Spina

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Il polso le faceva male. Ogni volta di più.

Alzare il frugoletto per metterlo sul fasciatoio diventava un’impresa. Un lavoro di polso. Sbottona la tutina, slaccia il panno, alza le gambotte, pulisci. E così senza sosta per tutti e sei. Solo che il polso proprio non ne voleva sapere e ad ogni movimento vedeva le stelle.

< Cri, scusa, ma ho bisogno di un aiuto. >

Cri era la sostituta della cooperativa che, nonostante non venisse equiparata con lo stipendio alla posizione, sapeva davvero il fatto suo. Avevano la stessa età. Lei era di novembre, mentre Cri di agosto, ma quisquiglie.

Anno di ferro il loro. 1992.

Di ferro in lei però c’era rimasto solo più quello. Il polso doveva essere rotto.

< Che succede? Qualcuno fa il monello?>

< No Cri, ho bisogno urgente di andare al bagno, credo di avere mangiato qualche cosa di terribile. Scusa. Vado di corsa.>

Già nel corridoio sentiva rimorderle la coscienza. Una bugia non era poi così tragica, ma una sola non poteva reggere il resto del turno. Avrebbe dovuto ripeterla ancora per altri momenti strategici. E domani? Rischiava a mettersi in malattia? Certo poteva anche prenderli un paio di giorni adducendo all’influenza intestinale. Avrebbe preso due lassativi. Con due o tre giorni di riposo, se non era rotto, poteva piano piano tornare alla normalità.

Al bagno ripassava mentalmente per essere più credibile. Non avrebbe continuato il turno. Il polso sì le faceva davvero molto male. Forse due o tre giorni non sarebbero bastati.

La giornata stava finalmente finendo. Per quella miseria di stipendio aveva sgobbato anche troppo. Sempre a chinare la schiena, la testa. Non era la vita desiderata. Non per quella manciata di spiccioli che tre volte al bar, un paio di scarpe e due jeans, belli che andati. E che cazzo, mica si lavora sempre per il padrone. A saperlo, a crescere avrebbe aspettato.

La vita non ti regala mai una soddisfazione. Ti fai il culo al lavoro e poi ti toccano serate noiose a guardare la tele sul divano. La donna è stanca e non te la molla, la voglia te la fanno salire certe sventole della pubblicità e rischi ancora di andare in bianco un giorno dopo l’altro. E no. A casa chi comanda si deve capire da subito. Poche regole ma buone.

< Ciao Spina. Ci facciamo una birra? >

< Ehi Flo! Quanto tempo. Come no, anche due. Un giro a testa. Ne abbiamo del tempo da recuperare. >

Ecco come ti cambia la giornata se incontri gli amici giusti. Altro che la solita tiritela del fatti il culo e tieni il profilo basso. Due birre e poi vedi come lo spacco il mondo.

Anche a girare lentamente il volante le faceva un male cane. Quel polso non ne voleva sapere di collaborare. Forse era meglio farlo un salto in ospedale.

Sì, ma a raccontare cosa?

Una caduta da tipico incidente domestico?

A lei le bugie si leggevano in faccia. Non avrebbe retto

Allora un giochino erotico troppo focoso. Visto che l’argomento toccava la sfera personale avrebbero evitato altre domande.

Non poteva certo esserne sicura al cento per cento.

Era quasi pronta a mettere la freccia per girare verso il pronto soccorso, quando l’idea della coda che l’aspettava e l’ora tarda che avrebbe fatto le fece cambiare idea.

Appena in tempo. Altrimenti avrebbe rischiato grosso.

Arrivare a casa in ritardo significava litigare, dare spiegazioni, farlo arrabbiare. No, no. Chissà cosa poteva succedere.

Ecco cosa avrebbe fatto. Una bella fasciatura al polso, per tenerlo rigido e fermo. Poi subito la pentola dell’acqua sul fuoco per far cuocere la pasta e nel frattempo un bel sugo. All’amatriciana come gli piaceva tanto. Gli ingredienti in casa c’erano, il tempo anche. Avrebbe recuperato. Una bella serata, un sipario di tranquillità, magari anche una piacevole chiacchierata. Se sapeva prenderlo era possibile anche parlargli, spiegargli che non poteva continuare così, che i segni non li poteva nascondere a lungo. Erano sempre più numerosi, più frequenti e poi arrivava la bella stagione. Con una canotta si sarebbero visti i lividi.

Sì, era la serata giusta per parlargli. Interrompere subito il brutto giro che rischiava di prendere la loro storia.

Insieme sì, ma per stare bene.

La padella è ancora tiepida. Conserva il calore per almeno un paio di ore dopo aver spento. Funzionano così le nuove padelle in pietra. Regalo di mamma per il compleanno.

< Cosa vuoi tesoro quest’anno? Profumo, trucchi, scarpe? >

< No mamma, ho visto delle padelle bellissime nel nuovo negozio di casalinghi. Sono sicura che la cottura senza grassi sia più salutare e sto risparmiando per comprarle una alla volta. >

< Oh la mia bambina che sta diventando proprio una donna. Allora fate le cose sul serio tu e Silvano. E’ così un bel ragazzo, sai che figli verranno fuori?>

Certo, certo Silvano detto Spina era bello, bello davvero, ma non esattamente l’uomo con cui mettere su famiglia con figli. Non aveva per lo meno ancora la testa. Piano piano lo aveva capito, ma svanito l’innamoramento dei primi mesi era un po’ tardi per tornare indietro e dire “scusa non credo siamo fatti l’uno per l’altro”. Anche per dirlo a mamma. In quel pasticcio ci si era cacciata da sola, e da sola si sarebbe dovuta levare.

Solo che era più facile a dirsi che a farsi.

La padella stava ferma al suo posto sul gas. Piena di succulento sugo alla amatriciana. Le era venuto bene. Gustoso, cremoso. Peccato non poterlo assaggiare.

Di questo era certa, non lo avrebbe assaggiato.

Strana però la vita.

Il silenzio era quello che conosceva benissimo. Il silenzio del dopo.

Come quando sta per grandinare e alcuni secondi prima, nulla si muove. Né una foglia, né un sospiro di vento. Tutto immobile, in rigorosa attesa che lo spettacolo abbia inizio. Poi lo strazio.

Nel suo mondo all’incontrario. Tutto all’inverso. Prima lo strazio, poi il silenzio.

Doveva succedere prima o poi. Doveva succedere.

Lo poteva prevedere. O forse no.

Ora comunque era tardi per rifletterci su, per fare ipotesi e cambiare le cose. Tardi.

Poco più in là, in corridoio, l’armadio.

Due segni, i segni dei pugni. L’antina era segnata del sangue di quelle mani. In quelle mani dovevano esserci rimaste le schegge di legno. Ma non era stato uno scambio equo.

Dovevano essere stati proprio forti quei pugni.

< Eccoti finalmente. Ma dove sei stato? Non rispondevi al telefono, non hai avvisato del ritardo, cominciavo a preoccuparmi. Sarebbe ora di cambiare abitudini, bello mio. Non so mamma, quanto ti lasciasse fare, ma decisamente ora qui si cambia registro. Io sono stanca quanto te, ora starò due o tre giorni a casa per vedere di guarire con il polso, ma ti informo che…>

Non c’era stato altro. Due occhi grigi iniettati di sangue la fissavano duri. Le si era gelato il sangue dentro, con il respiro.

Si era preparata così bene il discorso. < Sappi che se non fai come ti dico torno a casa dai miei, perché mi sono stancata dei tuoi modi.> Certo doveva essere il segnale che era decisa e determinata, che non gli avrebbe più concesso spazio. Poteva funzionare tra loro se lui fosse cambiato ed avesse accettato di ascoltarla. Rispetto, dialogo, tolleranza. Tre paroline nuove da usare reciprocamente.

< Non mi rompere stronza. >

Quattro parole, trascinate, ma decise, pensate, calcolate, scelte e sentite.

Quattro colpi, uno a parola.

Un colpo intervallato a parola.

Forse ne sarebbe bastato uno, due. Con quelle pale al posto delle mani. Dopotutto faceva il manovale in cantiere e lo strato di calli era come una seconda pelle, più dura del ferro.

Tutti e quattro come una grandinata.

Era a terra in posizione innaturale. Testa ripiegata all’indietro. Il polso però non le faceva più male.

Peccato non aver nemmeno intinto una volta un pezzo di pane in quel sugo, ora non avrebbe più potuto farlo.

Stava passando in rassegna gli ultimi metri della casa, non riusciva a staccarsi da quel pezzo di vita che era stato così vicino alla felicità da averlo scambiato per vero. Quella era la trappola. Il cuore, il suo filtro.

Sul divano rovesciato vestito, con le scarpe sul tessuto chiaro, russava smodatamente. Spina, ignaro di come due birre gli avessero dato il coraggio di interrompere l’assillo di una sciacquetta che si era illusa di averlo preso all’amo. Sì, come no. Doveva ancora nascere quella in grado di metterlo sotto. Le donne, mute devono stare. Flo. Parole di Flo. Bello rincontrarsi. E giro dopo giro, conoscere anche il suoi amici. Un giro per ognuno, dai. In effetti dalle 7 alle 10 di giri ne erano usciti parecchi. Però che figata una serata tra uomini. Sì, era da rifare.

Passandogli accanto lo guardò con pietà. Avrebbe fatto altri spianti se qualcuno non lo avesse fermato. Però non era più compito suo.

Sul mobile in bella vista c’era un cuore, in vetro soffiato, comprato a Burano. Prima vacanza insieme. Primo regalo.

Ecco. Non aveva più senso.

Avvicinò la mano, ma forse per colpa del polso non riuscì. Poi soffiò forte e allora sì.

Un rumore tintinnante di vetro rotto, un mucchietto di scaglie rosse in terra. L’indomani avrebbe avuto molto da fare. Pulizie, un funerale, qualche scusa da inventare, ricordi da riordinare… ma il buco nero da post sbronza era sempre un’ottima soluzione.

Scelse la finestra per uscire. Ora che il corpo non la ostacolava più, tutto era più lieve.

Banaudi Nadia

spina

2 pensieri su “Spina

  1. Come faccio a non accettare il tuo complimento?
    Quindi lo accetto e di buon grado, e sottolineo, quanto preferirei non fosse rivolto a questi temi che mi danno la pelle d’oca, l’irritazione, il prurito e mi costringono a guardare in faccia la realtà. Troppe notizie di cronaca stanno esaurendo pagine ed energie. Troppe brutture prendono più spazio di quello che dovrebbero avere. Ho il rifiuto per queste situazioni, mi monta la rabbia, l’inadeguatezza per tutta la violenza che si scatena e no la penna non smette di correre e graffiare la carta.

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