Puntata 5

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Bentornati al nostro appuntamento settimanale, ormai il quinto.

Se non vi siete ancora stancati vuol dire che siete davvero speciali e meritate un grazie per la costanza dimostrata.

Riprendo esattamente dove avevo interrotto.

La nuova anima di carta che premeva per vedere la luce era la somma di molti mesi di lavoro al computer, di una immersione nel mondo femminile, tanto complicato e frastagliato come il suo animo. Preoccupata di ripercorrere le stesse strade infruttuose provate in precedenza, mi sono diretta consapevolmente verso nuovi lidi ed essendo vogliosa di imparare le nuove tecnologie, nate apposta per facilitare la vita agli utenti, ho proprio cercato in internet la soluzione.

Tra i vari self publishing che non mi soddisfacevano al cento per cento, ho trovato un nome dal suono curioso a me del tutto sconosciuto. Crodwfunding. Mi sono immediatamente documentata e scoperto la reale validità del sistema cercato un portale editoriale adatto al mio progetto.

Questa volta i tempi sono stati molto più rapidi delle risposte che solitamente attendevo per mesi e nel giro di una manciata di giorni avuto il responso tanto atteso.

Il mio libro poteva partecipare alla sua campagna di crodwfunding. Ora il lavoro diventava trasformarlo in realtà.

“Vita e riavVita” è la seconda anima di carta che metto al mondo, ma per ora è ancora nel suo limbo, pronto a muovere i primi passi nel mondo dei libri, ma stavolta scelto dai lettori. Una grande,  importante possibilità che i lettori italiani hanno e spero sfruttino.

Anche voi se volete darci un’occhiata potete trovarmi su bookabook……….

Ma ora torniamo a “ill giardino Viola” che ci aspetta ….

 

Ricordo ancora quando sei arrivata a casa convinta la strada giusta da seguire fosse affrontare la scalata di una montagna importante con  professionisti. Peccato tu non lo fossi. Ok un po’ di esperienza nel tempo avevo contribuito anche io a dartela. Io e tuo padre ti abbiamo dato un’educazione ambientale che ti ha insegnato ad amare tanto il mare quanto la montagna, hai sperimentato con noi, fin da piccola, il rapporto e l’amore con la natura: percorsi di trekking, esplorazione di grotte, arrampicate di pendii pericolosi, ciaspolate su neve fresca. Insomma abbiamo iniziato insieme poi mi hai lasciato per strada e hai proseguito formando un tuo personale gruppo con cui condividere questa passione. Ora il passo importante: decidere di scalare il Monte Bianco. Io temevo per la tua vita ed ero convinta fosse troppo. Con il cuore sarei andata al tuo posto. Con la testa e le gambe non mi sono mica mossa. Tu sì. E’ stata la partenza in cui ho temuto la macchina non sarebbe decollata con il peso dei bagagli dei tuoi pazzi seguaci. Invece, non solo è partita, ma è anche arrivata. Sai le conservo ancora le foto, beh non solo di quel viaggio. Tutti e quattro stretti intorno al macinino che sbuffava sotto il peso di zaini e attrezzature varie. Voi belli sorridenti e gagliardi di dimostrare che “volere è potere”. Guardavo le foto e tremavo. Ad ogni vostro passo tremavo. Anche io alla tua età sarei stata felice di affrontare questa sfida, ma lo dico oggi che tu ne sei uscita vincitrice, nemmeno l’avrei pensata possibile.

Mi sentivo complice della tua felicità e in ansia per i nuovi ostacoli che avresti dovuto affrontare. Un crescendo di timori e pensieri compagni per giorni. Un filo sottile, lunghissimo e invisibile ci legava. Non solo foto e parole, ma anche sensazioni quasi come fossimo state gemelle separate. Ogni volta che sei partita per le tue destinazioni è stato così. Quella è stata la prima. Al tuo ritorno poi mi sono nutrita dei racconti che quasi mi pare di aver vissuto anche io le tue avventure. Ricordo che quando tutta la comitiva ti ha scaricato sotto casa sono scoppiata a piangere come se fossi sopravvissuta a chissà quale cataclisma. Si sono fermati tutti a cena quel giorno perché non volevo perdermi un solo istante del vostro “mega incredibile scalatone”. Ero la mamma di tutti e quattro nessuno escluso, e voi eravate dei miracoli viventi che mi avevano fatto toccare l’ansia del baratro e la gioia della luce. Tu con quegli occhi così lucenti. Brillavano di vita, di gioia pura, ma sapevo già che l’effetto stava velocemente svanendo perché avevi avuto il tempo nel tragitto di assorbire il tutto e stavi progettando altro. Il tuo sorriso me lo faceva intendere. Il silenzio del tuo sguardo quel giorno mi ha comunicato il tuo bisogno di adrenalina pura.

 E’ stato l’inizio. Esperienza dopo esperienza, viaggio  dopo viaggio. Io sempre a vivere tutto qui da casa. Ad aspettare i tuoi ritorni prima timorosa, poi fiduciosa, infine abituata. Ma sempre felice. Quando ho capito che sapevi cavartela, che saresti stata in grado da sola o in compagnia, che quella era la tua strada ho smesso di trattenere il respiro. Ho capito perché sei nata.

 

A questo punto Viola si interruppe. Le lacrime lente le colavano sul viso. Aveva interrotto la precedente lettura e si era posta delle domande. A ritroso nel tempo sua madre aveva ripreso a scrivere e lei a leggere e simultaneamente si erano ritrovate a rispondersi quasi un filo le legasse. Ora leggere della sua prima esperienza estrema aveva il potere di farla tornare indietro, di farle rivivere con precisione di particolari, tutto. Le parole che grande potere hanno. Come fotogrammi di un film, ricordava parte della grande impresa. Erano passati anni. Lei era una diciassettenne spericolata che seguiva il gruppo e il fidanzato. Sua madre vedeva lei la capogruppo e tutti gli altri seguaci. Forse entrambe sbagliavano, forse ognuno da il senso che vuole alle cose. Però ricordava perfettamente che l’idea era venuta a Mattia, ne avevano parlato una sera nel “buco”. Mitico buco. Si riunivano lì, era la taverna della casa dei genitori di Mattia. Con il gruppo guardavano film, facevano feste, provavano con gli strumenti, giocavano a trasformarsi in quello che pensavano sarebbero diventati un giorno. Credevano di avere il futuro in mano, come pasta modellabile. Le idee erano in incubazione, poi a casa incontravano gli ostacoli dei no, ma avevano ormai stabilito regole precise. Ognuno di loro era bravo in qualche cosa, “bravi ragazzi”. Buoni voti a scuola lei, ottimo calciatore Lorenzo, bravo musicista Mattia, capace disegnatore Walter. Lei, l’unica ragazza del gruppo, la ragazza di Mattia, protetta dagli altri. Gruppo mitico. Il suo gruppo. Quello in cui ognuno portava la propria idea, in cui se il sì lo strappava uno era ovvio lo sarebbe diventato anche per gli altri. Un’onda che trascina le altre.

A proposito della scalata, era stato proprio Mattia che l’aveva lanciata per movimentare un po’ le cose. Vacanza economica, a contatto con la natura. Su internet aveva visto immagini suggestive di un rifugio bellissimo arroccato sulla montagna. Dovevano per forza andarci e dormire lì una notte. Essendo il più grande, avrebbe guidato lui. La macchina era il Panda del nonno che non pativa certo nulla, l’attrezzatura l’avevano tutti, la voglia anche. Giorni indimenticabili quelli. Aveva visto giusto sua madre. Quello era stato l’inizio. Dopo la prima iniezione di adrenalina non ne aveva più potuto fare a meno. Vedere posti nuovi, nutrirsi di panorami incontaminati, con poche presenze umane. Vivere la natura in modo così profondo da sentire la vita in gioco, sentirti in debito con lei per la tua sopravvivenza e renderle grazie. All’arrivo al rifugio in cuore le era salito in gola. Unico era dire poco. Il rifugio di Gouter era un tributo alla perfezione umana. Costruire lassù a 3817 metri, un simile capolavoro era per veri amanti della montagna. Arrivarci non era stata una passeggiata. Solo il primo tratto con il treno a cremagliera era stato uno spasso. Poi sempre a piedi sentieri, creste rocciose, nevai.  Durante la scalata aveva affrontato l’incognita della paura senza più sentirla, mano a mano che saliva trovava fiducia in se stessa. Aveva vinto timori. Era una cosa sola con la sensazione di totale libertà. Felicità pura arrivare alla fine della scalata. Vedere e toccare con lo sguardo quell’immensità. Simile era stato solo volare con il deltaplano. Ma che freddo! Se lo sentiva ancora dentro le ossa. Le mani, gelate, dure, quasi assiderate nonostante i guanti. Dopotutto i ghiacciai erano una costante nel percorso finale. Partiti da casa con le informazioni lette su internet si erano convinti di affrontare una montagna semplice e immatura, la realtà li aveva contraddetti. Il tempo cambiava repentino, rendendo difficile l’ultima scalata. Il vento e la neve facevano un pò ballare, ma la struggente bellezza del posto era la panacea di tutte le fatiche. Indimenticabile. E non solo per lei, a quanto pare. La mamma lo ricordava molto bene. Averlo messo nero su bianco ad anni di distanza, con così tanti particolari, le faceva capire appieno quanto l’esperienza l’avesse colpita profondamente.

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