che cerchi con la tua scrittura, di arrivare al nocciolo?

Sì, esatto. E il nocciolo è l’essere umano, il suo mistero. Ormai c’è questa ideologia di moda, e secondo essa non c’è alcun mistero, e quello che non si spiega, sarà spiegato molto presto, basta avere pazienza. È una vecchia guerra tra realtà, fatti; e idee, o meglio ideologie, che troviamo per esempio nei romanzi di Dostoevskij. Solo che lo scrittore russo non poteva prevedere lo sviluppo tecnologico, la sua accelerazione, ma aveva comunque compreso che una certa scienza avrebbe volentieri accettato l’incarico di illudere le persone. Di far credere loro che è tutta una questione di geni, cromosomi, e che una volta compreso il meccanismo del loro funzionamento, tutto sarebbe stato più chiaro. Tutto è spiegabile secondo una certa scienza, quindi tutto è soggetto a essere migliorato. Ma migliora solo quello che vuole migliorare: e se non lo vuole? Quello che molti non vogliono capire è che l’essere umano è libero, e sceglie consapevolmente di andarsene all’inferno.

Può sembrare ti abbia provocato, o intenzionalmente dipinto come un narratore negativo, ma in realtà essendo il secondo libro tuo che leggo sono rimasta di nuovo colpita. (“Cardiologia” lo leggerò a breve.) Sei molto bravo e coerente. Dotato del giusto cinismo letterario per descrivere con dovizia di cronaca i fatti e i personaggi come realmente sono e in più a creare un varco per osservarli nel mentre. Almeno questo è ciò che è accaduto a me.

Potrei replicare affermando che se fossi davvero negativo, non scriverei! Ed è proprio così, in realtà. Chi non ha speranza non scrive e non legge nemmeno. So che alla fine tutto andrà molto bene, ma il «come» arrivare a quella fine, mi preoccupa.

Per concludere vorrei volgere uno sguardo al futuro. So che stai valutando il cartaceo della trilogia delle erbacce e so che hai altri progetti in atto. Ce ne vuoi parlare?

Ho intenzione di preparare la versione cartacea della Trilogia delle Erbacce, sì. Non so ancora quando sarà pronta, ma immagino che non ci vorrà moltissimo. Desidero far arrivare a più persone la mia Trilogia delle Erbacce, e molti sforzi saranno dedicati a questo, durante il 2017. E poi mi sto incartando nel progetto IOTA: di che si tratta? Vorrei saperlo pure io. Se vedrà la luce, e il «se» non è affatto una posa, apparirà verso la fine del 2018, non prima. Si tratta quindi di un lavoro un po’ più complesso, certo, e non di racconti. Un romanzo? Diciamo di sì. Sarà ambientato a Savona? Certo, e dove altrimenti? E il succo? Il tema centrale? Vorrei saperlo. Ho una mezza idea di come fare, ma non so se sono in grado di riuscirci. Ci saranno un bel numero di personaggi…

Non so voi, ma io che lo conosco dopo averlo letto lo trovo uno  scrittore interessante da scoprire, seguire e valorizzare. Come? Scaricando i suoi libri, soppesando le storie, regalandogli una recensione, dimostrandogli che ha scatenato emozioni come un turbine e spingerlo a portare avanti gli altri suoi progetti. Intanto se avete ancora voglia di leggere date un’occhiata qui alle recensioni ricevute e ascoltate il video messaggio. E’ una chicca tutta per voi!

Grazie Marco!

18 pensieri su “Intervista a Marco Freccero

  1. Io sono un fan di Marco già da un po’, per cui non potevo che leggere non interesse questa bella intervista.
    Brava Nadia a proporre domande azzeccate e bravo Marco. Aspetto con ansia i cartacei, sono certa che la tua trilogia vissuta anche come oggetto avrà un valore aggiunto di non poco conto. E poi così potrò finalmente regalarla agli amici. 😉

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  2. Cara Silvia non vedo l’ora anche io di poter avere i cartacei in mano, mi immagino un bel cofanetto da sfogliare più volte, da rileggere per radicare meglio i piedi in terra. Marco ha tutto quello che manca a me, il realismo! Due copie le ha già vendute sulla fiducia, ma sono certa non solo due.

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    1. E io ti ringrazio ancora.
      Però adesso basta con tutta questa felicità e ringraziamenti. Altrimenti rischiamo di non essere presi sul serio. Dovremmo ubriacarci (ma non mi piace il vino); litigare (però sono pigro); quindi? Quindi ci mancano le basi per essere presi sul serio. Temo che non saremo mai degli autentici scrittori! 😉

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  3. Approfondimento ricchissimo, che ho molto apprezzato, visto che sto terminando in questi giorni La follia del mondo. I racconti di Marco ti scuotono dentro, non passano inosservati da nessun punto di vista. E Nadia come sempre ha colto con sensibilità molti punti interessanti, in particolare mi ha colpito molto la frase “Scuotere il lettore presentandogli la realtà nuda e dura e farlo riflettere perché non diventi il tuo prossimo protagonista”… direi una sintesi molto emblematica 🙂

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    1. Anche tu alle prese con “la follia”, bene, bene. E’ esattamente quello che ho pensato mentre leggevo. Mi sono sentita scuotere e dentro mi è nato forte il pensiero. Marco ha il potere di scuotere senza fronzoli e senza balsamo. E’ davvero bravo.

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  4. Bella intervista Nadia e bravo Marco. Io ho letto i primi due libri di racconti (la raccolta “Non hai capito niente” a fine 2014!) arriverò anche con la follia del mondo quest’anno. Nadia con le sue interviste impertinenti fa dei bellissimi approfondimenti.

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    1. Grazie ma i complimenti vanno tutti a lui che li merita davvero. Sospettavo avesse un mucchio di fans e mi auguro che tutti lo abbiano letto e seguito con piacere in questa intervista come te. Vorrei che le sue vendite gli trasmettessero quel realismo tendente all’ottimismo.

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    1. Felice di averti mostrato un volto maschile della scrittura di oggi. Marco è molto interessante. Scevro da frivolezze di mercato è coerente con se stesso e la sua visione della realtà. Originale e meritevole di raggiungere il maggior numero di lettori. Mi fa davvero piacere se sarà una bella scoperta anche per te.

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  5. Condivido molto delle tue idee circa la follia del mondo attuale, però non riesco ad essere negativa, la speranza è pur sempre l’ultima a morire.
    “Io vorrei essere un rassegnato, ma non posso. Quand’anche riuscissi a diventare un arciricchissimo e vedessi con sicurezza l’avvenire mio e della mia famiglia, io continuerei ad essere sempre un ribelle.” Gaetano Salvemini, 1898

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    1. Qua si tratta di scegliere a priori come vivere la vita, io senza ottimismo e speranza sarei a terra. Ma c’è chi invece si rafforza di realismo e osservando la realtà e decide poi se meriti sperare o meno. Certo guardare il telegiornale non lascia grandi spazi a riguardo, ma leggere i racconti di Marco lascia invece la porta aperta, la speranza non ce la toglie.

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