I verbi secondo Nadia: empatizzare tempo innato

Empatizzare verbo innato.jpg

Questo è l’ultimo verbo di cui tratterò.

Ho parlato a tutto tondo di molte cose in cui credo ed è venuto il momento di lasciar depositare i pensieri per dare spazio ad altro. Infatti il mio libro ora avrà tutta la mia attenzione.

I libri, mi correggo, perché con vero piacere mi ritrovo anche con un racconto nell’antologia di Buck e il terremoto. Parlare dei libri in questo post dedicato al verbo pare strano, ma tranquilli non lo è.

Empatizzare.

Questa volta il mio antico vocabolario non mi viene in soccorso. La parola non esiste. Forse un neologismo coniato dopo la pubblicazione del volume? Per appurarlo mi giro su internet e al primo posto trovo a caratteri cubitali: In psicologia, la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva. Nella critica d’arte e nella pubblicità, la capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato a immedesimarsi. Allora esiste. E’ su internet.
Però non tutto è corretto, non è un neologismo infatti scopro che: la parola deriva dal greco “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico. La capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore; “sentire dentro”. ( fonte wikipedia)

Empatizzare è proprio sintonizzarsi sulle emozioni altrui e percepirne forte l’intensità. Dicono sia un’abilità sociale, strumento di base per la comunicazione interpersonale gratificante. So per certo che a molti non piace sapere di venire smentiti da chi sta davanti o letti nelle emozioni, e no questo non aiuta ad aprirsi di più. Frena. Quindi chi è empatico evita di raccontarlo.

Lo ammetto, il discorso sfocia quasi nel mondo del sovrannaturale e fa storcere il naso a chi ha bisogno di asserzioni inconfutabili. Esiste comunque la comprova scientifica.  Per gli studiosi del settore, e mi riferisco ai neurobiologi, entrano in gioco i neuroni specchio capaci di comprendere i segnali emozionali espressi dal linguaggio del corpo e non solo. Un mix di condivisione, percezione e decodificazione altrui in maniera istintiva e naturale. Quello che nel medioevo avrebbero definito stregoneria o magia. Oggi invece consolidata come capacità.

Empatici lo si è un po’ tutti, almeno chi non è dispatico, il suo ovvio contrario (la persona incapace di condividere sentimenti e sofferenze altrui). Lo sono almeno coloro che offrono la propria attenzione, mettendo da parte preoccupazioni, preconcetti e pensieri personali.

Mi fermo un attimo a riflettere sul mare di informazioni fin qui esposte. Come per la resilienza sarebbe bello l’umanità scegliesse di vestirsi anche di empatia o comunque imparasse a coniugare bene questo verbo. Al presente, passato e futuro. Ne parlasse senza timore non temendo di biascicare stupidità. E sì, perché quando si toccano temi in cui nulla è materialmente dimostrabile scatta la caccia alla follia.

Invece follia non è, dare spazio alla parte emotiva che compone l’essere umano in percentuale da superare quella fisica. Sì esattamente. Il peso dei sentimenti di gran lunga batte la mole di ossa, muscoli e ciccia.

Quanto è grande il dolore? Immenso. E l’amore? Incommensurabile.
Quanto è bello parlare con il cuore con qualcuno che evita di giudicare, si pone con sincero interesse ed è in grado di ascoltare, comprendere e rispettando aiutare?
Ora capiamoci bene non voglio esagerare, ma solo empatizzare.
In un libro, uno dei tanti che ho nel cuore (… E venne chiamata due cuori di Marlo Morgan) la scrittrice, protagonista della storia, vive a stretto contatto con una tribù di aborigeni australiani e impara immersa nella natura a fare uso di quelle che consideriamo stravaganti bugie. Empatia e telepatia. Doti dell’essere umano, innate (ma solitamente inutilizzate) quando libero da preoccupazioni e a contatto con le sue stesse radici. Un po’ come l’eremo per il mistico o la felicità per le persone comuni, che in quello stato di grazia trovano affinità piena con l’universo.

Scrivere non è altro che entrare nelle energie sottili dei personaggi, che metaforicamente sono reali ed hanno corpo e mente concreti. Scrivere racconti, storie o romanzi è empatizzare con le problematiche del mondo, trascriverle su carta cercando di far sobbalzare di emozioni il lettore.

Ecco a cosa mi accingo.

A darvi empatia.

In un libro, una raccolta di racconti lunghi dove le donne nelle meravigliose sfumature di cui sono dotate vi sveleranno parte dell’universo femminile.

Nell’altro di cui sono coautrice insieme a nomi ben più famosi, una raccolta di racconti il cui fine è la beneficenza, dove la speranza aiuta a credere nella parte buona del mondo.

Empatizzare.

Scrivendo e leggendo perché il filo è steso, un capo è mio l’altro è vostro.

A presto, è una promessa.

empatia

11 pensieri su “I verbi secondo Nadia: empatizzare tempo innato

  1. Tiziana

    Sei una persona empatica, è certo. L’empatia ti mette in contatto con gli altri, senti ciò che l’altro prova. Una sensibilità all’ennesima potenza. La resilienza come stile di vita non è semplicissimo. Dopo grosse cadute, non tutti reagiscono in maniera positiva affrontando, anzi trasformando un qualcosa di brutto in positivo.
    Sono resiliente ed empatica. Oggi mi accomodo su queste parole.
    L’empatia ti aggroviglia un po’ lo stomaco, perché in base a quanto sei empatico, senti e percepisci gli stati d’animi altrui.
    Dalla resilienza ho tratto giovamento. Dalle sconfitte ho preso e ho rielaborato altro. Se ci buttiamo giù non servirà a nulla.
    Bel post.
    😊

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    1. Credo che imparare a conoscere come si è sia il primo grande passo verso l’accettazione delle emozioni. La mancanza dell’educazione emozionale secondo me è proprio lo scotto che si paga nell’essere se stessi.
      Mi piace pensare di aver imparato i miei limiti e conosciuto meglio quell’essere che mi vive dentro, amandolo. Il bello dell’invecchiare! Ed hai perfettamente ragione, cibandosi di quello che si prova e si pensa non ha assolutamente senso buttarsi giù.

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  2. Che cosa curiosa che come verbo sia mancante nei vecchi dizionari. Sono andata a controllare su quello che ho io e non c’è neppure “empatia”, pensa un po’.
    Comunque bellissimo post, hai detto cose molto vere e profonde. Io sono piuttosto empatica, ma non lo considero un dono, tutt’altro. Come hai detto tu, si evita di mostrarlo perché può dare fastidio. Però è un aspetto che nella scrittura aiuta molto, perlomeno a identificarsi con i personaggi, a coglierne le emozioni anche se non si è vissute in prima persona nella propria vita.
    Peccato che questa sia l’ultima puntata di questa serie! Spero solo momentaneamente 🙂

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    1. Non potevi farmi complimento più bello. La scrittura è il nostro modo di comunicare agli altri la percezione che abbiamo del mondo e sono certa che per quella frazione di tempo in cui veniamo letti anche gli altri diventano empatici se già non lo sono. E’ come se ricostruissimo un sottile filo di magia che ci fa sentire “fratelli” o “antichi” come l’anima che abbiamo dentro, ed è bellissimo. Benvenuta nel clan.

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  3. Essere empatici può anche rivelarsi un’enorme fregatura… Se condividi troppo i problemi degli altri, rischi di fartene carico prima dei tuoi, sommando ansia ad ansia. Dall’altra parte c’è anche chi si approfitta dell’empatia per trovare ascolto e consolazione alle lamentele continue, anziché cercare insieme una via d’uscita. L’empatico rischia il sovraccarico. Alla fine, non si può aiutare chi non vuol essere aiutato.

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  4. Mi sono messo a caccia, ed ho scoperto che empatia, usato come sostantivo, viene adoperato per la prima volta solo nel 1960 da Giuseppe Messina, che lo inserisce nel suo libro Parole al vaglio: una sorta di prontuario sulle incertezze lessicali; probabilmente non nella prima edizione, che è del 1954, ma in qualcuna successiva. L’editore è Signorelli, Roma. Il termine sembra derivare dal greco empátheia, che però significa ‘passione’, ‘affezione’; ed è un derivato di páthos. Insomma, è probabilmente un neologismo inventato di punto in bianco, ed essendo in origine un sostantivo si spiega il motivo per cui non esista il verbo. Strano però che nessun dizionario, se non i più recenti e innovativi, l’abbia inserito. Ad esempio nel Devoto-Oli del 2013 non c’è. Ho trovato il sostantivo empatia e l’aggettivo empatico, ma non il verbo.

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