Il rispetto del dispetto

Leggo il titolo e mi ribolle il sangue d’indignazione.

Ho dato solo uno sguardo al giornale, mi è bastato il titolo per avere chiaro l’intero articolo.

L’incapacità di leggere nell’animo umano di alcuni individui mi lascia interdetta, fino a farmi fremere. Si tenta di spiegare il motivo per cui una vittima decide di incontrare il proprio stalker, futuro assassino. Mi domando se il giornalista rivolga questa domanda davvero curioso o per scusare il colpevole e dare un grado di colpa anche alla vittima. Tanto è morta, non parla più, costa poco.

Non ci sto.

Nemmeno ad ascoltare chi sta per alzare la mano dicendo che anche gli uomini vengono maltrattati, per piacere faccia silenzio e vada oltre, lontano, sparendo da qui.

Le donne sono vittime, non sono disponibile a cambiare idea, i dati parlano chiaro e la realtà non lascia spazio ai dubbi. La società maschilista la vede come una proprietà: un bene di consumo di cui fare scorta, scambio e poi rifiuto. Ne so qualcosa.

Non ho lauree o pseudo corsi da vantare che mi possano titolare per scrivere e riempire la pagina, ma di questo argomento ne so molto.

Per me ha funzionato così.

Ti innamori.

Lui è interessante, di quei tipi che fanno provare il brividello a fil di pelle perché amano vivere al di fuori delle regole e credono sia legittimo far un po’ a modo proprio. Bevono credendo di tenere sotto controllo la situazione, sono possessivi ma solo perché la gelosia è il pepe del rapporto, sono pretenziosi perché a lasciarsi andare ci vuole un attimo.

Il tipico tipo che fa battere da matti il cuore se sei alla ricerca del dannato principe azzurro da redimere ma non troppo, della categoria “non posso credere abbia scelto proprio me”. Vesta i panni del musicista satanista, studioso irreprensibile, bello ma diverso…inganna, attrae ed acchiappa.

La passione è come una miccia corta che veloce, troppo veloce brucia fino a lasciare lo scheletro di quel che era. Svanito in fretta il senso di euforia del “dobbiamo conoscerci intimamente”, resta quel tram tram a volte noioso che leva il fascino dell’inizio. E la storia si siede.

Ecco all’orizzonte delinearsi i primi dubbi. Di lui cede la maschera, fino a notarsi il vero volto poco raccomandabile che davvero alle regole non ci vuole stare.

Cambia il senso delle parole.

A rispetto sostituisce dispetto. E non c’è più verso che ti rispetti in qualità di adorata bambola, ormai scomoda anguilla che vuole scappare.

Le donne hanno tutte un sesto senso. In molte l’allerta è allenata, in altre invece parecchio nascosta sotto cm di “ma dici?” increduli che si mette a suonare in maniera appena accennata sollevando dubbi, facendo interpretare le inflessioni di voce e presagendo un finale non piacevole. Quindi iniziano i film mentali. “Se gli rispondo così succederà che… Se provo a contraddirlo magari capisce… Se mi impunto sarà la volta buona che …” elencando la serie di eventualità più probabili.

Ecco il momento della verità. Una di queste occasioni si presenta e tento il mio Se.

Apocalisse.

Il big jim di plastica si è bevuto anche il cervello, esplode come una granata frantumando giorni, settimane, mesi, anni di studiato controllo. La crepatura che mostra è la brutta anteprima di un film che mai avrei voluto vedere. Se esiste un dopo i segni sono comunque indelebili. Se esiste. Fino all’ultimo resto nel dubbio ci possa essere un seguito.

Gli occhi hanno il tempo di fotografare ogni millimetro di quella pelle, imparando a memoria il grado di alzata sopraccigliare che accompagna il ghigno cattivo, il tempo che intercorre tra il proferire la minaccia e l’azione della sua mano che stringe forte, troppo forte per riuscire a reagire. E poi quelle parole che feriscono dentro, uccidendo l’anima, le speranze, le scuse regalate fino a quel momento e si mostrano per l’unico motore che le ha messe in azione: la cattiveria.

Solo un essere tremendamente in lotta con il mondo sa essere tanto cattivo da minacciare la vita di un altro essere umano. Uno che vede non più sottomesso e disprezzabile senza reagire, facile da manipolare. Eppure diceva di amarmi più di sé stesso.

L’amore non è questo, non è il sentimento di cui lavarsi la bocca al posto del dentifricio e pulirsi le scarpe come zerbino. Ora lo so.

Quando capisci che usa il suo potere fisico per distruggerti mente e corpo, prima di compiere il gesto definitivo, a cui mira solo di allungare la data di scadenza, scoprendo in quel preciso istante la grande forza che detiene in mano. Il vile potere della paura. Paura che ti incute, ora sottomessa di nuovo, terrorizzata e sicuramente più devota. E’ tardi, troppo tardi.

Credendo di aver vinto alza la posta e nei suoi giochetti psicologici mi fa notare che se mi comporto bene tutto continuerà a scivolare nel modo migliore ed i nervi non salteranno più, perché ovviamente la colpa si è scoperta. E’ solo mia, di quelle reazioni, dei no, dei cambiamenti irrazionali. Un giochino sottile in grado di capovolgere lo specchio distorto di una mente malata, finalmente allo scoperto. Perversa.

Il tutto diventa la quotidianità infelice di una vita sull’orlo della paura, con la certezza di poter sbagliare in qualunque circostanza. Prima o poi accadrà, per stanchezza, ribellione, saturazione rischiando di trasformarsi nell’ultima volta.

Così ti racconto che la paura è paralisi, incontrollabile timore di essere in torto anche se in ragione. E’ dubbio al posto del sangue. Un’amnesia del suo opposto coraggio che ti abbandona fino a farti rimpicciolire della misura necessaria a venire schiacciata.

A questo punto dovrei raccontarti la favola con il lieto fine, con la redensione per mano divina dell’uomo dedito al suo istinto cattivo. Farti credere che esistano vie d’uscite, ma per bocca mia sentirai solo il consigli di “non arrivare alla seconda volta”. La prima è già stata l’avvertimento per scappare.

Poi è solo troppo tardi.

E spesso non esiste un dopo.

Quel legame che nessuno vede e scopre tra vittima e carnefice ti ha completamente legato a lui da non potersi più rompere. Se non nel modo deciso dalla mente bastarda del maniaco del controllo.

Da vittima ti assicuro che non solo la paura circola al posto del sangue, ma ne sei completamente soggiogata. Sai di non ricevere aiuto da nessuno, perché nessuno può garantirti di esserci sempre giorno e notte ad ogni passo anche mesi dopo che con la finta maschera sorridente avrà convinto tutti di essere cambiato.

Fidati delle mie parole. So che le senti.

Chi lo fa una volta ha perso il freno e non si fermerà se non lo fermerai tu.

Chi lo fa è nato con quell’intenzione.

Non permettergli di scavarti dentro con false accuse l’indecisione.

Chi ama non ferisce, chi ferisce non ama.

Come il resto delle cose che continuo a vedere dall’angolo della mia visuale anche il mazzo di fiori fresco che mi sta davanti non migliora il mio umore. La distesa di grigio, nero e bianco con visi che mi fissano è talmente irreale da sembrarmi innaturale. Non cambiano la realtà le lacrime che hanno seguito il tragitto a questa che ora è la mia casa.

E tu che vieni ogni giorno a trovarmi e leggermi il giornale per chiederti se dice il vero, non credere alle sue parole, vuole farti credere che esista un altro modo di raccontare la violenza, scusandola. Dandomene colpa.

Sono qui, metri sotto di te, a riposare distante da tutto quel contorto ed affrettato mondo pieno di cattiveria. E’ stato per colpa del titolo che la memoria ha riportato alla luce il dolore, un dolore recente ma già scordato.

Non pensare sia meglio, solo la morte cancella certi segni. Ed io temo di vederli anche su di te.

Non è di scarpe rosse che voglio sentirti parlare con il groppo in gola al pensiero di essere la prossima. Voglio vederti capace di riconoscere i segni, allontanarti in tempo, guardare fiera davanti a te in modo da scegliere a quale destino andare incontro.

֎

Cinzia sedeva ogni giorno al riflesso della luce calante del sole. Il suo angolo era da settimane lo stesso, sul ciglio del cimitero osservava la vita cedere il posto al buio e le piccole fiammelle diventare i custodi di quella ingiusta pace. Conservava dubbi sulla morte della sorella. Non era certa che avesse davvero tentato il suicidio, era strano che non glieli avesse mai confidati quei pensieri pesanti. Era ancor più strano che non avesse lasciato biglietti a spiegare il gesto. Sperava in cuor suo di trovare un motivo, ma il vuoto imbarazzante che sentiva dentro non le faceva capire nulla. Veniva così alla ricerca di un appiglio che le permettesse di accettare il dolore, la perdita e la disperata rabbia che avvertiva.

La tomba era là, semplice e spoglia come il suo tormento senza nome, né ragione. Una croce, mazzi di fiori secchi sotto il picco del sole, pronti a disfarsi sulla montagna di terra ancora profumata. La chiamava e la respingeva come a dirle che sotto c’era un segreto, ma lei non aveva il codice per decifrarlo.

Ogni giorno, senza conoscere la sosta della domenica, trascorreva le ore del tramonto in quel silenzio irreale dove anche il respiro è di troppo, nulla è leggero e le emozioni corrono sullo stesso filo della tristezza. Nella speranza di sciogliere i suoi dubbi, ma senza sapere come fare.

< Se le anime parlassero, se le risposte venissero scritte in modo da poterle conoscere.> Pensava.

< Mi hai lasciata senza spiegazioni, mi hai spezzato il cuore senza un addio. Eppure eravamo più che sorelle.> Il rammarico cresceva sul cedere delle lacrime.

< Sai dicono che la tua morte si possa spiegare come un gesto drastico deliberatamente deciso, nella misura in cui dalla vita non vedevi altre uscite. Mi chiedo perché. Perché non mi hai chiesto aiuto, perché nemmeno a Dario hai detto nulla. Sai anche lui è incredulo.> La posizione ferma delle gambe piegate sulle ginocchia cominciava a dolerle, il freddo del terreno le saliva su per la schiena come un brivido serpeggiante.

< Da quando ho scoperto che non ti avrei più rivista, ho temuto anche la mia vita sarebbe terminata con te. Ho smesso di studiare, non amo più il sapore del cibo, non provo interesse per i programmi in televisione, non ho voglia di parlare con gli altri, penso solo a te. Se questo è il dolore posso confermarti che annienta. Svuota. Se non potessi parlare con Dario di te, impazzirei.> Le mani le cominciarono a tremare. Non era più freddo ma una forza strana che le era penetrata dentro.

< Sono anche arrabbiata. Certe cose sono da stupidi, proprio da stupidi. Lo sai che c’è gente che darebbe tutto l’oro del mondo per vivere, gente malata, con il timer in corso. E tu hai fatto quello che hai fatto. Non ci credo. Non tu che credevi nella vita, che volevi cambiare il mondo e farne un posto migliore. Non tu che avevi conosciuto l’amore, ridevi felice e mi dicevi sempre “scusa non posso ho da preparare la mia cena perfetta”, vivevi per lui. Hai sprecato la vita e l’amore come una sciocca viziata annoiata dal troppo.> Le lacrime ora facevano a gara in quella corsa in caduta libera con le ragioni del cuore. Un cuore ballerino.

< Ora sono sola, lo capisci che mi hai lasciato sola? Ora sei sola anche tu. E passo le mie giornate a leggere senza capire nulla, cerco nella quotidianità una scusa per andare avanti. Per sopportare il mio dolore. Dimmi cosa dovrei fare. Pagare un mago per farmi leggere il futuro, per chiedergli spiegazioni sul tuo gesto? Dovrei arrendermi e far passare il tempo a lenire ogni cicatrice?Abbandonarti al silenzio di questo posto che rapisce le ore come un buco nero? Dimmi cosa dovrei fare.> La sua voce si era alzata a pareva un urlo, rotta dai singhiozzi.

Una folata di vento accarezzò tutta la collina come una mano gigantesca. Lentamente come a percepire ogni particolare toccato. Cinzia chiuse gli occhi e tirò su di naso. Era tutto così strano. Nonostante fossero trascorse settimane tutto continuava ad essere tanto irreale. Morire suicide a ventisei anni, lanciandosi nel vuoto sapendo di ferirsi in maniera totale, sprecando l’occasione di superare il momento di depressione. Probabilmente perché Dario continuava a rassicurarla che in realtà non si era accorto di nulla. E con quegli occhi non poteva non essere così. Con quegli occhi profondi e scuri che le facevano scuotere tutto dentro, mettendo a dura prova il rapporto ufficiale che dovevano mantenere. Di lui la attraeva il modo di vivere, una spanna sopra gli altri, una sorta di sottile arroganza che gli faceva sempre dire a muso duro come la pensava, con ironia, con la forza di un vero uomo. Di questo di sicuro si era innamorata sua sorella. E forse stava succedendo anche a lei.

Il vento le si insinuò sotto la giacca facendola rabbrividire. La scossa le fece cadere il giornale a terra ed una dopo l’altra le pagine cominciarono ad aprirsi come se una curiosità invisibile le stesse sfogliando. Non era un vento normale, la studiata lentezza pareva più umana che naturale. Ad un tratto cessò. Una foglia dall’alto prese a scendere vorticando in cerchio. Cinzia rimase ad osservarla stupita e curiosa. Circoletti lenti e leggeri roteanti su sé stessi fino a cadere sul viso della giovane donna trovata morta in casa, per mano del fidanzato. Il giornalista si domandava cosa spingesse una donna ad incontrare il proprio stalker, ipotizzava la paura.

Paura. Paura.

Continuava a ripetersi come un mantra, aveva paura. Paura di chi? Il mostro le stava vicino e lei aveva paura. La foglia riprese a spostarsi, come se il vento si fosse dedicato solo più a lei. Il nome della giornalista a firma dell’articolo di colpo diventò il nuovo punto di riferimento del verde picciolo. Claudia. Nascondendo il cognome.

Si portò la mano alla bocca. Incredula.

< Claudia, dimmi che non sto avendo un’allucinazione. Dimmi che stai cercando di comunicare con me.> Con un filo di voce rotta dall’emozione Cinzia rimase perplessa mettendo in moto tutto il suo lato pensante sotto la guida del cuore. Piano piano le gambe cominciarono a scivolare a terra sedendosi del tutto, simile ad una bambola di pezza. Sì, Claudia stava cercando di comunicare con lei. Non aveva dubbi.

Chiuse gli occhi, stanca e provata. Certe cose fanno male al cuore, come un taglio che continua a sanguinare. Certi dolori sono talmente profondi ed intensi da togliere il respiro. Era peggio la certezza di una sorella morta o la sensazione di un dialogo assurdo con l’aldilà? Ma lei voleva sapere, e questo valeva più di ogni altro dubbio.

Riprese il controllo del suo respiro, gradualmente, fino a sentire la calma impossessarsi di ogni cellula del corpo. Anche se un leggero senso di vertigine le faceva muovere la testa.

Mise i piedi uno contro l’altro portando le gambe piegate come quando era bambina e poggiando le mani sulle ginocchia iniziò a dondolarsi.

< Dimmi perché, dimmi perché.> Il vento pareva sparito, l’ultimo raggio di sole aveva abbandonato da tempo il cimitero e l’aria fresca si era accompagnata al buio facendo precipitare tutto nelle braccia della sera. Il momento ideale. Nessuno avrebbe potuto vedere ombre, sentire voci, notare stranezze. Nemmeno gli occhi di Cinzia chiusi per non guastare l’occasione.

Come il passo felpato di un sospiro, un’entità leggera divenne padrona dello spazio e del tempo avvicinandosi all’unica fonte di vita presente in quel posto completamente disabitato.

Solo una veloce frase appena percettibile alle orecchie della sorella. Una frase che a fuoco le si impresse dentro. Avrebbe saputo.

< Il disincanto di un amore svuotato non ha davvero contrappeso. E spero tu non lo scopra mai.>

Poi di colpo il nulla. La certezza che il mondo aveva ricominciato a muoversi. La consapevolezza della disperazione della sorella in quelle parole trasformate in gesto. L’articolo, il giornale. La mancanza di biglietto. Forse non era stato un suicidio. Forse.

Per un istante pensò con rabbia alla giustizia negata, alla voce infamante legata alla sua morte, al senso di vuoto che le si stava riempiendo. A piccoli passi stava tornando la voglia di trovare un senso in tutto questo dannarsi a correre.

Claudia non sarebbe morta inutilmente restando una vittima, lei non sarebbe stata la prossima. No. Avrebbe ripreso gli studi, motivato i sacrifici ed ottenuto risultati. Sicuramente un bel corso di autodifesa. E poi un occhio di riguardo all’amore. Nulla di diverso da scambiare per lui. Nulla di meno, nulla di troppo. Nulla che si avvicinasse a quelle sibilline parole. Se di amore malato era morta, lei non lo avrebbe scoperto, né avvicinato mai.

Prese il giornale a terra e si mise in tasca la foglia. Girò le spalle al buio dove tra le tremolanti fiammelle esisteva un mondo di ineffabile materialità. Lo aveva percepito e nonostante non la spaventasse preferì lasciarlo al suo posto, custodito dal segreto della notte. Varcato il cancello, si diresse verso l’auto. Il cellulare segnava due chiamate ed un messaggio. Sempre Dario. Riflettendoci quegli occhi non erano così interessanti e quel vivere senza regole neppure troppo originale. Rimise in tasca il telefono dopo aver risposto “ Mi fa troppo male ricordarmi di lei parlando con te. Non chiamarmi più.” nella speranza dall’altra parte non fosse in ascolto un mostro, ma un uomo. La prossima destinazione sarebbe stato cambiare città.

Un sorriso vittorioso la guardò partire. Avrebbe trovato il modo di proteggerla per sempre.

Banaudi Nadia

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