Puntata 2

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Bentornati alla seconda puntata della rubrica “le anime di carta”.

Come promesso vi svelerò altro di me e del libro per completare meglio la conoscenza tra noi.

Ormai sapete le cose più importanti: che mi piace scrivere, che scrivo di ciò che conosco e che l’animo umano mi ammalia al punto tale da sceglierlo come manichino per i miei svolazzi letterari.

Il mio modo di raccontare le storie è stato definito da molti delicato e piacevole, da altri proprio in punta di penna, connotazione che davvero mi rappresenta in pieno. Desidero infatti lasciare all’immaginazione del lettore spazio perché avverta l’anima del libro.

Fin tanto che si è trattato di scrivere tutto è stato semplice. Un vero fiume in piena. Potrei senza esagerare dire che le emozioni erano incontrollate al punto da scegliere tempi e modi per diventare racconto. Prendere la famosa distanza emotiva dal tutto, ricontrollare, correggere errori e dare la forma di libro, leggermente più complesso, specie per me neofita del settore.

Per farlo mi sono avvalsa di tre persone importanti, in carne ed ossa, il cui ruolo doveva essere quello di mostrarmi criticamente i difetti del lavoro. Ma avevo scelto tre persone molto vicine e non del tutto obiettive. Mia madre, la mia amica del cuore e mia zia.

Baldante e fiduciosa delle mancate critiche ho bussato alle porte di una piccola tipografia della mia città e investito un capitale per la stampa di 100 sue copie.

Nessuno può immaginare cosa rappresenti quel gesto se non un autore al suo primo tentativo. E’ più che gioia pura, è … indescrivibile.

Il resto va da se.

Era solo il mese di gennaio 2015 quando sentivo forte l’impulso di dar voce ad un personaggio femminile di nome Viola. Un’idea di una ragazza che potesse raccontare al meglio, in una sorta di metafora, quanto noi donne siamo complicate anche per noi stesse. Scegliendo la formula di una lunga lettera che riceve dalla madre a farla ragionare su come la propria vita abbia da sempre avuto un senso.

Era circa il mese marzo quando questo piccolo “parto” concludeva nella parola fine, scegliendo quasi da solo di diventare un libro motivazionale. Viola nel corso delle pagine mi aveva preso la mano, come solo le eroine sanno fare, spazzando via paure e ritrosie materiali ed ergendosi paladina dell’animo femminile, capace di lasciarsi trasportare dalla sua indole.

Da allora “Il giardino Viola”, nelle sue cento anime è entrato nelle case di molte persone amiche e di altre sconosciute. In tutte ha toccato le corde del cuore, portando a compimento il motivo per cui è nato: fare una buona compagnia.

Se un libro non diventa amico, non viene desiderato ed amato, non riesce a mostrare la sua anima di carta. Ecco che “il Giardino Viola” ha sortito il suo effetto.

Oggi per voi che mi seguite poche pagine alla volta, Viola farà compagnia, diventando, spero, una piacevole abitudine…

Cara Viola,

ho sentito una frase che mi ha fatto riflettere: “La prima metà della nostra vita è rovinata dai genitori e la seconda metà dai nostri figli.” Ciò mi ha inquietato, perché siamo tutti figli, quindi responsabili, e molti anche genitori …  tutti parte  di un circolo vizioso che sembra spiegare la grande infelicità globale. Se diventassimo consapevoli di questo, forse, soffermandoci, potremmo fare qualche cosa per spezzare il circolo. Forse è per questo che ho deciso di scriverti.

Voglio evitare il più possibile di commettere sbagli, ma, se è inevitabile, in quanto essere umano, temo non sarò diversa dagli altri. Quanto meno avrai la possibilità di valutare la mia buona volontà.

Ho scelto di essere madre in maniera consapevole, forse, dopo la tua nascita, perché mi sono resa conto di quanto sacrificio comportasse. E ancora ora, a distanza di anni, mi sembra di saperlo fare solo in parte. Tutti hanno sempre tenuto a precisare che essere genitore non si impara in nessuna scuola se non sulla pelle dei propri figli. Tutti hanno sempre tenuto a dire qualche cosa a proposito di tutto. Te ne accorgerai. Pieno di grilli parlanti in giro. Dita puntate. 

Fare la mamma con te è stato difficile, o meglio, più complicato di quanto supponessi. Sei nata da me, ma non sei parte di me. Hai una tua personalità,  gusti, preferenze, desideri  spesso  opposti ai miei. Niente di più difficile, quando si ama qualcuno, che accettare sia distante e diverso. Ora capisco che non è un dispetto, ma un mettermi alla prova. L’averti incubato per mesi nella pancia mi ha resa protettiva nei tuoi confronti, la mia parte animale mi spinge a isolarti dal mondo per tentare di difenderti …. In realtà tu devi vivere … ed io devo stare in un angolo ad osservare. Niente di più difficile.

Ricordo ogni sensazione e pensiero di quando eri solo un bozzolo dentro di me. (Forse anche perché ho tenuto un fedele diario). Avevo speranze, sogni, un roseo futuro fatto di sorrisi, facili conquiste, pochi intralci. Passavo giornate ad immaginarti, credendo di poter disegnare il tuo domani, come un fumettista. Poi, quando ti ho stretta tra le braccia, ho capito che eri un essere umano e non più un pensiero. Un corpicino urlante affamato in lotta costante. Alla ricerca di stimoli. Mi hai annullata. I tuoi pianti continui mi hanno stravolto. Mi ponevo domande su domande. Forse non sarei stata capace di darti ciò che volevi, forse non ero pronta. Quanti forse senza mai una risposta. Anche oggi non mi so spiegare nulla. Davanti alle tue richieste che non riesco a soddisfare mi sento impotente. Quindi mi sono arresa perché ho capito che la lotta è dentro di te. Ogni piccolo passo di conquista nella crescita crea un distacco tra noi per affermare te stessa. Pensavo di essere il romanzo e tu un mio capitolo, ma ho capito che sei stata romanzo da subito ed io ho scritto solo qualche pagina.

 

Viola leggeva e sorrideva. Queste parole erano tutte dedicate a lei. Scopriva un mondo nuovo. Era la mamma, che aveva messo nero su bianco emozioni e sentimenti  perché lei potesse scoprirle. Strana la vita. Cerchi le risposte ovunque, giri il mondo, le poni a tutti, leggi libri … e poi le trovi quando ormai non hai più speranze che esistano.

 

“Uno dei più grandi segreti della vita è che quello che vale veramente la pena di fare è quello che facciamo per gli altri.” Quindi ogni cosa fatta per il tuo bene ho la speranza sia valsa i sacrifici. Le notti insonni, le paure, le rabbie, i pensieri. Ogni madre ne ha sofferto, ogni genitore. Anche io. Ricordo ancora il giorno che ho scoperto che saresti stata mia ospite per 9 mesi. Qualche segnale me lo avevi inviato. Lo sapevo. Lo sentivo. Molto prima della conferma del medico. Strane stanchezze e debolezze accompagnavano le mie giornate. Desideri di sfamarmi dei cibi più proteici, voglia di dormire anche in pieno impegno lavorativo. Anche le mie forme subito ammorbidite sembravano essere un messaggio per il mondo. La sorpresa che ho voluto conservare è stata sapere se tu saresti stata un maschietto o una femminuccia. Questo fino all’ultimo, perché per scelta, per voglia di essere controcorrente il momento in cui lo abbiamo scoperto è stato quello in cui sei nata. Ricordo quel giorno. Ricordo le emozioni, i dubbi, le paure. Scombinavi tutto. Disorientavi le routine e contemporaneamente arricchivi le giornate. Proprio come quando vai dal parrucchiere per cambiare taglio e sentirti più bella e mentre ti sforbicia stai pensando che stavi benissimo prima e non era necessario, ma no hai dovuto provare! Dura un istante, ma ti passa come un lampo e ti lascia stranita: mamma mia come sei complicata, pensi. Ecco è stato uguale. Fino a quel giorno a desiderare un figlio, a pensare che ormai ti completerebbe perché ti senti pronta, vuoi l’età, vuoi il desiderio, vuoi la necessità di metterti alla prova. Ed ora tutte le paure ti prendono alla gola. E se ci fossero problemi? E se non fossi in grado? E se combinassi il peggiore dei disastri allevandoti male? E se mi odiassi come madre? E poi respiri dopo minuti interminabili di apnea, guardi l’orologio e capisci che davvero in un istante ti è passata la vita davanti e sta crescendo dentro di te una vita. Sei il forno di un semino,  il nido di un uccellino implume, sei madre di un essere appena sceso dal cielo. E in quella consapevolezza ti senti galleggiare e sollevare fino a toccare le nuvole per ringraziare Dio di essere stata scelta. E’ così che mi sono sentita, non so se per tutte è uguale, ma la paura, la riconoscenza si sono rincorse per farsi spazio a turno nei mesi a venire e negli anni. Avevo 32 anni pochi e troppi, come le contraddizioni dentro. Anni in cui mi ero caricata di esperienze diverse con i bambini, lo ero stata, ci avevo giocato, li avevo intrattenuti … ma mai avuti. Tu eri la prova del nove e mi aspettava un grande compito.

 

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