L’intervista impertinente a Pierantonio Ghiglione

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Benvenuto al mio ospite, per una volta dall’altra parte della barricata. Ho infatti io la penna in mano ed il taccuino su cui prendere appunti, mentre tocca a lui sbottonarsi un po’.

Sveliamo che di mestiere fa il giornalista di carta stampata, ma è una firma anche nella radio e nella televisione. Esperto di politica ha lavorato al Parlamento Europeo e a Palazzo Montecitorio. Lavora come free lance e collabora con redazioni nazionali e locali anche per il web. Insomma se la cava, direi!

Benvenuto a Pier, all’anagrafe Pierantonio Ghiglione.

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Un bellissimo lavoro, nel mio ideale quasi magico, ricco di interessantissimi spunti per raccontare la vita e le sue sfumature, ma so, che quasi per certo lo è solo nell’immaginario. Come ogni professione avrà i suoi lati negativi.
Quindi entriamo nel vivo delle mie curiosità, hai sempre sognato di diventare un giornalista e sei nato idealista oppure è stata una scelta di ripiego?

Fin da quando ero bambino avevo delle doti da scrittore. I miei temi a scuola erano lunghi, da adolescente annotavo tutte le mie emozioni sui quaderni, a scuola riempivo i diari di appunti e foto tranne che dei compiti da svolgere. Inoltre ricordo che a casa mi chiudevo da solo in una stanza e con un registratore simulavo una radiocronaca sportiva imitando il famoso programma “Tutto il calcio minuto per minuto”. Poi intorno ai vent’anni sono entrato per caso in una radio privata e anziché fare lo speacker mi hanno messo a preparare i notiziari e poi a leggerli in diretta. Da lì ho capito che fare il giornalista era davvero la mia strada.

Mi piacerebbe curiosare nel passato e conoscere qualche aneddoto della tua carriera agli albori, hai voglia di raccontare?

All’inizio ero timidissimo. Frequentavo l’università a Genova e alternavo gli studi con la radio. Un giorno il direttore artistico mi mandò a fare la mia prima intervista ad un cantante famoso. Era Eugenio Finardi. Ricordo perfettamente ancora oggi che avevo un registratore a cassetta e un microfono enorme collegato con un jack. Mi tremavano le mani, la mia voce era innaturale, il quaderno pieno di domande già scritte. Ad un certo punto Finardi mi abbracciò e mi disse di stare tranquillo, che gli piacevo perché aveva capito che ero alla mia prima uscita ufficiale. Conservo ancora in audio cassetta quell’intervista. Aneddoti ne ho tanti e sono tutti curiosi. Un’altra occasione è stato il mio primo programma radiofonico che si chiamava “Il fattaccio della settimana” ed andava in onda in diretta la domenica sera prima del programma del liscio. Dovevo cercare una notizia che avesse fatto scalpore e fare i commenti con gli ascoltatori. La prima volta della diretta è qualcosa di indescrivibile, sei tu da solo che parli in un microfono ma devi immaginarti di avere di fronte una platea di gente. Poi ricordo il primo articolo cartaceo con la mia firma ed anche quella volta che dettai una notizia da una cabina telefonica con un gettone.

E questi sono solo gli esordi! Direi di tutto rispetto. Facendo un salto nel presente svelaci invece com’è oggi fare il giornalista?

Oggi penso che tutti vogliano fare i giornalisti ma non sappiano minimamente cosa sia questo mestiere. Molti pensano che uscendo da una scuola con la laurea in Scienze delle comunicazioni siano in grado di fare questo mestiere ma non è così. La vecchia gavetta di strada non esiste più. Oggi la tecnologia è padrona: ci sono telefonini, pc poratili, tablet, i pad, chiavette usb, macchine digitali, tutto è più semplice e veloce. Un buon giornalista si è dovuto adeguare ed ha abbandonato la sua “Lettera 32” o il fax per stare al passo coi tempi. Ma non ha dimenticato la vera forza di questo mestiere che è la creatività. Oggi la nostra categoria è divisa in vari settori, molti preferisco la notizia on line perché è veloce ed arriva prima di tutti, ma non vi è mai un minimo di approfondimento. Per me resta vivo il cartaceo perché dentro a quelle pagine c’è il vero lavoro di un giornalista.

Come hai anticipato l’avvento della tecnologia, l’immediatezza delle notizie, la mania di far tutti un po’ di tutto, improvvisandosi come me finti giornalisti, fa credere che sia più facile, ma è così?

Sicuramente oggi è molto più facile per via della tecnologia che permette di avere notizie, video e fotografie in tempo reale. Io non sono contrario a questo tipo di innovazioni ma insisto nel dire che in giro ci sono troppi improvvisati che non conoscono minimamente come si arriva a diventare dei bravi giornalisti sul campo. Faccio un piccolo paragone. Io nei primi anni ’90 scattavo ancora le fotografie con una reflex, andavo di corsa da un fotografo e speravo di avere lo sviluppo in un’ora per portarle al giornale. Non sempre le foto erano buone e quindi ci si doveva arrangiare. Oppure si preparava un articolo con la “macchina da scrivere” e lo si inviava via fax alla redazione sperando che non ci fossero errori o tagli da fare sul pezzo. Poi si disegnavano le pagine del giornale a mano con matita e righello. Si facevano le ics dove andava posizionata la fotografia, insomma non c’era il programma di un computer ad aiutarti. Tutto questo lo dovevi fare in mezza giornata, al massimo una. Oggi, invece, abbiamo programmi di computer sofisticati che aiutano nella grafica, nell’impaginazione, nello spedire gli articoli con la posta elettronica, poi tutte quelle tecnologie in grado in pochi minuti, e da qualsiasi luogo dove ci sia una connessione ad internet, di consegnare l’articolo finito e impaginato.

So di essere estremamente impertinente visto il tuo carattere riservato, ma questo era solo il riscaldamento. Ora entriamo un po’ più nel vivo.
La tua indole è sia di natura schiva che creativa, eppure il lavoro che fai non ti permette di esserlo troppo, schivo intendo. Devi intavolare discorsi con sconosciuti, mantenere rapporti con chiunque perché non si sa mai… come hai fatto a superare questo problema?

La prima cosa è l’amore per questo mestiere. La seconda è l’esperienza accumulata in tanti anni di lavoro. Confermo che si incontrano centinaia e centinaia di persone, ci si confronta su molti temi, si discute di cose banali e di argomenti di spessore culturale, si gioisce e si rimane delusi come in tutte le cose della vita. L’università e la radio all’inizio mi hanno aiutato a sciogliere quella mia timidezza, quel contatto obbligato con la gente. Per il resto penso che una persona possa essere schiva e riservata nel suo privato ma disponibile a confrontarsi con gli altri senza bisogno di forzature psicologiche.

Ritieni che se fossi nato donna saresti stato avvantaggiato nella carriera?

Sì. Io non l’ho mai negato. Ho un grandissimo rispetto per l’universo femminile e per la donna, ma in questo mestiere purtroppo ho visto persone di sesso femminile che hanno intrapreso questa carriera senza essere passate dal via. L’opportunismo e la voglia di emergere senza fare troppa fatica c’è in tutte le categorie. Alzi la mano, uomo o donna che sia, che non pensi che una bella donna sia più favorita in questo percorso legato al mondo dell’informazione rispetto ad un uomo.

In quante e quali occasioni hai dovuto cedere per conservare il lavoro scrivendo il messaggio che doveva passare nonostante non concordassi?

L’obiettività è sempre stata la caratteristica che mi hanno riconosciuto i miei lettori. Però io non sono un ipocrita ed ammetto che in tanti anni lungo il mio percorso ho avuto esperienze nelle quali ho dovuto seguire le cosiddette “linee editoriali”. Per fortuna l’esperienza mi ha aiutato a non espormi, a non commettere errori, a rimanere il più possibile attaccato alla mia dignità professionale ed umana. Ma anche in questo ambiente l’informazione è pilotata. E chi afferma che non è vero è solo un bugiardo, un servitore allineato.

Spesso e volentieri leggo gli articoli che scrivi sulla testata locale della Riviera, e trovo tu abbia un’impronta inconfondibile. Esce fuori una sensibilità che va oltre il giornalista, e fa entrare in gioco l’uomo. Cosa ti tocca le corde al punto da sbilanciarti tanto?

Quando io scrivo un articolo ci metto la passione. Non sono un giornalista da “copia e incolla” come fanno tanti oggi. Così come non sono il tipo che gli basta ricevere un comunicato stampa per pubblicare la notizia. Serve sempre l’approfondimento. Anche una sola riga ma che sia la tua, che ci sia qualcosa che, quando uno legge anche se non c’è la tua firma, deve riconoscerti. Questa è la più bella soddisfazione che un lettore può darmi. Capire tra le righe che sono io. Anche senza firma.

Una delle accuse del mondo moderno verso il giornalismo è che ci sia un’informazione lottizzata e poco libera. Tu lavorando in un giornale piccolo rispetto alle testate di grossa tiratura a livello nazionale ti senti più libero di esprimerti o no?

Sono tornato a scrivere su un giornale locale dopo cinque anni di esperienza a livello nazionale ed internazionale ed aver vissuto nelle grandi metropoli. Sono felice della scelta che ho fatto perché da quando scrivo di notizie locali ho ripreso quella fiducia nell’informazione vera che stavo perdendo. Col tempo mi sono ritagliato i miei spazi, ho le mie pagine di nicchia, sono il giornalista della zona, incontro persone che ogni volta mi raccontano cose che piacciono ai lettori. Storie di vita, di fatica, di umiltà. E, posso dirlo con orgoglio, questa volta non devo seguire nessuna imposizione editoriale, solamente garantire ogni settimana la copertura delle mie pagine sul territorio.

Ci sono regole chiare per fare il tuo lavoro, ogni articolo deve rispondere alle famose domande: chi, cosa, quando, dove e perché. Se potessi riscrivere le basi del giornalismo aggiungeresti o toglieresti qualcosa?

La famosa legge delle cinque doppie vu mi fa sorridere. Forse è una base importante per chi vuole intraprendere questo mestiere ma io penso che un articolo scritto con intelligenza non abbia bisogno di seguire sempre il ritornello dello schema. Se dovessi cambiare qualche nuova regola alla scuola di giornalismo io proporrei più gavetta sulla strada e meno testi di studio. Forse oggi l’unico vero testo su cui adeguarci è il codice civile e penale perché l’informazione è sotto scacco.

Ora di nuovo mi prenderò qualche libertà spiattellando i fatti tuoi.

Nel poco tempo libero, mantieni come hobby la lettura e la scrittura. Se il primo può dirsi utile al lavoro ed anche strumento per tenerti aggiornato, il secondo lascia trasparire un bisogno di libertà maggiore d’espressione. Ho avuto la fortuna di leggere un tuo racconto dal sapore retrò intitolato “Racconto per tre fermate” che nel recente Bordighera Book Festival ha ricevuto il premio letterario venendo inserito nell’antologia di Racconti Liguri, di cui so vai particolarmente fiero, e ti rinnovo i complimenti. Però hai scritto anche altro.
Un noir psicologico, con cui hai partecipato al Salone del Libro di Torino nel 2014,“Novantanove passi” andato esaurito e prossimo alla ristampa.

“Novantanove passi” è stato un noir psicologico che avevo in mente da anni e che, all’improvviso è arrivato come per magia. Io ho sempre detto che non sono uno scrittore ma un giornalista. Sono contento di aver pubblicato questo libro ed ancora emozionato nel pensare al giorno in cui l’ho presentato per la prima volta al Salone Internazionale del Libro a Torino. E’ una storia che mi affascina ogni volta che riprendo in mano il libro, che conservo sempre come prima copia sul mio comodino. Mi capita di rileggere a caso qualche capitolo e quasi mi sento un narcisista delle mie parole. La prima edizione è andata esaurita, ora spero al più presto in una ristampa per poter rilanciare questo mio noir psicologico visto che ancora tanta gente me lo chiede e lo vorrebbe leggere.

Perché hai scelto questo genere? Hai uno scrittore preferito a cui ti rifai o si tratta di attitudine pura?

Ho scelto di scrivere un noir psicologico perché ho pensato che un giallo classico sarebbe stata cosa già letta. Non amo particolarmente gli standard, mi piace spaziare con la creatività senza seguire troppe impostazioni. I miei studi in psicologia mi hanno indirizzato verso questo tipo di scrittura. Nel mio giallo non c’è una goccia di sangue, non c’è neppure violenza. Questo particolare è piaciuto molto ai miei lettori. Ho lavorato molto sul dettaglio psicologico di ogni personaggio, ho frequentato persone e professionisti che mi hanno aiutato a capire come è il mondo reale. Nel mio noir non c’è finzione, ogni particolare è stato riportato sulle pagine come se fosse una situazione di tutti i giorni. Anche i nomi dei luoghi sono reali, una mia scelta personale che è stata apprezzata. Chi legge e conosce i luoghi li può ritrovare perfettamente come descritti tra le pagine. Molti lettori ed esperti del genere mi hanno detto che questo mio noir si adatterebbe perfettamente ad una sceneggiatura per un film. Confesso che l’idea mi stuzzica e che ho già preso contatti con alcuni sceneggiatori professionisti per valutare questa idea. Però ci tengo a sottolineare che non mi sono montato la testa e mi sento già realizzato per averlo pubblicato. Non ho nessun autore preferito, leggo molti libri ma non ne traggo ispirazione. Onestamente raramente leggo qualche giallo proprio per non farmi influenzare. Io ho trovato il mio stile e sono convinto che sia lineare e apprezzato. Sarebbe un grave errore non sapere usare la propria vena creativa. E poi copiare qualcosa di già scritto non avrebbe alcun senso.

Dal momento che i blog solitamente li leggono altri blogger, e quasi tutti sono aspiranti scrittori, la domanda che sto per farti è quella sulla punta della lingua. Cosa provi quando scrivi il racconto o il romanzo a cui lavori?

Primo consiglio che mi sento di dare è quello di non farsi prendere dall’ansia dello scrivere per forza. Il mio segreto è quello che amo scrivere ma ho imparato a dosarne i tempi. Un romanzo ha bisogno di più attenzioni che un racconto. Io per un romanzo quando ho l’idea giusta inizio i sopralluoghi, faccio fotografie, raccolgo appunti, osservo la gente, catturo possibili personaggi tra le persone anonime, ascolto storie, accetto consigli. Questa è la parte tecnica e sicuramente la più difficile e dispendiosa di energie.

Si smette di sentire la paura di sbagliare o non piacere per quello che si è scritto arrivati ad essere una firma locale e nazionale, avendo pubblicato e stringendo in mano un contratto valido?

La paura di sbagliare o di non piacere fa parte di te ogni volta che su un foglio bianco inizi a scrivere qualsiasi cosa. Col tempo forse più che paura si trasforma in apprensione. Talvolta mi capita quando devo scrivere alcuni articoli e non so da dove iniziare. Poi ecco sopraggiungere quel pizzico di esperienza che risolve la matassa e tutto rientra nella normalità. Avere tra le mani un contratto valido o aver anche pubblicato qualcosa non vuol dire nulla. Se non sei bravo a scrivere il pezzo di carta non può aiutarti.

So che fremi per tornare in redazione a rifinire gli articoli, devi impaginare, si sono sommati i messaggi da inviare, le telefonate di conferma, gli appuntamenti da prendere, ma fermo lì, ancora una cosina o due.
Consiglieresti ad un ragazzo\a di buone speranze di intraprendere questo mestiere ben sapendo che solo uno su mille può sperare di emergere e fare una carriera invidiabile mentre per il resto si resta nella fascia medio bassa ingoiando bocconi amari?

Prima cosa devo smontare questa idea della carriera invidiabile. La televisione è una bufala, i veri giornalisti non sono i mezzo busto che leggono i telegiornali o quelli che conducono i talk show. Oggi emergere è davvero difficile. Come in tutte le cose, inutile nasconderlo, anche in questo campo vanno avanti i figli di qualcuno già all’interno nell’ambiente oppure chi ha avuto le possibilità economiche di pagarsi master costosissimi che promettono inserimenti immediati in redazioni. Insomma il solito giochetto all’italiana. L’università è uno specchio per le allodole, chi esce con una laurea in queste Scienze delle comunicazioni non sa neppure come nasce l’idea di un articolo, non conosce la vita di redazione, la ricerca delle notizie in strada. Una volta a iniziare questo lavoro ti portava la curiosità, la creatività, la follia genetica dell’essere grafomane. Oggi tutti vogliono fare i giornalisti per riempirsi la bocca di grandi titoli senza passione. E non sanno minimamente cosa voglia dire ingoiare bocconi amari, hanno già la pillola dolce pronta, spesso la strada spianata. Dispiace dirlo ma in questi ultimi anni ho visto ben pochi giornalisti bravi nel loro mestiere, ogni giorno ne nascono come i funghi e il nostro Ordine non fa le dovute verifiche sulla regolarità di certe posizioni.

Un giorno mi hai confidato un errore che proprio non sopporti vedere nei libri e non perdoni assolutamente a chi si professa scrittore. Lo raccontiamo anche agli altri?

Ho incontrato e conosciuto tante persone che, come me, si sono avvicinate alla scrittura. Ho letto tanti libri di autori locali, ne ho fatto critiche personali, sono sempre stato sincero magari col rischio di apparire scomodo. Non amo chi si professa scrittore e poi all’interno delle sue pagine trovi degli errori che non sono grammaticali ma proprio di ignoranza strutturale. Se scrivi per puro divertimento sei libero di commettere tutti gli errori che vuoi ma non andare in giro a dire che sei uno scrittore. Al massimo racconta che hai pubblicato un libro. Ma da lì ad essere uno scrittore ce ne passa davvero tanto. Io stesso nel mio primo noir ho commesso alcuni errori, per fortuna solo grammaticali, ma ho apprezzato chi me li ha fatti notare. Ascoltare la voce di un lettore è la base per crescere, per imparare a correggere errori che il tuo occhio non riesce a percepire. Non bisogna mai vergognarsi di ricevere una critica se è costruttiva.

Vorrei tenerti al banco ancora per ore per scucirti quante più informazioni possibili, consigli, strategie e trucchetti, ma il tempo è tiranno e del tuo ne ho abusato anche troppo. Quindi ti ringrazio davvero molto per aver accettato il mio invito, risposto a tutta questa ondata di curiose ed insistenti domande e svelato un po’ di te. Ti lascio correre alle tue interviste, quelle vere.

La tua intervista è più vera di quelle che tu definisci tali. Ho trovato le tue domande intelligenti, ponderate e curiose. In tante presentazioni del mio noir raramente ho trovato persone che mi formulassero domande in grado di incuriosire un lettore oppure legate alle reali problematiche che anche un giornalista o uno scrittore affronta nella vita di tutti i giorni. Ti regalo un’ultima chicca, diciamo a taccuino chiuso o microfono spento. Io mi sono sempre definito come un “anonimo giornalista di provincia”. Non amo la notorietà. Firmare articoli, fare radio, televisione, cantare, suonare non vuole necessariamente dimostrare che sei un personaggio. La pubblicazione del mio libro mi ha reso tale, il mio nome e cognome è su tutti i motori di ricerca, così come video e articoli. Ma io resto Pier. Oggi un piccolo uomo che ama il suo lavoro come il primo giorno. Questo è l’unico segreto.
COLONNA SONORA
The show must go on (Queen)

Non so voi, ma ho ricevuto una sferzata di aria fresca. Sono felice.

Intanto ci siamo gustati i più gustosi cioccolatini fondenti della ciotola (al 75%, li ha cercati con cura, scelti ed apprezzati). 

Avete presente quegli incontri nati per caso dove il destino ti fa imbattere in uno sconosciuto, che si rivela una scoperta? Che appena parla ti apre un mondo, usa il tuo linguaggio, ti culla con la sua voce tranquilla e rapisce con la mole di aneddoti in grado di svelarti la vita. Si chiama Professionista, o Giornalista, o Scrittore, o Uomo, o semplicemente Pier e sono tanto orgogliosa di averlo incontrato, mi abbia portato a battesimo con articolo beneaugurale, ogni tanto mi scriva per scambiare due chiacchiere che resteranno solo nostre e gongolare dei rispettivi successi. Sì, orgogliosa mi abbia regalato questa intervista (spero tanto sia piaciuta anche a voi), bellissima per imparare e far conoscere che di uomini speciali ce ne sono ancora, eccome.

Grazie Pier.

4 pensieri su “L’intervista impertinente a Pierantonio Ghiglione

  1. Bella intervista, Nadia. Hai posto domande interessanti, soprattutto qualla sulla libertà di stampa. Mai come oggi la professione del giornalista è guardata con sospetto. Chissà cosa ne pensa in proposito il tuo ospite. 🙂

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