Tre sorelle

Questo racconto è il primo che invio per partecipare ad un concorso (LA VITA E I SUOI RACCONTI IV Edizione) nella speranza di farmi conoscere. Rappresenta uno dei primi approcci alla scrittura ermetica risalenti allo scorso anno, e visto che nel tempo trascorso a fare esercizio, ho toccato un po’ tutti gli argomenti, ho a disposizione un bel campionario di racconti lunghi e brevi per ogni occasione. Quando ho iniziato mi sono lasciata guidare solo dall’istinto e composto per il gusto di farlo, mano a mano che sono andata avanti invece ho scoperto che a seconda della strada che si voglia intraprendere c’è bisogno di mostrare scritti di almeno 250 pagine o solo 3. Quindi al volo ho tirato fuori dal cassetto questo che pareva calzare a pennello! L’intenzione con cui l’ho creato all’epoca era la stessa che sento oggi rileggendolo e so che le tre persone descritte, reali ed a me vicine, a tratti ne trovano conforto. Questo mi basta, ma se una volta letto lasciasse anche agli altri il profumo della speranza, ne sarei immensamente felice. Buona lettura con le tre sorelle.

Tre sorelle

Certo il mondo è strano.

Osservo da un po tre donne.

Sedute sulla panchina da ore.

Nel parco dove godo la pace degli alberi.

Il fresco tra le fronde nel sottofondo degli uccellini.

Un parco è questo. Una storia in ogni panchina.

Le voci delle tre donne mi hanno incuriosito.

Interessanti le parole che udivo.

Piano piano non ho più potuto far a meno di seguirle.

Niente è più avvincente della vita vissuta raccontata.

Meglio se da donne. Meglio se amiche. Meglio se sorelle.

A tratti inseriscono nel discorso termini in dialetto.

Tradiscono la discendenza.

Si interrompono l’un l’altra con veemenza.

Ognuna ha tanto da raccontare. Non possono aspettare.

Una gara di “anche io” “ascolta” fino a farle sgolare.

Viste da dietro, dove son io, son buffe.

Parlano, ridono, ogni tanto sgorga qualche lacrima.

Intravvedo molta complicità.

Mi viene da pensare si vogliano bene davvero.

E’ in un lontano dopoguerra che nascono a seguirsi Marisa, Isabella e Linda in una famiglia povera come lo erano tutte a quei tempi. Povera di soldi, ma non di amore. Un padre e una madre legati a filo doppio tra loro. Congiunti da un amore di quelli dei film in bianco e nero. Che sanno far piangere e ridere e fruttano molti figli. Ben sette. Numero esagerato oggi, ma non allora dove televisione ed anticoncezionali non pullulavano in normalità. Tre di loro erano sedute sulla panchina anni dopo a rinfrescarsi la memoria del loro passato.

Rievocavano bambine che le avevano precedute nella strada ciottolosa ed impolverata del paese ormai lontano in mezzo al mare. Fantasmi di un passato imprigionato nella memoria, schiacciato dagli anni e dai mille eventi che le avevano trasformate.

Donne con un bagaglio pesante. Sbagli, allontanamenti, errori, tormenti. Donne comuni. Imperfette, ma unite da quel legame di sangue che le fa tra loro chiamare sorelle.

Marisa dai capelli pareva essere la più grande. Isabella nel centro la mediana e Linda la giovane. Superavano i cinquanta tutte. Celavano con i capelli tinti la vera età. Ma il viso raccontava ciò che gli occhi avevano visto e il cuore vissuto. Per tutte e tre il legame più evidente era quello del dolore.

Nelle loro parole si sentiva il tormento. L’una con l’altra tentavano di farsi coraggio, ma a volte lo strazio va solo ascoltato e condiviso. Poi ognuno torna a casa con un terzo del peso e se lo tiene per se. Tra sorelle si fa così.

Ascoltavo curiosa le parole di Isabella raccontare di un figlio perso troppo giovane per potersene dar pace. Un tragico incidente aveva svelato il destino anzitempo di un erede che le lasciava tristezza ed angoscia da mangiare a pranzo e cena. Per quanto se ne fosse immaginata l’anima camminare serena su una strada luminosa in mezzo ad angeli. Per quanto lo percepisse accanto a se di continuo in casa come entità impalpabile, nel cielo come alata figura. La sua mancanza era tale da restare macchia indelebile scritta nel cuore.

Parlava del suo tormento Linda. Madre affettuosa e devota dei propri figli. Scorticata dalla sofferenza di essere stata allontanata da uno. Patire le pene infernali per colpe invisibili. Spesso la caparbietà dei giovani provoca ferite insanabili. Il sale della vita non le fa cicatrizzare creando un colle insormontabile su quella pelle lacerata. Trattata come la peggiore delle madri, da un pulcino implume che provava a fare il padre con un peso troppo greve per non sbagliare strada percorrendola. Non si dava pace. A nulla valevano le parole di conforto. I consigli. La sua mente aveva fissa la condanna da subire per il resto della vita. Un esilio sull’isola di Sant’ Elena.

Marisa ascoltava e soffrendo si faceva carico dei loro problemi. Era la più grande, ma anche la più fragile. Aveva imparato a tenere nascosto il dolore che negli anni si era impadronito del suo cuore. Infelice da tanto da non riconoscerne più i sintomi. Abituata a subire. Le persone, gli eventi, l’esistenza, da ritenerla l’unica variabile a lei destinata.

Tre donne dal comune destino. Quello della lacrima a solcarle il volto. Perse nei loro discorsi fatti di recriminazioni ed angosce non si rendevano conto di condurre la gara alla peggiore che aveva vissuto la vita. Strette, in un retaggio culturale antiquato fatto di sensi di colpa instillati a dovere, trovavano se stesse la causa prima di ogni guaio.

Perché non si vedevano da fuori come le vedevo io?

Una sapeva cantare. Benissimo. Pareva un usignolo.

Una sapeva scrivere poesie struggenti. Aveva un grande amore.

Una sapeva donarsi agli altri con purezza. Angelica.

Perché non si vedevano oltre all’apparenza? Il corpo tradiva. Lo specchio evidenziava i difetti più in vista. Ma il loro cuore era bello e profumato come quelle tre bambine del ciottolato polveroso.

Correvano sulla spiaggia, con le ciliegie in bocca a piedi nudi sventolando foulard colorati insieme ai capelli sciolti. Felici ed ignare di quante pietre avrebbero dovuto calpestare.

Mi sarei dovuta avvicinare. Dando loro una carezza, una per una lenire le ferite.Non ho avuto modo ero troppo trasparente per essere notata. Sono rimasta ancora ad ascoltare. Il desiderio di condividere gli stati d’animo. Empatia per entrare in contatto. Sentivano l’un l’altra la freccia da spezzare. Incorporavano lo spasimo con un respiro di collegamento. Toccandosi il cuore a mani nude. Intagliavano le risposte sul tronco del loro albero. Se solo mi fossi avvicinata. Se solo ci avessi provato. Rammarico puro. Nel tempo ed ora.

Tre bambine. Restano per sempre tre bambine. Anche se i loro capelli son bianchi e i loro visi tramutati. Nel cuore leggo ancora da mamma che han bisogno di me. Come una carezza cerco di solcare i capelli. Li coprono. Mi avvicino e le tocco. Percepiscono il freddo.Mi allontanano.

Mi vorrebbero, ma non sapendolo mi disperdono. Sono la vita mescolata ad altre anime. Vago in questa dimensione chiamata realtà. Sono la trasparente essenza dell’energia che ero. Se solo mi vedeste. Smettereste di soffrire e lottare. Il dolore che la vita vi ha dato era solo per crescere. Vi ho fatto tre per rinforzarvi. Vi ho dato doni per aiutarvi. Desidero riaccendere i fuochi dei vostri camini. Sospingervi nel viaggio. Non perdete tempo a colare lacrime amare. Non è vero che soffrire è il debito da pagare. Offrite un sorriso in tributo alla vita.Ve lo restituirà nel più luminoso dei modi. Fulgenti sguardi voglio respirare. Sorrisi inebrianti. Fatemi felice oggi e sempre di avere in dono il seme della vita.

Un sottile vento sollevò i ciuffi delle tre donne come un buffetto dato veloce. Nell’aria sussurri impercettibili a suggellare un patto. Tutte e tre scorsero il profumo che mai avrebbero dimenticato.

“Pare proprio che mamma sia passata da qui.” Si strinsero forte per suggellare l’intesa.Sempre sorelle.

Banaudi Nadia

tre sorelle

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