L’impertinente curiosa intervista Chimena Palmieri

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Oggi nella mia saletta profumata di spezie entra la musica rock, la spietata bellezza e la ruvidezza della vita reale. Entra con una bella donna, di quelle che non hanno peli sulla lingua, non sono bamboline finte, non hanno paura di esporsi. Ci vuole coraggio ad essere come lei. Ci vuole tempo per conoscerla, ma se ti entra nel sangue è come la musica…ti fa vibrare. Oggi vi presento Chimena Palmieri.

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Ciao Chimena. Sveliamo al pubblico che il tuo, non è un nome d’arte, ma proprio quello di battesimo che porta già con sé l’aspetto chiaro del tuo carattere. Hai carattere! Esiste una storia o un aneddoto legato a questo insolito, ma bellissimo nome che ti presenti ai lettori?

Il mio nome è in realtà Jimena, ed è spagnolo. È il femminile di Jimenez, cioè Simeone. (E’ pure cristiano, alla faccia di chi mi vorrebbe orientaleggiante, onomastico 18 febbraio.) Era la moglie di Don Rodrigo de Bivàr, signore di Valencia, detto El Cid Campeador, eroe nazionale spagnolo nella lotta di liberazione contro i Mori. Una sorta di Giuseppe Garibaldi. Quando mia madre era incinta i miei andarono al cinema a vedere un film storico con Sofia Loren e Charles Heaston, “El Cid” appunto, che trattava questa storia e gli è piaciuto il nome. Così se fossi nata femmina sarei stata Jimena ( la pronuncia è uguale) se maschio Rodrigo. Solo che all’anagrafe l’ufficiale volle applicare una legge dello stato fascista – ancora in vigore ma oramai inapplicata – che imponeva l’italianizzazione dei termini e nomi stranieri per cui niente J ma Ch.
Un aneddoto? Una volta con il mio fidanzato dell’epoca andammo in un bed and breakfast, avevo prenotato a mio nome. La proprietaria apre il mio documento, legge il nome e poi esclama, convinta e sorpresa, al lui: “Ma lei lo sa che sta con una donna che porta il nome di una guerriera? E’ degno di stare accanto ad una guerriera? Perché una donna con un nome così alla fine lo diventa.” Ecco, credo abbia avuto ragione.

Nella vita svolgi una professione interessante. Hai una laurea in sociologia e lavori presso l’Università Politecnica delle Marche come funzionario amministrativo, ma levati i paroloni, mi viene da pensare ad una scelta radicata in una sorta di “ci sono nata con questo pallino”. E’ vero?

No, non è vero ma alla fine sì, è stato così. Ma io sono così su tutto. Dammi un compito – che possa svolgere, sia pure con difficoltà, ma non impossibile: se è impossibile scusa tante grazie ma è tuo – e lo farò al meglio, appassionandomici, pure. Amavo gli studi classici, ma la famiglia fece una scelta logica: mio padre aveva una piccola ditta, io sarei stata la ragioniera di famiglia. Poi invece non ne avemmo più bisogno, ma questa è un’altra storia. Comunque sono Vergine, fare conti e bilanci mi viene benissimo, così come analizzare psiche di singoli o di un collettivo: e anche questa cosa mi è servito assai, dovendo capeggiare un Dipartimento intorno al quale ruotano 100-120 persone. Una PMI (Piccola Media Impresa, secondo gli standard europei). Il mio lavoro è affascinante. Sempre a contatto con la ricerca, i giovani, le imprese, l’Unione Europea e i suoi sviluppi normativi… la tecnologia. Non ci si può invecchiare o annoiare. Mi tiene al passo con i tempi e costringe a rimettermi in gioco ogni giorno. Paghe pessime, ma davvero un bel lavoro. Non sono entrata come funzionario, 31 anni fa, ma come coadiutore. Poi ho scelto di farmi il mazzo, lavorare, continuare a studiare e fare i concorsi interni. Non ho santi in paradiso, dove sono arrivata sono arrivata perché me lo meritavo, su questo non transigo.

Tra le passioni che coltivi due si combinano insieme nella seconda figura che ricopri, a mio avviso egregiamente. La musica e la scrittura, fuse in una metrica originale ed armonica.

Io vivo IN Ancona (non ad Ancona, non a Ancona: IN Ancona, da noi si dice così), e come tutte le città di mare diciamo che usa molto parlare…non del tutto finemente. L’Anconetano come il romano usa parole spicce, dirette, spesso grevi. Vivo in un mondo reale e racconto le storie di chi nel mondo vero ci vive. I luoghi dei miei racconti non sono quelli di Harold Robbins, Ancona non è Park Avenue. Non diciamo “Mi hai veramente stancato”, diciamo “Mi stai rompendo i coglioni”. Però scrivere non è come leggere, ci puoi e ci devi pensare, si può correggere, imparare. E a scrivere si impara oltre che studiando leggendo e a me piace moltissimo. Scrivo a orecchio, odiando la grammatica e non avendo fatto studi classici, come molti musicisti per la musica. Non ho mai amato il virgolettato, i dialoghi spezzati, l’andare a capo per denotare il cambio di azione o dell’intestatario della battuta. Mi piace il fluire di coscienza, l’andamento fluido della conversazione che chiunque può capire a prescindere, solo dall’ascolto. Non è che in una conversazione ci sia bisogno che l’altro si fermi per capire quando tocchi a te, o chi sia a parlare. Così io scrivo. Poi, mi piacciono i periodi brevi, il lasciare in sospeso. In contrasto con la mania di descrivere sino all’esasperazione. La musica è un’emozione… io adoro Luciano Ligabue. L’apprezzamento  migliore me lo hanno fatto – identico – due persone: “hai la stessa metrica delle canzoni di Luciano”. Ne citerò solo uno, Gigi Cavalli Cocchi, che di Luciano è stato batterista ne i Clan Destino.

Visto il tuo lavoro quanto credi incida sulla tua linea di scrittura? Argomenti trattati, conoscenza del bacino di lettori, utilizzo della parolaccia di uso comune in abbinamento ad un italiano perfetto? E sì perché di te si può dire tutto, ma non che ci vai con mano leggera.

Non sono una tipa leggera, a vivere leggera non ho mai imparato. Sto provando ultimamente, ma con fatica. Non vado con mano leggera perché non conosco la diplomazia, se mi arrabbio mi arrabbio forte. L’italiano perfetto…adoro la nostra lingua, è bellissima altroché. Poi però sono anche capace – non lo faccio quasi mai se non appositamente – di scrivere ke kosa vuoi, o TVTB. Ma non è il mio linguaggio. La parolaccia invece è un’altra cosa, ripeto, viene dal mio mondo. E molti di coloro che storcono la bocca sulle mie parolacce, quando parlano con me le usano eccome. Che differenza c’è? Perché è scritta? Non metterei parolacce in una poesia, in un racconto ambientato in un’altra epoca, ma nella nostra sì. Non vuol dire che la esalto. Ma se devo riportare i discorsi di due persone che si incontrano in un bar e si conoscono sì, uso il linguaggio della strada. Voglio che chi legge si ritrovi nella storia, ci caschi proprio dentro, la senta sua. Il mio lavoro però no, non incide su niente, anzi. L’università è un mondo meraviglioso ma formale. Conta la carta, la forma che fa sostanza. I ruoli, le mansioni. Le ordinanze, le delibere. Tutto è scritto e vissuto molto asetticamente.

Il tuo esordio letterario ancora di più conferma quanto detto, infatti Sette notti con Liga edito con Sonzogno Editore nel 2010, cito la trama,“racconta, in modo spudorato e delicato, con talento, coraggio ed autoironia. Perché in amore non vince chi fugge, ma chi sta lì. Non a implorare. A ridere.”

Sette notti con Liga è stato ed è ancora una gran soddisfazione. Il primo libro edito davvero, sul mio idolo. Mi ha dato modo di conoscerlo e di conoscere tanti fan. Di entrare davvero in un mondo a me sconosciuto. Eppure quel libro, ancora oggi me lo dicono, tratta proprio di quello che una fan vorrebbe esperire: un incontro con il proprio idolo, in pace, lontano dalla folla. A fare? Lo scoprirete solo vivendo, ma tranquilli, di hard nel libro c’è solo la speranza, il resto è giocato sull’ironia. Adoro l’ironia. Non quella grassa: quella fine, delicata. Sette notti parla con delicatezza, non entra a gamba tesa nella vita reale di Luciano, in quella delle fan sì, invece, per questo tante ragazze ci si sono ritrovate. Luciano lo ha letto, gli è piaciuto, ripeto, una grande soddisfazione.

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Successivo al tuo primo libro hai intrapreso l’esperienza del crowdfunding con la casa editrice Bookabook ed hai pubblicato con successo il secondo romanzo. Raval. Già dalla copertina e dal titolo si capisce che si stacca dalla massa. Confermi?

Beh, sì, è così. Ma non perché abbia voluto cambiare pagina, o genere. Semplicemente, c’era quella storia lì, mi andava di raccontarla da tanto, da ben prima di Sette notti. Il crowdfunding è stata una esperienza tosta. Un editore classico se lo trovi è vero che ti toglie poi tanti impicci, ma dopo l’uscita, se non sei bruno Vespa o Saviano la promozione te la scordi. Per cui arriverai pure in libreria, ma non ti conosce nessuno. Con Bookabook la promozione la fai prima. Io sono stata una delle prime. La mia campagna è stata velocissima, tutta in rete, Ancona non è una piazza facile per le presentazioni, visto il mio uso dei social mi è venuto meglio approcciarmi come sapevo. Da primissima ho pagato certi scotti ma ho avuto delle belle soddisfazioni: la partecipazione a Bookpride 2016 a Milano resta una delle migliori.

L’ho acquistato e letto. Non voglio in alcuna maniera interferire con i lettori raccontando troppo, ma come ti ho detto in privato ne sono rimasta molto colpita. Te la sentiresti di fare un gioco e raccontare il tuo libro partendo da tre aggettivi?

Certo.

Primo aggettivo: scorretto.

Ho sempre definito Raval politicamente scorretto perché parla di argomenti non comodi e invece mi sembra che in giro sia più facile  dire “provo a vincere facile usando cose comode”, tutti pronti ad indignarsi senza dire cosa fare per rimediare, o frasi come “facciamo finta che tutto va bene” e “le donne sono alla pari con gli uomini”. Raval parla di un sentimento come l’invidia difficile da condividere: nessuno ammette di provarla. E’ assurdo. Siamo quindi tutti pronti a felicitarci con il nostro prossimo per il suo successo a discapito del nostro fallimento…Eccome no. No, non è vero, affatto, Siamo sinceri. Invidiosi lo siamo stati tutti, almeno una volta. Che poi un conto è quella che, controllata, sfocia in ammirazione e voglia di migliorarsi, andare avanti, un altro l’invidia feroce, che brucia sulla pelle quando passi sotto gli occhi degli invidiosi. E’ una cosa che si sente, si vede, si tocca.

Secondo aggettivo: attraente.

Raval parla di bellezza, la qualità che ci fa attraenti per eccellenza. E pensare che c’è ancora chi ipocritamente dice che la bellezza non conta niente, che “basta essere belli dentro”! Voi la pensate veramente così?
La bellezza è un concetto spinoso, spinosissimo: Raval ne parla quando viene usata a volte malamente, a volte inconsciamente, a volte come mezzo e non certo come fine. A un certo punto lo facciamo tutti, siamo consapevoli della nostra potenziale bellezza e fino a dove possiamo arrivare usandola. Provate a dirlo ad un brutto che la bellezza non conta nulla. Perché negare che sia più facile per una persona bella avere quello che spetta a tutti gli altri? Parlarne è stato rischioso, poteva diventare quasi un insulto a chi soffre per la sua  mancanza – vi invito a leggere I brutti anatroccoli di Piergiorgio Paterlini per capire di che cosa parlo – quindi sono stata molto attenta a non cadere nel superficiale.
Le persone belle soffrono meno di certi pregiudizi, rispetto a persone brutte, ma se sensibili, vivere in un certo contesto può risultare pesante, insopportabile. In certi ambiti la bellezza non ti salva, anzi attira le peggiori inimicizie. Ammettiamo che ci piacciono le persone belle, non è mica una cosa così infame. Io ho sempre amato avere al mio fianco una persona che mi attraesse follemente…mi spiace mai attratta dai brutti. Voi sì? Contentissima, per voi. Raval è in sé attraente, nel senso che tutti lo hanno descritto così: un romanzo tanto attraente che quando lo inizi lo devi finire.

Terzo aggettivo: realistico.

Tutte le esperienze descritte, alcune direttamente qualcuna indirettamente, le ho esperite, perché il contesto, il sociale, il luogo dove queste persone vivono, lo conosco. Ho descritto un paese come è stato il mio. Anche nel modo di descrivere le cose: se ti dico che ti meno, quando racconto una litigata o una presa a pugni ti descrivo cosa succede nella presa pugni. Non che ti ho preso a pugni e stop.
In Raval essendo la violenza molto forte e diffusa viene descritta in maniera precisa perché chi legge deve capire di che cosa si sta parlando. Cosa stanno subendo i protagonisti. La violenza è molto di attualità purtroppo: i femminicidi sono quasi quotidiani. Ma Raval parla anche di violenza sugli uomini che è ancora più realistica e di cui si parla ancora meno, perché un uomo non dirà mai della violenza sessuale subita, mina la sua autostima, la sua identità di genere sessuale.
Perchè un uomo è colui che penetra non colui che viene penetrato. E’ pesante da accettare e da raccontare, figuriamoci denunciare e mettersi alla gogna. I maschi su questo sono molto indietro, devono farne di strada, per liberarsi della vergogna legata a certe cose. Per certi versi noi siamo riuscite ad andare avanti, loro ancora non accettano. Anche per questo credo che il femminicidio ci sia ancora e non abbia classe sociale di appartenenza. Ma è ancora di pochi giorni fa la notizia di donne che si uccidono per video hard di cui al momento certo erano consenzienti, poi diffusi senza la loro volontà. Siamo ancora fragili, ma loro lo sono di più, sotto certi aspetti.

Ora vorrei far conoscere il motivo per cui Raval è uscito dalla tua penna, scontrandosi con le facili storie richieste dal mercato ed ottenendo un ottimo successo. Fortuna? Bravura?

Raval è uscito dalla penna perché è una storia che mi stava a cuore scrivere da tanto tempo; il fatto che non fosse una storia facile obbiettivamente lo pensavo come vantaggio, anche se non ho fatto quel tipo di calcolo. Semplicemente mi piaceva, ci credevo e l’ho scritta, ma no, non è facile per niente. E’ una storia pesante perché è così che era. Bravura, non so, scrivo in un modo che non è di impatto facile quasi per nessuno. Leggere anche i miei dialoghi, senza punteggiature…mi viene bene così. Ottimo successo non lo so, sono molto soddisfatta dell’aiuto offerto da Bookabook, che è stato grande. A suo tempo ho mandato il manoscritto a tutti, a quel punto o lasci nel cassetto o ci provi. Battuto tutte le agenzie, nessuna mi ha risposto se non quelle a pagamento e a me di pagare non andava. Nemmeno farlo restare troppo nel cassetto. Non so se sono stata brava, so che ho scritto una cosa che mi piaceva senza alcuna logica di mercato, anzi pensando che in un mare di Harmony o di pseudo tali, una storia come Raval potesse avere il suo spazio.

Ma dimmi, perché la mia curiosità è davvero molto alta, Raval è un personaggio che racconti essere vero ed aver vissuto l’esperienza narrata, fa parte della tua famiglia o delle tue conoscenze personali?

Raval è un personaggio reale, realmente esistito, di cui mi parlava mio padre. Mai con un nome tipo Giovanni, Alberto, Vincenzo perché è più che altro parlava della sua famiglia, credo venissero dallo stesso paese: era figlio di migranti ritornati in Italia dall’Argentina. (La nostra regione ha assorbito, come molte altre una massiccia emigrazione verso l’Argentina, molti nella mia famiglia sono andati e rimasti là.)
Me ne parlava con dolore e vergogna: diceva era che era un bellissimo ragazzo e lo avevano rovinato. Il senso del suo “rovinato”, ho capito molto più tardi, era di un ragazzo che ha subito violenze. Credo sia finito in manicomio ( manicomio = ospedale), comunque tenuto segregato in casa fino al punto da farlo impazzire. Non l’ho conosciuto, se non attraverso  i suoi occhi e mi rimase impresso questo dolore. Quando sono stata più grande, e capace di capire meglio il senso delle sue parole, ha smesso di parlarne. La storia di fondo resta questo ragazzo molto bello, di una famiglia che aveva fatto un minimo di soldi: all’epoca bastava averne un po’ per non lavorare o aprire una piccola attività. Ho immaginato un bar, ma credo fosse uno spaccio, ho presunto godesse delle simpatie femminili e dell’antipatia maschile. Ebbe un incidente di percorso e nessuno pagò. Sono tutti frammenti di quello che ricordo. Ho voluto raccontarla romanzandola. Racconto la violenza maschile come subita, capace, per certi versi più di quella femminile, di segnare un’anima.

Scrivendone la storia credo tu non abbia omesso nulla, traspare sia dalla minuzia dei particolari, sia dal ritmo crescente della narrazione. Scriverlo è stato come viverlo? Perché leggerlo, ti assicuro è davvero intenso. 

Non ho non ho omesso niente. Quando scrivo ho bisogno che arrivi, voglio che arrivi. Cerco di calare me stessa in quella veste, nella parte di uno dei protagonisti perché riesco meglio a descrivere cosa fa, cosa prova e cosa sente, in modo che arrivi al lettore. Leggerlo è stato come viverlo? Non so cosa possa aver provato Ester. Quando i personaggi mi chiamano io devo scrivere la loro storia, devo farli vivere.
Li sentivo vivi quando scrivevo, a tutt’oggi quando li rileggo li sento ancora: lo so che sono lì dentro. Quando non finivo un capitolo era come se dicessero facci andare avanti. Ecco non è stato come vivere quella storia, ma come dare a loro quella vita. Sì, è stato molto intenso anche scriverlo, ma lo è sempre. Scrivere non è mai un giochino per me.

Nella vita si dice che si debba fare un figlio, piantare un albero e scrivere un libro per sentirsi appagati. Tu un figlio lo hai, due libri all’attivo, ora riguardo l’albero non conosco la situazione, ma se potessi sostituirlo con la cosa che vorresti ancora fare per sentirti davvero realizzata, di che si tratterebbe?

Questa è molto bella. Per sette anni ho abitato in campagna. Il periodo che più di ogni cosa per me ha significato la libertà. No, non come quella che avevo quando abitavo al mare – ero bambina parliamo di un’età fino ai 12 anni, perché poi il mio paese è stato stravolto dall’edilizia selvaggia – ma comunque piantare alberi è stata la cosa che ho fatto assolutamente con una gioia e un appagamento totali. Sì, ho fatto un figlio, la cosa che più di ogni altra ho voluto nella vita. A mia madre l’ho sempre detto, “guarda posso morire senza marito ma senza figlio no e quindi in qualche modo un figlio arriverà”.
Francesco è arrivato con i crismi del matrimonio, ma sarebbe arrivato comunque. Mio figlio per me è stata la gioia pura, una cosa che auguro a tutti. Cosa vorrei ancora? Essere felice. Io voglio essere felice, cerco di costruire ogni giorno la mia felicità, a volte questa mia può far male ad altri. Ma io non cerco l’infelicità altrui, solo non smetto di cercare la strada per la mia felicità, senza avere rimpianti nella vita.

Ora una mia, e non credo solo mia curiosità personale, hai un altro libro nel cassetto che aspetta?

Di libri nel cassetto ne ho tre o quattro, ma non sono ancora storie completamente formate, e quindi non le scrivo perché non mi chiamano. In più è un periodo molto pesante e denso. Sul piano professionale e personale ho effettivamente poco tempo a disposizione. Oltre al fatto che i personaggi ancora non sono pronti per nascere. Quando lo saranno, la storia sarà scritta.

Quanta soddisfazione personale, sul piatto della bilancia delle emozioni, come donna, ti porta avere una carriera come funzionario pubblico e quindi la tua mansione lavorativa, e quanta la figura di autrice, lato extralavoro?

Amerei poter vivere di scrittura. Ma o sei Saviano o Bruno Vespa. Se sei Chimena Palmieri devi lavorare davvero, per vivere. Scrivere per me è una passione, non è mai un lavoro, anche quando ha significato ore di lavoro. Le soddisfazioni sono diversissime, non potrei metterle sullo stesso piano, coinvolgono sfere e dimensioni umane diverse. Il lavoro mi dà le soddisfazioni derivate dalla me che svolge un compito per la comunità: studenti, docenti, fornitori…farlo bene e sentire le persone lodarmi nell’operato mi fa stare bene. Scrivere investe me come persona, è l’estensione della mia psiche, la parte che porto allo scoperto e do in pasto al pubblico ludibrio. Mi ci è voluto tanto, ho sempre paura di venir dileggiata. Quando poi, invece, arriva quello che è arrivato con Raval e con Sette notti, beh, allora invece dentro l’emozione è enorme.

Ora tre definizioni. Una per Chimena Palmieri, una per Sette notti con Liga ed una per Raval.

Ah, per le definizioni secche vado molto molto male, sono prolissa!
Per Chimena Palmieri una buona persona, rigorosa, coerente determinata, fragilissima che ama ridere e chi la fa ridere. Amo in maniera passionale e totalitaria, pienamente: se ti amo, ti amo davvero; se ti odio levati da davanti a me perché ti asfalto. Conosco molto poco le mezze misure, cerco di applicare la diplomazia, ma faccio fatica. Per cui…. perdono pochissime cose a me, figuriamoci agli altri. 
Sette notti con Liga è stata la gioia: volevo conoscere Luciano e con il libro è arrivato anche questo. Gioia e appagamento, per un libro divertente e ironico, scritto per un pubblico femminile, però se qualche maschietto lo leggesse capirebbe molte cose, non solo delle fan di Luciano, ma delle donne in generale.
Raval invece è il dolore. Il dolore della consapevolezza di tante cose, non tutte vissute, non tutte in primo piano, ma che conosco personalmente come cause, effetti e contesti. Li ho messi tutti insieme perché mi piaceva far vedere quanto c’è di doloroso anche dietro la faccia più bella che incontriamo per strada. Mi piacerebbe riuscisse ad avere la visibilità che merita, che piacesse. Raval è un dolore, e si è gelosi del proprio dolore. Così io sono gelosa di Raval. Se me lo trattano male ci soffro come un cane.

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Grazie Chimena per esserti prestata a questa piccola interferenza dettata dalla mia curiosità. Grazie per esserti spogliata dei pragmatismi ed averci raccontato il tuo privato. Ma ancora di più grazie per aver scritto Raval, permettendo a molte persone di toccare con il cuore il dolore, la bellezza e la durezza della vita, come un viaggio in un mondo sotterraneo per tornare finalmente alla luce. Viaggio che consiglio di intraprendere per capire fatti che in pochi hanno tradotto così bene sulla carta.

Noto che anche lei, come il mio primo ospite, non ama il cioccolato. Pazienza ne resta di più per me.

Per chiunque volesse approfondire il discorso lascio i link di contatto. E vi informo che acquistando una copia del libro verrà devoluta la quota di spettanza riservata all’autore per la campagna di raccolta fondi pro terremoto. Perché le parole non bastano.

 

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Vi aspetto la settimana prossima!

14 pensieri su “L’impertinente curiosa intervista Chimena Palmieri

  1. Complimenti a Nadia che rivela doti fa giornalista niente male! 😉
    Non ho ancora letto Raval (mi par di capire che non è a lieto fine e quindi mi ci devo predisporre) ma seguo Chimena come altri autori di BookABook. Non sapevo del suo passato di Sette notti con Liga, e pur essendo io musicalmente straniera (di italiano credo di ascoltare solo Elisa), apprezzo la sua anima rock. La sento affine. 🙂

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    1. Grazie Barbara per il complimento, sono felice ti abbia indotto alla curiosità su Raval, ma devo prepararti..non ha assolutamente un brutto finale. E’ quello che non ti aspetti. Un libro che riesce a sorprenderti come uno schiaffo a volto scoperto. E’ talmente intenso fino alla fine da non riuscire a tirare il respiro se non all’ultima pagina. Io davvero lo consiglio a chiunque, uomini soprattutto. Di una bellezza disarmante.

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    2. Barbara, grazie del tuo commento: concordo appieno riguardo le doti di giornalista di Nadia, per quel che mi riguarda è davvero una curiosa sapiente, oltre che impertinente (che non guasta affatto).
      Spero tu vorrai leggere i miei lavori e farmi avere le tue opinioni: in ogni caso, grazie.

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  2. Chimena è un nome insolito ma affascinante come la sua immagine.
    Non la conoscevo, adesso ne so qualcosa in più, stuzzicando il mio appetito di lettore.
    Domande intelligenti ma risposte sincere e prive di svolazzi, – 😀 – Secche, dirette e sempre ricche di buon senso.
    Complimenti a te e a Chimena per questa intervista, che ci ha permesso di conoscere una voce fiori dal coro.

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        1. No, in effetti ammetto che non è facile, lo vedo non tanto nei miei confronti, quanto nelle interviste altrui che leggo.
          Nadia, i miei più vivi complimenti, è stata un’intervistatrice fantastica, ben oltre e sopra gli schemi.
          E per questo la ringrazio, così come ringrazio te.

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  3. Amanda Maciel

    Grazie per questa bellissima intervista! Ho conosciuto Chimena sul social quando aveva appena pubblicato “Sette notti con Liga” ed io essendo una fan di Luciano Ligabue, volevo leggerlo. Sette notti è stato il primo libro che ho letto nella lingua italiana (sono brasiliana) e anche per questo motivo lo custodirò nel cuore per tutta la vita. È bellissimo, sopratutto il modo in cui Chimena l’ha scritto!!! Mi ha fatto ridere, sognare e commouvere, lo amo! Poi ho letto “Raval” che mi ha colpita. Mi è piaciuto tantissimo. È una storia molto forte, il modo in cui l’ha scritto è fantastico, molto realista. Devo dire che adoro il modo in cui scrive Chimena. Mi ha fatto pensare in quante storie come quella di Raval succedono ogni giorno e nella magior parte non ci accorgiamo e non immaginiamo perché un argomento molto complicato. Consiglio a tutti leggere tutti questi due libri.
    Complimenti, Nadia.
    Io aspetto il prossimo libro di Chimena!

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    1. Benvenuta Amanda. Traspare tutto il piacere che hai ricavato dalla lettura di questi libri e non posso che ringraziarti per l’intervento. Non esiste gratificazione migliore di un lettore soddisfatto. Concordo il modo di scrivere di Chimena entra nella pelle è talmente realistico che ti fa partecipare, soffrire e gioire. Anche io mi metto in attesa del prossimo libro di Chimena che non potrà di certo deludere.

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