Al mare non fate come me

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Estate, vivendo in Liguria, significa anche mare. Anche, non solo.

Ma se per caso andate al mare, un consiglio solo, non fate come me.

Esco di casa poco convinta, solo che fa caldo, dentro e fuori e l’unica soluzione diversa dal migrare in un centro commerciale dotato di aria condizionata, resta il mare.

Mi tuffo nel traffico, preciso come un orologio svizzero mi attende, qualunque ora decida di oltrepassare la città. Ormai siamo amici.

Lotto per il parcheggio, una sorta di miraggio, non so bene perché abbiano deciso di potare gli alberi e rifare l’acquedotto proprio a ridosso delle spiagge, ma di fatto, qui funziona così, ed alla fine mi arrendo e cedo ad una salutare camminata scegliendo la spiaggia che in assoluto rientri nei gusti di preferenza, miei e dei bambini (dove in realtà sono gli amichetti inseparabili).

Il momento clou, comunque, arriva ora. Trovare lo spazio giusto per sistemare l’asciugamanoDi buchi a disposizione ce ne sono davvero pochi. O mi affretto o rischio di restare in piedi. Flotte di bambini urlanti ovunque, compresi i miei, sembrano dirmi che il primo buco va sicuramente bene. Li accontento.

Il primo pensiero che solca i miei mari è: Vorrei una spiaggia privata. So anche si tratti di una cosa impossibile. Perché non la vorrei con ombrelloni e lettini, attrezzata e super efficiente. La vorrei proprio solo per me. Silenziosa, deserta, rilassante.

Non fate come me e non coltivate certi pensieri-speranze, o rischiate di ritrovarvi, vostro malgrado ad odiare gli altri vacanzieri del tutto ignari delle idee nel frullatore-testa che governa istinti primordiali di eremitaggio. Ignobili.

Scelgo lo spazio dove distendere asciugamani, borse e mille e più inutili oggetti cacciati dentro nella fase “non si sa mai”: creme, occhialini ciabatte, gonfiabili…so per certo che si tratta di puro lavoro a vuoto. Mi brucerò poi spellerò, i loro occhi si arrosseranno, litigheranno per avere la stessa maschera, porterò in auto tonnellate di sabbia , sgonfierò per ore giochi usati una sola volta. Ma tutto questo è un rito.

No, la spiaggia mi stressa invece di rilassare e presto mi annoia. Fortuna che tra bottiglie di acqua fresca, viveri per sedare improvvisi attacchi di fame ho inserito carta e penna e mi rifugio proprio lì. Penso di aver appena indossato un cappello con tanto di freccia intermittente che mi identifica, perché tutti mi guardano. Se avessi in mano uno smartphone sarei più normale. Ma con quello non mi riesce di scrivere. Opto per il menefreghismo.

Apro la porta invisibile ed ecco sono nella mia spiaggia da sogno. Solitaria, osservo beata i raggi filtrare dal cielo, picchiare come spade sul mare riflettendosi per chilometri, scintillando. La risacca lenta mi culla, fino alla sonnolenta scivolata nel suo grembo ed anch’io mi trasformo in onda, sciolta in bollicine e trasmutata in acqua salata.  I pensieri polverizzati al sole, il fastidio del rumore del mondo è dissolto nel ritirarsi delle onde e sono certa che il leggerissimo solletico sul piede sia il passaggio delicato di un granchio sul bagnasciuga che ingombro.

Questa è la quintessenza dell’impossibile. Non un urlo, non un granello di sabbia volante, non un richiamo alla realtà, l’acqua non è fredda, non è inquinata, non ha meduse, la sabbia non brucia. Sono sola.

Invece un improvviso “Vuoi braccialetto” mi trascina qui, stile Enterprise, materializzandomi in un fazzoletto di sabbia ustionante. Tra una coppia che si strapazza di coccole ed una che litiga di brutto. Davanti due senza peccato trovano difetti a chiunque: “Quella è più grassa di me. Guarda invece lei è magra, ma che cellulite. E scusa cosa l’ha messo a fare il pezzo di sopra è piatta, pare una tavola e pure il naso, hai visto che naso tiene?…” Chissà cosa pensano di me, della coppia che litiga e di quella che amoreggia. Sicuramente hanno opinioni su tutti e vengono alla spiaggia per sparare a zero, mica per l’abbronzatura. ” No, grazie non voglio niente” e se ne va deluso.

Un pallone mi rotola tra i piedi. La faccia deve essere piuttosto chiara. Provo la classica emozione di un anziano trascinato via da casa, perdutamente disperato. Vorrei fuggire.

Anche se mi fossi portata un libro, sarei a rileggere la stessa frase. Per lo meno un peso in meno da mettere in borsa.

Rinuncio al sogno, troppo doloroso il confronto con la realtà.

Mi dirigo ingenuamente verso quel rinfresco in cui tutti devono aver espletato con felicità ogni emozione. Se ci penso è finita. Beata ignoranza!

Un piede alla volta. Immergo centimetri in acqua e spero di trovare bellissimo tutto questo.

La bimba davanti a me tenta di nuotare, un’altra è bravissima, ma entrambe schizzano a più non posso sommergendomi della loro felicità. I miei figli un tempo devono aver stimolato altrettanto i bagnanti, ora sono delfino e sirena poco altre la linea di affollamento. Lo amano il mare, lo vivono, lo assorbono, ne prendono l’essenza senza avvertire il fastidio, la massa e l’inconsistenza. Ascolto la gioia della madre che si congratula con l’acquaticità della piccola, troppo piccola per capire la parola complicata che ha appena usato.

E’ un gran parlare ovunque. La gente ne ha tanta voglia, forse bisogno. Io scrivo, parlo già abbastanza. Per questo mi isolo e resto ad osservare. Con l’orecchio e l’occhio radar ho captato storie e nomi che potrebbero presto trasformarsi in personaggi e racconti. E’ che vedo ovunque macchiette e caricature. Lui il grizzly peloso inguardabile, lei con la rivista da pettegolezzo sull’asciugamano a raccontargli chi ha baciato chi e di chi è quel pezzo di seno fuori. Strabuzza gli occhi sperando di vedere chissà che ma lo vedo deluso, non è certo Playboy. Poi c’è la famiglia tedesca bianco latte con la muta a quasi quaranta gradi che mi fa sciogliere come una candela, ma de gustibus. Il mio amico “Vuoi braccialetto” che dopo essere passato al tu mi tenta con un ” ti faccio sconto, dai”, ma molla quando gli racconto che esco di casa senza soldi. Poca differenza se mi portassi davvero il portafoglio dietro, sarebbe sempre vuoto. Forse mi crede, forse ha caldo anche lui, però che vita…

“Mamma, giochiamo a palla?” giuro nemmeno se avessi il collo della civetta potrei individuare se sono io la mamma richiesta, e se la voce proviene dai miei due pargoli. E’ un asilo unico con figli misti per età. Però scopro presto di essere io quella mamma con l’opzione di scelta, o cerco pietre preziose in spiaggia (rigorosamente da custodire a casa) o gioco a palla.  Presto si aggiungono altri giocatori, dai nomi impronunciabili, dalle età incalcolabili, mi trascinano nei sorrisi abbronzati, nella voglia di giocare e divertirsi come se non ci fosse un domani. Partecipo, incurante di tiri azzardati e torno a quando davvero non avrei fatto altro. Solo che ora mi tocca guidare per tornare a casa, mentre la lavatrice fa il suo lavoro preparare cena, possibilmente anche qualcosa di buono…e sento salire la stanchezza di un pomeriggio  al mare per nulla rilassante. Pomodoro e mozzarella, mi sa.

Ma se andate al mare, voi come fate?

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