I verbi secondo Nadia: cucinare verbo profumato e sopraffino

cucinare

Oggi vi porto in cucina. Esatto. Quell’ambiente tra il magico e l’incredibile dove semplici ingredienti diventano cibo e piatti da visione. Che la visione sia sogno o incubo, beh ovvio, dipende dal cuoco, dalla sua attitudine, dal tempo e dall’umore.

Wikipedia offre su un piatto d’argento il suo significato: dal latino coquere, “cuocere”, è un’arte sinestetica, il cui messaggio passa attraverso sapori, profumi, sensazioni tattili (consistenze, temperature), sensazioni visive e, in una certa misura, anche suoni. E già dopo questa frase si potrebbe pensare di aver detto tutto, ma al solito c’è ancora qualcosa in più.

Il mio modo personale di intendere il verbo.

Cucinare è un verbo coniugato, nel senso che non è single, ma ha a suo seguito una famiglia allargata. Se li elenco tutti i parenti riempio tre pagine almeno, quindi ne prendo in prestito solo alcuni, di tanto in tanto.

Vi porto a sfogliare un bel libro di ricette, di quelli di un tempo, senza foto e senza fronzoli, scritti sottili e precisi con la calligrafia di una volta che tiene viva l’attenzione e pare rievocare un passato destinato a restare immortale. Almeno nel piatto.

La ricetta è di quelle che hanno sempre successo, almeno a casa mia. La torta di patate.

Utilizzare un grosso contenitore, meglio se di coccio e capiente per contenere gli ingredienti e permettere di amalgamarli bene. (Piatto da due soldi)

Affettare finemente le patate crude a rotelle fini fini. Tagliare a rondelle regolari anche i porri crudi ed unire nel catino. In un piatto a parte, rompere le uova e sbattere con energia fino a che saranno un composto omogeneo. Salare a piacere. Grattugiare il formaggio ed aggiungere nel catino versandolo generosamente. Cominciare a mescolare con le mani le patate ed i porri cospargendo di latte e panna ed un cucchiaio di farina o più. Quando la consistenza sarà piacevole al tatto, e piuttosto liquida, ma né troppo molla, né troppo densa, salare e pepare a piacere. Stendere la pasta nella teglia di cottura avendo cura sia elastica e ben unta pronta ad accogliere il ripieno. Versare il contenuto del catino e ricoprire con la pasta restante. Bucherellare con la forchetta e con le mani unte di olio ed acqua salata, bagnare. Cuocere in forno avendo cura di non mettere troppa legna, ma se anche si strinasse un poco sempre buona sarebbe perché il liquido in uscita diventerebbe una crosticina gustosissima.

Ecco  che però la ricetta di nonna non prevede tante cose (legate solo a questo secolo): dosi dettagliate, forno elettrico, robot che affetti al mio posto e la pasta pronta briseè. A dire la verità non prevede neppure che le uova siano in un bric separate bianco da rosso o la panna nella confezione e si compri tutto al negozio o supermercato. Ma che dire non poteva conoscere l’evoluzione dei tempi. Lei aveva le galline vicino e la mucca nella stalla, l’orto a fianco, il formaggio fatto con le sue mani stagionato pronto da grattugiare, una dispensa di bontà… io compro gli ingredienti nello stato più naturale possibile, ma fingo di aver emulato i suoi sapori ripetendo come un rito magico i gesti.

Il gusto alla fine è buono e di torta non ne resta per il giorno dopo, ma certo nulla a che vedere con le cose prelibate di un tempo. Perché cucinare è questo. Trascorrere ore intorno agli ottimi ingredienti, ore nella preparazione affinché i tempi siano rispettati, i modi giusti, obbedienti alle tradizioni. Ma no, non è solo questo. È molto di più.

Mi torna in mente un personaggio splendido che ho avuto modo di conoscere ed ammirare. Libereso Guglielmi. Il noto giardiniere di Calvino. Durante la presentazione di un suo libro sulle ricette con erbe e fiori (la cui raccolta è mia passione) ha esordito ricordando che esiste un forte legame tra ciò che mangiamo e il nostro stato di salute. Madre Terra da millenni ci mette a disposizione fiori, frutti, piante, foglie e semi in grande quantità.

Quel libro trionfa in cucina con la sua dedica in apertura di pagina, dove mi augura che io possa vivere di un mondo di poesia. Che uomo! E non lo dico ora che il mondo piange la sua scomparsa, ma già allora mentre stringendogli la mano, lo ringraziavo per la sua saggezza condivisa con tutti.

Arriva anche da qui il concetto che cucinare è metterci il cuore.

Impastare è manipolare con amore. Le mani che mescolano e muovono fino ad ottenere una pasta morbida e profumata. Aggiungendo farina se al tatto manca elasticità. Come un musicista che accorda il suo strumento ascoltando più volte la medesima nota.

E poi farcire, cuocere, glassare.

Cucinare è fare arte. Onorando la materia prima come solo un buongustaio sa fare.

Avete presente le cucine di un tempo con pentole appese, mestoli intorno alla cappa, vapori odorosi che impregnano i muri, rumori delicati del sobbollire del sugo sulla stufa a legna, dello sfrigolare dell’olio in padella, il penetrante effluvio dell’aglio mentre sfrega sul pane prima di abbrustolire per cospargersi di pomodoro? Ecco vi è venuta fame? A me sì. E nostalgia, io una cucina così me la sogno.

Cucinare è assaggiare, aggiustando di aromi, interpretando i gusti dei commensali, inventando nuove accoppiate di sapori. Frullare, frollare, filtrare. Mantecare, rosolare, spolverizzare. Ungere, trifolare, stufare. Di quanti figli è dunque composta la sua famiglia? Innumerevoli, come i piatti che riesce a creare.

Cucinare è imbandire un pasto, un intermezzo, un pic nic, in grado di raccontare quanto il cibo possa gratificare occhi e gola, oltre che pancia e tasca.

E’ stato tra i primi giochi che ho fatto con i miei figli e nonostante sembrasse che una bomba fosse esplosa in cucina, ha sempre rappresentato un bellissimo momento. Cucinare insieme è condividere gusti, desideri ed istanti irripetibili. Che dire quando il lievito fa il suo dovere e gonfia a giusta misura la torta in un’esplosione di bontà? Ovviamente è la rappresentazione della magia.

Cucinare è sfamare. Se nel cibo c’è amore: corpo ed anima.E ancora una volta mi fa sentire ricca come la parte fortunata di un globo terrestre che non ha equamente diviso questo diritto e piacere e triste per chi invece ne sente la mancanza.

Cucinare è di certo un verbo profumato. Profumato o bruciato sta a chi ai fornelli si destreggia nel poco tempo a disposizione. Non raccontatelo a nessuno, ma spesso, mentre sui fuochi le tre padelle portano a cottura la cena, sul piano di lavoro il cellulare connesso con il web e il quaderno degli appunti (macchiato di cibo) mi fanno compagnia.

Dicono o no che le migliori contrattazioni d’affari si chiudono a tavola? E allora le migliori idee da scrivere vengono cucinando.

Non so voi, ma cucinare lo trovo davvero un verbo sopraffino. Per non parlare di gustare…

Qualunque ora sia a questo punto, buon appetito!

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11 pensieri su “I verbi secondo Nadia: cucinare verbo profumato e sopraffino

      1. Quando “cucina” mio marito, cioè due volte all’anno, usa un milione di ingredienti e tutte le stoviglie che ho nell’armadio. Poi mi ci vanno tre giorni a lavare piatti e cucina. Però i miei figli vanno avanti per una settimana a dirmi che le sue frittelle di mele sono molto più buone delle mie (e ci credo! sai che abbondanza di olio e burro??).
        Quindi, meglio che continui a “fare da mangiare” io. 😛

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        1. Quando cucina Riccardo, sempre e solo pesce, mi ritrovo in una vera e propria pescheria… però il gusto non si discute. I piatti nemmeno a dirlo toccano sempre a me, così come pulire cucina, bancone e pavimenti, ma le frittelle di mele di tuo marito le assaggio volentieri, potremmo sempre friggerle all’esterno!

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    1. Una volta si faceva sicuramente da mangiare, ci si sfamava. Oggi tra programmi in tv, corsi specializzati e tutto il parlare su cibo e alimentazione chi lo fa con tutti i crismi “cucina”. Però a tavola a gustare è davvero un bel momento, condivido, assolutamente non è poco!

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  1. Per fortuna sono di ritorno dalla crostata di zucca e amaretti, sennò mi tornava la fame 😉
    Eh, qui è dura. “Trovati uno che sa cucinare” dicevano. Ma se trovo chi lo diceva… Due galli in un pollaio non ce stanno, punto. E uno è fastidioso come Cracco e Bastianich incrociati… rischia di finire in brodo. 😉

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