Reportage dal mio luogo del cuore

Torcia, telefono, macchina fotografica, batteria di riserva, cambio, viveri, guanti, chiavi, stivali.
Vestiamoci pesante, fa freddo. Pronta a partire. Ho fatto tutto? Salutato i bambini? Detto che torno? Ci hanno creduto? Ci credo io?
Ho spolverato. Sveglia alle 5 con turbine dentro. Ogni cosa al suo posto. Albeggia. Caffè preso, zaini pronti, micropile indossato, thermos pieno. Speriamo ci sia il sole. Calmati mi dice lui che sente la mia inquietudine, non sei sola. No ma dentro  sprofondo da sola. Grazie per esserci sempre. 
Chiudo la porta e iniziamo la giornata. Si macinano chilometri, per strada si incontra tutti, anche papà che in auto vorrebbe fumare. No, ti prego odio quel vizio.
Picchi di montagne ci osservano. Siamo una carovana. Un cielo terso e gelido ci attende. Blocco, lascia passare. Vorrei vedere tutto da lontano, sentirmelo raccontare invece assaggio lo schiaffo di aria di dicembre. No, è il 30 di novembre. Fa freddo uguale, il terreno ghiaccia o è brina: scricchiola, soffre, è il suo lamento. Piaggia ci aspetta, illuminata dal sole, bella nella sua estrema semplicità. Arriviamo.

15230681_1261794820549892_4355672225483967936_n.jpg

Risuona insistente la sua voce. Come un’eco in un’onda che rimbalza tra i ricordi e la realtà. La forma retrò del jukebox. Il tac della moneta che scende. F12 e parte. “ Siamo i ragazzi di oggi, zingari di professione…” Una reazione a catena che innesca a cascata emozioni intense. Pelle d’oca. Tutti nel bar di Roberto. Chilometri a salire, curva contro curva. Qualcuno urla: “Ce lo meritiamo un gelato?” “ Io ho i soldi solo per un ghiacciolo.” La cascata riavvolge il resto del film della mia gioventù. Era la nostra favola. Libertà, gioia, vacanze, gruppo, aria pura, pantaloni rotti, bici senza freni, piccoli flirt, amori non ricambiati.

15284156_1261794480549926_7397292684860071764_n.jpg

Passo dopo passo abbiamo superato quella che i telegiornali di tutta Italia hanno definito Zona Rossa.
E’ franata una montagna, quasi. Un paese diventerà fantasma, sempre non finisca prima in cumuli nel fiume. Il greto del torrente già devastato aspetta. Un altro paese lo guarda e pare lo voglia trattenere, raccogliere o seguire. Sono la cornice di quella favola.
Siamo una fila. Stanca, straziata. Di gambe, di scarponi che si avventurano in religioso silenzio lungo un percorso che sa di fine. Fine di una certezza, di un’abitudine.

15253560_1261794473883260_6865390461225707756_n.jpg

Mio padre lì c’è nato, ha visto aumentare il numero delle case, diventare famoso il paese all’ombra della località sciistica e poi di nuovo solo. Uno tra gli ultimi a conservarne i segreti. E’ sempre stato il suo nido. Il caldo guscio in cui svuotare lo stress di una vita di corsa. Centinaia di chilometri per raggiungerlo ogni fine settimana, su una strada tortuosa. Una strada che ora non esiste più.

15304248_1261794830549891_1166263859023760209_o.jpg

Qualche tempo fa mi offrirono di scrivere un racconto per regalare speranza dopo il terribile terremoto che ha sconvolto il centro Italia, ed io in un moto di empatia, immedesimata nel cane dell’unità cinofila dei vigili del fuoco ho iniziato a scavare, scrivendo. E Chiara, quel cane, vivrà in eterno tra le pagine di Buck e il terremoto.
Oggi vorrei raccontare di un’aquila, l’animale che adoro in assoluto, che rappresenta queste montagne, che simboleggia noi montanari. Vorrei raccontare delle sue ali immense, delle sue piume giganti, del suo gioco sulle correnti ascensionali, del suo volo curioso. Ma sto camminando per arrivare dentro al cuore del mio nido e come lei sto galleggiando. Sulle emozioni e paure che mi frani sotto il terreno, che la montagna mi tradisca. Non sarebbe mai dovuto succedere, non doveva succedere. Mentre mi avvicino quel rapace sta lì dove l’ultima volta lo abbiamo salutato. In alto a sorvegliare quel che resta. Hai visto? Mi fa cenno con la testa, la voce è rotta.

I ricordi mi corrono dentro mescolandosi ed ingarbugliandosi. Sono troppi i pensieri, le angosce. Io bambina che corro con le ginocchia nude rotolando e rialzandomi credendo di essere Heidi. Io che scendo le scale della chiesa per sposarmi. Io che ballo come una matta nelle sere di festa facendo tardi. Io che mi perdo nel bosco e poi torno carica di funghi velenosi convinta di aver trovato porcini. E poi noi che “la notte si va al cimitero, avrai mica paura?” e “lo si salva quel cane che maledetti hanno portato a perdere!”; “sì che la racconto una bugia e stasera si fa capodanno in venti in una microcasa e si dorme tutti insieme.” ; “l’acqua del Tanarello è gelida ma i piedi li bagno lo stesso” e “ ho deciso lo ambiento qui il mio primo libro”.

Una distesa di fango mi cattura il resto dei pensieri. Li blocca, li asfissia. Altri come me più adulti, più uomini, più esperti, hanno gli occhi lucidi ed il cuore in gola. Fa paura. Deglutiamo silenzio. Quel rigurgito di montagna ha sconvolto la nostra monotona abitudine di casa. Come una macchia incancellabile ha marchiato il suo passaggio. La paura mi invade. C’è da scavare, forse è pericoloso. C’è da piangere. La casa è di mio padre, la sua fatica, i suoi sacrifici, gli scavi, le giornate, i soldi. So che per lui ogni centimetro ha un valore, quella porta divelta è una coltellata. Quel fango invasore un ospite indesiderato. So che ha rabbia, impotenza e paura. Non lo dirà mai. Al diavolo gli esce, ma il diavolo gli è dentro.

Siamo formiche, invasate di essere giganti. Siamo ingenui creduloni di avere voce in capitolo.

Vorrei essere l’aquila che vedevo ogni mattina mentre da quel terrazzo fermavo i miei pensieri sul computer. Ciao chi passava di sotto. Non tornate tardi ai miei figli di corsa sempre a caccia di amici. Un attimo mamma mentre spedisco la mail all’editore. Fa caldo giù amore? al telefono con il mare dove ha scelto di scoppiare la torrida estate. Siamo pronti per la festa, sarà una meraviglia in giro per il paese urlato ad ognuno che incontro. Facciamone uno più grande a mia figlia che prepara con me i manifesti da appendere.
E’ un sogno che si infrange. Nulla sarà più come prima. Ho voglia di scappare. Quel posto mi fa paura. Ma devo entrare e controllare e uscirne.Qualcosa lo devo salvare.

Le domande non trovano risposta. Perché è successo tutto questo? Nessuno lo sa. La pioggia, il clima, la natura, l’imprevedibilità della vita. Non mi basta. Tu chi sei per volerlo sapere? Qualcuno che ti amava. Amami lo stesso. Non posso, non sei più tu. Nemmeno tu sei rimasta la stessa, dalle ginocchia nude. E’ vero. E allora che vuoi? Risposte, certezze. Riportare indietro l’orologio. Di quanto? Di tanto, di anni, ritornare bambina, rivivere tutto, ancora una volta. E non piangere, mai. Non si può, lo sai. Trattieni i ricordi, annusali, liberali, vivili. Vivo.

E’ ora di andare. Fa presto a venire buio, qui non si può fare più niente. Mio padre è stanco, ci sono chilometri da macinare nei sentieri al ritorno. Non c’è più niente da fare e vedere.
Addio, mentre giro lo sguardo oltre la strada. Forse arrivederci.
Papà che dici torneremo? Non lo so, la montagna non mi aveva mai tradito così. Sì torneremo, in tanti. E’ una promessa. E sarai lo splendore che eri. La favola che in tanti vogliamo raccontare. 

15241336_1261825393880168_2931266161387623812_n.jpg

Tutto ciò che avete letto è verità. Le foto sono la magia che un fotografo artista francese (Didier) sa fare con un click. Noi siamo ogni ruga che portiamo, ogni lacrima che è scesa e tutti quei sorrisi che da oggi in poi ci faranno sperare ci sia un dopo. Brindiamo alla vita. Sempre.

10 pensieri su “Reportage dal mio luogo del cuore

    1. Grazie, hai ragione un incanto di certezze da tempo immemorabile si è rotto e la colla dentro ai pensieri non aggiusta i cocci, ma la cosa che più mi ha colpito è stata l’assistere un mondo intero trasformarsi, come se avessi preso parte ad una nuova era geologica in atto. La consapevolezza che nulla è per sempre.

      Liked by 1 persona

  1. Pingback: Il sapore della solidarietà – svolazzi e scritture

  2. Pingback: Il sapore della solidarietà - Nadia Banaudi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...