Puntata 10

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… Rieccoci di nuovo alla rubrica “Le anime di carta”.

Tutti i segreti che potevo raccontarvi di una di loro  sono stati snocciolati, mi restano solo le ultime considerazioni personali.

Nessun autore è così bravo da essere anche un buon critico di sé stesso, quindi capirete benissimo che se chiudo il discorso con un giudizio lusinghiero sull’opera non è vanità, ma inossidabile amore per la propria creatura.

Averlo scritto un libro porta con sé un lavoro di grande empatia riversato completamente sulla carta. Giorni e notti in cui il solo pallino è ritrovare il filo logico delle vicende dei personaggi, perché inevitabilmente la vita ti richiama anche alla realtà, e staccarsi dalla scrittura spesso diventa una vera tortura. Pensieri su pensieri in cui rivivi l’esatta sequenza di emozioni trascritte e senti un treno passarti sopra senza fare alcuna fermata.

Ecco se ho reso l’idea, quando scrivi e decidi la parola fine e lo rileggi, non puoi che non esserne completamente innamorata. E’ per questo che un autore scrive, è per questo che poi lo pubblica per ascoltare la reazione dei lettori. Ecco ora aspetto la vostra…trepidando.

Intanto l’anima di carta de “Il giardino Viola” vi aspetta…

Allo spuntare del sole Viola dormiva ancora saporitamente. Non fosse stato per quel rumore sul tetto forse, intorno a mezzogiorno, sarebbe stata lì abbracciata al cuscino. Uno scoiattolo  doveva aver perso una noce durante la traversata del tetto e quel piccolo rotolamento fino alla grondaia era solo l’inizio dell’avventura. I rumori cominciarono a farsi più intensi. Prima il tombolare delle altre noci, poi la corsa del roditore alla loro ricerca. Le ricordava quel vecchio cartone di quando era bimba, Scrat dell’era glaciale che per rincorrere la ghianda ne combina di tutti i colori. Ecco forse sul tetto succede la stessa cosa. Cade sul terrazzo qualche cosa che fa un piccolo tonfo.

Ma che diavolo di ore erano? Le dieci? Accidenti. Non le capitava da tanto di far così tardi alla mattina. Che meraviglia dormire di nuovo nel suo lettone. Al fondo ai piedi la osservavano in rassegna al completo lo zoo dei suoi vecchi peluche. Molti sarebbero di certo stati meglio nella spazzatura, visto lo stato di consumo avanzato, ma guai. Era affezionatissima. Con ognuno aveva condiviso notti di sogni, giochi e segreti. Però le dieci. Forse era meglio darsi una mossa.

Acqua gelida dal rubinetto. Brr. Era congelarsi il viso non lavarlo. Aria fresca in camera. Possibile che nemmeno i raggi del sole si fossero ancora svegliati? Rimasti nascosti dietro alla cortina delle nuvole. Forse però prima o poi si sarebbero sollevate. Dentro al cassettone prese un vecchio paio di pantaloni, con le toppe sulle ginocchia, di quando era ragazza e i calzettoni quelli pesanti. La sua felpa preferita macchiata di mirtilli, ma così calda. Tutto profumava di lavanda, merito del sacchettino che la mamma aveva infilato in ogni parte del comò.  Mancavano le scarpe. Quelle con cui era salita non potevano proprio servire a nulla. In montagna solo scarponi. Vipere in estate, buche e storte in agguato il resto dell’anno. E poi aveva voglia di fare un bel giro subito dopo la colazione. Peccato fossero solo duri come la pietra. Quanti anni erano stati fermi lì nella scatola. Dieci? Poveri scarponi, certo non poteva pretendere.

Passo dopo passo comunque si stavano ammorbidendo. E passo dopo passo si avvicinava alla meta prefissata. Zaino in spalla, piccolo pranzo, macchina fotografica al seguito e il papiro di mamma, insomma tutto il necessario. Nel fitto del bosco il sentiero si era confuso per via degli arbusti nati nel mezzo e gli alberi caduti abbattuti dalle intemperie. Si riconosceva, ma qualche deviazione era d’obbligo. Il percorso saliva in mezzo alla natura ora nel fango, ora in mezzo alle pietre. Era forte il profumo del bosco. Nel muschio riusciva a intravvedere i nuovi funghi autunnali. Peccato fossero quelli velenosi.

< Ah papà ci fossi tu cominceresti a guardare vicino ad ogni albero per trovare il primo fungo buono, il capostipite del cestino da riempire.> Senza papà era demotivata a cercarli, erano la sua passione e lei lo accontentava più che altro. Ed era tanto che non andavano più per funghi insieme. Dieci anni circa.  Un pò di fiatone cominciava a sentirlo, ma per forza. L’ossigeno si stava facendo più raro e la salita più dura. Non la ricordava tanto ripida.

Un uccellino, sì lo aveva visto, prima sentito cinguettare poi visto. Che spavento si era preso. Anche lei. Eppure né lui, né lei avevano brutte intenzioni. Vaglielo a dire alla paura. Quando era piccola veniva a cercare anche le lepri ed i caprioli. Una volta uno o due era riuscita a vederli. Creature meravigliose. E poi la notte con la pila a guardare i topi a saltare da un tronco all’altro. Che matti. Lei e papà. Anche i topi.

Gli ultimi alberi proprio non li ricordava. Avevano cambiato un pò il percorso bisognava girarci intorno. Eppure un tempo era un sentiero. Incredibile. Ora doveva farsi strada tra rovi e rami bassi. Fortuna che il panorama era sempre lo stesso. Stava lì immobile ad aspettarla quasi a darle il bentornato.

Dalla rupe si vedeva la totalità delle montagne intorno. Un’immensa distesa di alberi e rocce. Un silenzio padrone. A distanza di un’ora dalla sua partenza da casa, il sole non era ancora riuscito ad aprire la cortina delle nuvole. Peccato un cielo azzurro ed un bel sole sarebbero stati perfetti. Ma tanto in montagna il tempo fa sempre come vuole.

Sperava di trovare qualche magica sensazione di dejavu ritornando lì. Ma la magia stentava a farsi viva. Certo riconosceva tutto. Ogni vetta  a grattare le nuvole, ogni pendio nascondeva i rifugi degli animali selvatici e vedeva immobile trascorrere la vita intorno a sé. Essere una montagna doveva essere davvero una prova di pazienza. Lì ferma ad aspettare che le stagioni facciano il loro corso, che gli esseri viventi si cibino di lei, rispettandola e saccheggiandola. Una sorta di ventre materno in grado di dare la vita e aspettare il suo graduale crescere.

Si decisamente ci vedeva la mano di Dio. E la vedeva anche in ogni masso e pianta. Lei era la parte più effimera del tutto. Non sarebbe stata un buon minerale, di certo immobile non riusciva a stare avrebbe rotolato piuttosto, un centimetro al giorno. Che pensieri stupidi. Il silenzio era ovunque tranne nella sua testa, che continuava vorticosamente a vociare. Stava aspettando il segnale.

Fino ad ora  aveva letto molto, oltre ai manuali che la mamma teneva nella libreria anche romanzi. Alla fine per deformazione trovava in ognuno lo stesso filo conduttore, quando il protagonista ne aveva bisogno, il caso lo aiutava presentando nuovi strumenti necessari per continuare il viaggio. Ora ne aveva bisogno lei. Se ripensava al suo passato trovava la sincronicità degli eventi palesata in tantissime occasioni. I ritardi degli aerei le permettevano di conoscere persone interessanti o vivere situazioni importanti. Il naturale evolversi di vicende in cui  non metteva il dito si trasformavano nel mondo in cui si sarebbe immersa. Il destino era lì in agguato, ad ogni bivio  lo lasciava un pò fare, con l’atteggiamento di un bimbo che apre il regalo del compleanno, ignaro.

Anche quando erano brutte sorprese, spesso il loro valore era alto. Ritrovarsi derubata a Wharangal (in India) la città che aveva scelto per la quantità di monumenti in pietra da visitare,  le aveva permesso di conoscere il grande cuore dei poveri. Diventare come loro in un balzo era stata la chiave per comprenderli a fondo. Da turista li avrebbe visti in distanza.  Da loro pari aveva potuto assaggiare la  solidarietà e complicità. Per questo motivo gli scatti che ne erano usciti erano così veraci. Facevano sussultare. Gioiosi nella loro assenza di fronzoli i bambini le sorridevano mentre giocavano. Bellissime le giovani donne che si truccavano davanti a lei. Ma lo sapevano di essere così pure e belle? Naturali, fasciate nei sari drappeggiati sulla spalla che diventavano, a seconda della necessità, pantaloni o zainetto per neonati. Colorati anche i cibi, semplici, ma deliziosi. Incredibili quegli occhi che la guardavano trovandola aliena al loro mondo e raccontavano così tanto senza parlare. Le avevano lasciato un’incredibile sensazione di disagio addosso. Solo per questioni di nascita a lei era stata riservata la possibilità di scelta, a loro di accettazione.

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