Perché una mamma piange

Oggi è la festa della mamma e non potevo non inserire un post che ne parlasse.

Forse il motivo è che mamma la sono, o forse che nel mio libro si parla di madri in molte maniere.

Fatto sta che in queste righe è racchiuso un aspetto di madre insolito o forse invece molto solito, ma nascosto.

E’ una madre che parla in prima persona, raccontando cosa le muova le emozioni.

Piangere non è solo sinonimo di tristezza, come per tutte le situazioni del cuore è molto di più…

Da quando son diventata mamma osservo le altre nel tentativo di rubacchiare consigli e strategie per rendermi la vita più facile. Non spio con binocoli, ma capto i diversi sistemi di sopravvivenza che ognuna usa e li tengo a mente.

Perché fare la mamma è un mestiere fatto e finito. Di una complessità incredibile. E’ vero non è riconosciuto, né ha retribuzioni o ferie e mai daranno la pensione. Ogni mamma lo sa. Ma al pensiero di quel minuscolo esserino il centro del mondo si sposta lì e al diavolo le ricompense.

Sono, come le altre, una donna che assume un compito gravoso e bellissimo. “Contemporanea”, non nel senso di attuale, ma di dover fare più cose in contemporanea, appunto. Imparando per strada a modificarmi e modellarmi. Come la vita richiede e i tempi impongono.

Contemporanea” mentre cuoce la cena, scappo al bagno a pulire il sedere impertinente che mi chiama e metto in ordine il corridoio tornando indietro. Controllo i compiti, nel frattempo rispondo al telefono e organizzo il compleanno a sorpresa. Sono ormai abituata e faccio tutto quello che devo dilatando il tempo e moltiplicando le braccia. Ovviamente ogni sera scopro di aver dimenticato di buttare la spazzatura e che la cena poteva essere meglio. Ma non essendo wonder woman ci sta.

Dal momento che madri non si nasce, per quanto qualcuno insista a dirlo, ma lo si diventa, giorno per giorno, in un aggiornamento continuo, qualunque mamma riconosce all’ultimo di aver da qualche parte sbagliato. Io lo riconosco. Innanzi tutto perché sono una mamma single e comunque mi comporti, qualche cosa che non va si trova facile. Sarà di certo colpa mia se il marito se né andato, se faccio fatica a trovare lavoro. Se è durissima tirar su una figlia da sola. Se le bollette si inseguono e l’affitto mi strozza. Se quando mi guardo allo specchio mi demoralizzo pensando ai chili che si sono aggiunti e non ne vogliono più sapere di andare via. Di quella Manuela che è scappata via lontano e mi ha lasciato una strana copia senza tanta energia. Che poi nemmeno quella mi manca, è che non basta mai per affrontare tutto.

Madre non è chi fa un figlio, ma chi lo porta avanti, nel tempo, nelle avventure, nella avversità. Chi si mette in un angolo ad aspettare, chi urla e strepita per farsi ubbidire, chi osserva senza agire. Ognuna a modo proprio, ma presente.

Facendo di diritto parte del misterioso mondo delle mamme, ho suddiviso la categoria in una sotto categoria: quella delle “mamme piangenti” di cui sono azionista maggiore.

Mille e uno i miei motivi.

A parer mio madre e figlio nascono insieme. Solo non si conoscono. Come pretenderlo? L’esserino urlante viene al mondo senza manuale di istruzioni. Chi le capisce le urla. E poi io sto con me da una vita e non mi conosco ancora…cosa pretendo dunque?

Così cresco con mia figlia, provo a comunicarci, a farmi sua portavoce ed immancabile scopro l’amara sorpresa. Non si tratta di bambolotto o robot programmato…no tutto vero… funziona per conto suo. Messi via i libri, nel vano tentativo di scoprire i codici segreti, provo a risolvere l’enigma.

Da subito mi son calata nei panni di Brooke in Beautiful, quella a cui la lacrima scende facile commuovendosi per nulla.

La colpa si può darla agli ormoni, ma sarei dell’idea che per un attimo è arrivata chiara la sensazione di cosa accadrà. Folgorazioni le chiamo! Io ne ho avute alcune e pianto per giorni.

Al momento del parto, forse per il fatto che non sono eroina da film insieme alle urla da baritono ho cacciato lacrime di pura felicità allo spuntare della testolina. Tra incredulità e dolore ho gongolato della vittoria ottenuta sulla vita, stringendo a me quella seconda pelle.

Dipenderà dal fatto che non ho più dormito. Ci sono quelle fortunate a cui hanno risparmiato le poppate notturne e le coliche, vincendo il biglietto della lotteria senza saperlo. Ci sono le altre, alzo la mano in primis, per le quali la notte ha avuto il colore del giorno con le urla di sottofondo. Piangere è così diventato il mio modo di urlare. Non risolve nulla, ma scarica.

Mi sono uscite due lacrime quando dal batuffolo morbido e sdentato ho ascoltato le sillabe tanto attese, ogni altra parola era da interpretare, ma mamma lo ha detto proprio chiaro. S’è sciolto il cuore portando via notti insonni e pruriti ovunque.

Piano piano però quel nome si è inflazionato. Ripetuto cento volte al giorno è diventato tipo campanello. Quando suona si corre.

Non le conto nemmeno più invece le situazioni di normale follia. Nella sua crescita il batuffolo sdentato mette i denti e pensa bene di ammalarsi.

Visto che appartengo alla famosa categoria delle madri piangenti l’occasione è ghiotta. Trascorro attimi di ansia terribile a sospettare malattie incurabili. Talmente tanto da correre all’ospedale in trepidante attesa. Verso le copiose lacrime per il falso credito alle fantasie contorte, sfogo con luccicanti eccessi di gioia. Visto che il mondo è crollato e risorto intorno, faccio promesse di diventare più pacata e tranquilla per le prossime volte, conscia di non mantenerle. In auto nel tragitto verso casa comincio a sospettare che il calvario sia tutto in salita.

Mi accontento di gioire almeno tre volte al giorno. Scelgo di fissare il suo sorriso per farmi contagiare, ma guardando i piedini paffuti immagino le strade che percorrerà da grande. La vedo già, con gli amici a ridersela, io che passo e lei mi ignora. Caccio una goccia di dolore e mi chiedo cosa avrò mai fatto per meritare la sua indifferenza. Fortuna che con i suoi piedi sbatte sulla guancia e si ritorna al presente.

Diventa motivo di commozione quel primo dentino. Ed alla prima come all’ultima gita il cuore si perde nel tragitto, in tutte le curve fatte di ansie e perplessità. Si dissolve al ritorno quando la lacrimuccia si ingoia alla vista del pullman perché nella vergogna generale è uno stato d’animo fuori luogo.

Ma è inutile come il salice resto piangente, emotiva e fragile.

Vedo al telegiornale spettacoli orribili di genitori e madri che si rivoltano verso il loro ruolo. Sospetto abbiano un virus, da cui vaccinarsi, in realtà hanno passato il segno con le loro lacrime. O le hanno trattenute. Piango per loro e le vittime innocenti, pregando perché non ce ne siano altre e rafforzando l’idea di non volere far parte del clan.

Mi commuovo alla prima pagella, da sola in macchina, perché è scritto nero su bianco che sta crescendo ed ottiene risultati da sola senza aiuto. E’ il segno tangibile del distacco, a casa dimostrerò solo orgoglio ammirando i risultati, nascondendo dietro un sorriso luminoso l’emozione profonda.

Vivendo in altalena perpetua, con gli sbalzi umorali del ciclo, anche a 70 anni, quando ormai non lo ricorderò nemmeno più.

Basta una lite, una parola detta male, che si rivoluziona il mondo ed anche se credevo di essere la migliore tra le donne, inesorabile cado nella mischia delle fallite. E giù lacrime.

Sono madre così, fingendo di saperlo fare e scoprendo ogni giorno che una vita non basta per imparare proprio nulla. Meno che mai a fare la mamma.

Spunta di nuovo la lacrimuccia. Perché da mamma ho scordato il mio nome. Il cuore l’ho regalato per contendere il dono della creazione. Senza una reale motivazione per farlo l’umore deriva dalle reazioni di mia figlia. Sono la sua spugna assorbente di problemi ed esultanze, nonché distillatrice di essenze acquose.

So che continuerò a piangere, ai saggi, alle recite, al diploma e quando un fatidico giorno mi dirà “ mamma mi sono innamorata, vado a vivere con…” e le lacrime correranno giù verso quel fiume mai secco che mi scorre a fianco. Saranno le avventure della nostra vita che ci terranno unite e ci faranno crescere insieme, ma le affronterò cosciente che ci sono diversi modi per fare la mamma, uno è come lo facevo prima, uno è come lo faccio ora, senza rassegnazione e con piacere. Perché dentro a mia figlia c’è un pizzico di me.

Tratto da Vita e riavVita

Banaudi Nadia

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