I verbi secondo Nadia: ricordare e dimenticare, gemelli diversi.

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Ricordare e dimenticare

Due verbi. Due mondi. Modi diversi di vivere.

Riportare alla memoria che rispetto al rammentare sottolinea più spesso l’aspetto durativo dell’azione senza però escludere il significato di recupero, al contrario di lasciar cadere fortuitamente dalla memoria, omettere o trascurare. (cit. Dizionario Le monnier edizione del 1980)
C’è chi di indole è propenso a riempire la propria esistenza del primo verbo e chi del secondo. Dall’edizione del dizionario si capisce di quale categoria faccia parte e la colpa, se di colpa si può parlare, è dell’ambiente in cui sono cresciuta. Non è che sia nata in un mercatino dell’usato o una polverosa biblioteca (sigh. purtroppo!), ma a cavallo tra la vita di città e di paese, con una madre lontana chilometri dalla sua terra natale, da sempre persa nei ricordi di una bellissima e ruspante Sardegna, ed un padre talmente radicato nelle sue radici montane da essere annoverato tra i fondatori dello spirito brigasco. (Popolo di montagna legato al territorio delle Alpi Marittime e particolare idioma, tutelato dalla legge del 1999 come minoranza linguistica storica. )

Se respiri aria piena di “le nostre radici sono importanti e ci rappresentano” non puoi diventare sorda e fare finta di nulla. Soprattutto non riesci ad abbracciare il secondo verbo come un mantello e vivere dimenticando anche solo parzialmente ciò che può creare dolore. Perché ricordare è anche quello. Accettare la sofferenza che ne fa parte.

Inevitabilmente mi tornano in mente i libri della mia gioventù. Come Il diario di Anna Frank, L’amico ritrovato, Il sergente nella neve, Cuore, solo per citarne alcuni al volo. Tutti spingevano a non dimenticare. Certo non dimenticare gli sbagli, i sacrifici, i tormenti che hanno reso la storia pregnante di significato. Il passetto avanti è imparare e dopo averne fatto tesoro evolversi.

La storia a scuola è stata cosa noiosa, piena di date, battaglie, nomi e stragi. Chi veniva dopo aveva sempre le mani sporche di sangue del precedente. Che si trattasse di popolazione, stratega o civiltà. Eppure affascinava. Nella sua grottesca realisticità.

La storia insegna mi diceva sempre uno zio, centenario e perfettamente lucido. Lui che teneva infilata nella finestra del mobile la foto sua da bambino, per ricordarsi chi fosse e da dove venisse. Lui che prendendo in mano la sgorbia, intagliava al tornio il pezzo di legno raccontandomi di avere la storia tra le mani. Una storia tramandata al primogenito maschio per non perdere la tradizione. Funzionava così in montagna. Dovevi imparare a fare di tutto, dal muratore al contadino, al pastore e poi scegliere tra gli hobby qualche cosa di utile. Come il falegname. Per non tradire le speranze paterne. Ed era bravo, altroché se era bravo. Autodidatta e pieno di entusiastica creatività. Bravo nel suo silenzioso angolo dove un materiale tanto semplice si trasformava in lampada, barattolo e ciotola, fino a riempirne intere mensole. Ed io lo ammiravo estasiata. Generazioni antiche di falegnami stavano racchiusi nei movimenti delle sue mani, nelle sgorbie create da baionette di fucili dispersi tra i monti. Apriva l’armadio e ne tirava fuori un’altra. Mi raccontava la sua storia. Proveniva da un pezzo rotto, un attrezzo altrimenti da gettare e mentre la usava arrotondando quel ciocco, sentivo entrarmi il profumo nel naso fino a diventare parte di me. Ogni pausa un aneddoto. Pendevo da quelle labbra. Trascorrevo ore a chiedere ed ascoltare. Amavo quella stanza, ora silenziosa. Senza di lui vuota, inutile. Nessuno ha preso il suo posto. Potrebbe diventare un museo, il locale odorante di legno, segatura e passione. Ma chi andrebbe a visitarlo? A chi interesserebbe? Nessuno.

Ricordare. Ricordare ed amare.

Dimenticare. Il dolore.

Con un gesto a disfarsi della polvere regalandola al vento. Ma anche per chi sceglie il dimenticare, esiste un museo della memoria. Un museo capace di mantenere in vita. Perché alcune cose restano immortali. Ed è custodito dentro.
Personalmente non riesco a staccarmi dai libri vecchi che hanno rappresentato tappe importanti, i primi vestitini dei miei figli, le ecografie. Le scatole dei ricordi traboccanti di foto, album e biglietti di compleanno…

Perché c’è stato un prima di questa epoca digitale, un momento in cui i pensieri passavano su carta ed un ti amo restava indelebile sotto gli occhi senza ombra di dubbio di averlo inteso male. Riprendere in mano quei frammenti di passato è come trattenere la linea temporale e avvicinare il passato al presente in un unico frame. Con una sbirciata guardare entrambi e sentire dentro che ricordare è un tutt’uno con vivere.

Non saremmo chi siamo senza memoria.

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8 pensieri su “I verbi secondo Nadia: ricordare e dimenticare, gemelli diversi.

  1. Hai scelto la strada della scrittura, giusto? Scrivere significa “cercare”, “scavare”, “affondare” e poi riportare alla luce, in superficie. Far riaffiorare. Conoscere meglio. Scoprire parti di sé che si sono dimenticate o mai conosciute. Imparare a scrivere significa imparare a conoscersi meglio. Ricordare cosa eravamo senza precludersi il cambiamento. Anche scrivere è un gesto antico. Scrivere significa imprimere indelebilmente un ricordo su carta. Anche se il ricordo è fittizio, modificato, elaborato o inventato è comunque un pezzo di memoria che certa l’eternità. In un certo senso anche tu sei un falegname della memoria, solo che i tuoi utensili sono diversi da quelli di tuo zio. la tradizione a cui fai riferimento quando scrivi è addirittura millenaria. Nasce nell’antica Grecia…

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    1. Hai ragione e fa parte di quella parte primordiale che portiamo trascinandoci dietro i geni della nostra famiglia. Un bellissimo patrimonio genetico che spunta sotto altre spoglie ma racconta quanto sia importante da dove arriviamo. Ed io falegname…ah che meraviglia!

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  2. Non saremmo chi siamo senza memoria.
    Infatti la cosa più triste non è quando le persone se ne vanno “a miglior vita” lasciando in noi il compito del ricordo, ma quando loro non ricordano più chi sono e il corpo macera la loro memoria e intacca di cose brutte i nostri ricordi. Quello è il peggio.

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    1. Vero quando il velo scende sulla loro memoria trafigge il cuore. Tutto pare non aver avuto alcun senso e prende il posto il vuoto. Per quello la scatola delle cartoline, dei ricordi diventa il segno tangibile che nulla muore. Per quello i libri sono così importanti…

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  3. Massimiliano Riccardi

    Non dico nulla, se non che leggendo il post mi sono commosso.
    In merito a ” gemelli diversi” mi viene in mente un romanzo in stesura di un caro amico, ho letto alcuni capitoli dattiloscritti e lo trovo molto, molto interessante.

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  4. Chiara

    Bisognerebbe ricordare i momenti belli e lasciare al vento quelli brutti, tanto é inutile e dannoso rimuginare. Purtroppo non siamo padroni del nostro cervello che troppo spesso lavora senza controllo e ne siamo vittime. Bellissimo articolo, come sempre Nadia. Spesso le tue parole sono spesso fonte di riflessione per me.

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