Una lettera importante

Scrivo questa lettera a te che tutto sai e da qualche parte sei.

Quanto pesa un’anima?

Lo chiedo perché, se nasce con un peso e conto le lacrime versate, ora è sicuramente esaurito.

Sento che dentro vacilla come un corpo smagrito in un vestito largo.

Dimmi la verità, la mia è volata via molto tempo fa, stanca di sentire lamentele e piagnistei, lontana per non venire più accusata di tutte le colpe del mondo.

Sento il vuoto, è per questo che ti faccio la domanda, avverto freddo. Se solitudine e tristezza sono la reazione per essere rimasti senza anima, allora è sicuramente così.

E può l’uomo vivere senza?

Te lo domando perché non trovo senso in nulla, ho paura di essermi smarrita, lontana dalla sua guida. Te lo chiedo perché mi manca, quel suono che faceva il cuore grazie al suo tocco. Sì sussultava se vedeva un fiore, se ricevevo una carezza anche leggera sulla spalla, se una voce qualunque mi sussurrava che ero speciale.

E’ da tempo che vago priva di meta, fredda, avvolta dal cinico cappotto che la rigidità offre e nulla mi stimola emozioni. Sarà il grigio intorno, saranno le sbarre che non riesco a rompere.

Dimmi, quando è stato che ci siamo divise, io e lei, gemelle alla nascita? Quando si è arrabbiata tanto da fuggire? Di notte mentre non la vedevo? In un eccesso di rabbia? Nelle scelte sbagliate, in quei bivi dove è stato più facile scappare?

Silvia rimase per un attimo con la penna in mano, indecisa se firmarla, stracciarla o continuare a scriverne ancora chilometri.

Fuori c’era il sole, la finestra faceva entrare l’aria fresca della primavera e sembrava invitarla a farne parte, ma in lei tutto restava in attesa della disperata risposta.

Aspettò che il silenzio, di cui si era riempita la stanza, le facesse da colonna sonora per svuotare la testa dai mille pensieri. E più passava il tempo, più si sommavano convinzioni diverse, ora di fiducia, ora di dubbio creando caos.

Riprese in mano la lettera in un improvviso slancio di coraggio.

« Tu non esisti e se esisti non risponderai di certo a me o ad una lettera, come faresti?»

Con rassegnata volontà appallottolò il foglio e nell’intento di tirare lontano da sé quegli stupidi discorsi, lanciò oltre il limite della finestra il piccolo cartoccio.

Passò solo un istante. Un istante ed un “Oh!”.

Qualcuno là sotto aveva incontrato al suo atterraggio il foglio stropicciato.

« Non si lanciano gli oggetti dalla finestra. Che modi sono?»

Qualcuno aveva voce.

Silvia restò indecisa se uscire e scusarsi o far finta di non esserci. Lasciò passare altro tempo.

« Ehi tu, che sei lassù riflessa dai vetri! O vieni a riprendere la pallottola di carta che hai lanciato o la leggerò. »

Qualcuno aveva carattere.

Silvia decise la resa, mosse quell’unico passo che le serviva per tirare fuori la testa e farsi vedere.

« Scusa. »

« Scusa non basta. »

Qualcuno non mollava.

« Scusa se ti ho colpito. Butta pure nel primo cestino. »

« Scusa?»

Qualcuno era ottuso.

« Hai capito, non mi serve, butta via.»

« Scendi e butta tu, avrà avuto un valore se l’hai scritta. Se non vuoi che finisca per leggerla io.»

Qualcuno era deciso.

Silvia scese le rampe di scale veloce, con la sensazione pressante di stare per salvare qualcosa. Nessuno doveva ficcare il naso nel suo sfogo personale.

Più si avvicinava più sentiva che il calore le stava tornando, le guance avvampavano, il cuore pulsava, le sensazioni di agitazione salivano il livello fino a raggiungere la gola. Respiro, stomaco, in un tutt’uno.

« Questa è tua. » Si aspettava di sentire, ma Qualcuno era scomparso. Per terra invece il cartoccio di carta riposava come un fagotto dimenticato.

Silvia lo raccolse.

Forse aveva solo immaginato, forse si era sbagliata, forse …

Stringeva incredula quel foglio ora aperto e lisciato, lentamente sentiva crescere altro calore, simile a quello di un abbraccio. Una sensazione strana, piacevole e rassicurante.

Sì ne era certa, la sua anima era tornata.

Era bastato mostrarle di tenerci, un gesto, un’apertura.

Banaudi Nadia

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