L’uomo dei sogni

Questo è un racconto scritto sulla scia di un’emozione che spesso provo. Quella che mi porta a fantasticare di come sarebbe bello se il mondo interiore potesse avere un peso reale in questa realtà fatta di corse e rincorse senza mai arrivare davvero a nulla. Il suo intento è chiaro solo alla fine, ma potrebbe venire colto anche nel corso della lettura, soprattutto da chi, munito di animo sensibile, si sentisse catapultato all’interno di questo negozio. Per ora siete nelle mani dell’uomo dei sogni.

L’UOMO DEI SOGNI

Mi presento sono l’uomo dei sogni. Nella vita mi occupo solo di quelli. Conosco i vagheggi di tutti, non chiedetevi come faccia. Non c’è una spiegazione. Certe cose son così.

Ho una missione. Un compito. L’ho ben chiaro.

Il mio incarico non è conoscerli, ma farli intendere a voi. Si ad ognuno di voi.

Ho aperto un negozio. No se pensavate che venissi a visitarvi nel sonno sbagliate. E’ nel mio negozio che opero. La bottega non la vedete, non la ricordate. Ci entrate, ne uscite con il sogno e ve ne scordate. Anche di me. Se mi incontrate vi resta solo quel senso vago.

Lavoro tantissimo, senza fermarmi. Il mio è un mestiere importante. Se non riesco ad incontrarvi tutti, è come non avessi fatto nulla. Quindi infinito.

Il mio bazar è scuro. La porta è malconcia, marrone. E’ vecchia. Ci lavoro dai tempi dei tempi. Appena varcata la soglia dentro è tutta un’altra cosa. Anche per me è una sorpresa. Ogni volta che uno di voi entra si stravolge. Si perché, sotto sotto, uso la magia. La porta in realtà è uno specchio. Riflette il mondo intimo. Quindi cambia con i protagonisti.

Siete personcine simpatiche voi che varcate la soglia. Strane e piene di particolari interessanti. Vi racconto di qualcuno?

Se vi riconoscete non è problema mio. Non facendo i nomi non vi esporrò all’opinione generale. So quanto conta mantenere segrete certe cose. Siete strani l’ho detto. Chiusi. Pensate di avere un mondo speciale ognuno e lo tenete stretto. Però siete tutti uguali. Gialli, neri, rossi, bianchi. Uomini, donne. Bambini, grandi, anziani. Di ogni credo. Eppure ognuno si sente speciale, non che non lo sia. Insomma capitemi….di speciale speciale proprio…

Non divaghiamo.

Appunto ieri è entrata una donna. La borsa della spesa piena di cose pesanti, non so forse doveva sfamare un esercito. Era stanca, mi pareva anche triste. I cappelli raccolti sotto il cappuccio. Fuori tirava vento. Vestita pesante. Siamo in inverno. Portava scarpe fuori moda che sembrava uscita dall’inizio del secolo. I suoi occhi mi cercavano, appena entrata. Vagavano alla ricerca del negoziante.

« Buongiorno. Ho notato il suo negozio e la curiosità mi ha portato ad entrare. Cosa vende?-» il suo fare timoroso e gentile raccontava già molto di lei. I vestiti, il viso.

« Buongiorno. Sono qui per servirla. Lasci la sua borsa lì. Sembra pesante. Io vendo queste piante. Sono speciali. Sempreverdi. Vivono senza acqua, solo di molte parole. Sì ha capito bene, vogliono molte parole. Quelle sincere intendo. Vedrà ad esempio questa, crescerà diventando un albero. Non si preoccupi lo spazio lo farà da se. »

Raccontavo da cantastorie la merce ed affascinavo la signora con i miei movimenti fluidi. La voce gentile e delicata la ipnotizzava.

« Una pianta?-»si guardava intorno.

Da fuori non si sarebbe detto, quel negozio scuro vendeva piante. E che belle. Quanto erano verdi. Lei amava le piante. C’era posto in casa ancora per una? Forse. Ma sì. Però di soldi nel portafoglio ne aveva pochi, la spesa le aveva preso la mano.

« Non si preoccupi costano poco. Le coltivo io, le semino, e le faccio crescere in poco tempo. Quindi il loro costo è minimo. Un euro. » nel borsellino c’era una moneta.

Sapevo il suo valore e di poterla convincere. Poi uscita non avrebbe più ricordato nulla. Varcata la soglia tutto sarebbe tornato come prima.

« Solo un euro? Allora la compro. Quale mi consiglia?» dubbiosa controllava quale pianta fosse più rigogliosa, più verde.

Una la colpiva. Piena di foglie, un bonsai carino e perfetto. Per quella avrebbe trovato un posto. Sul bancone della cucina dove trascorreva gran parte del tempo. Le avrebbe parlato molto, durante la preparazione dei pasti.

« Questa vorrei. Mi piace molto. Costa sempre un euro è sicuro?» era titubante. Se fosse costata di più non avrebbe potuto comprarla.

« Certo un euro, signora. Questa pianta ha bisogno di molte parole tre volte al giorno per mantenersi, cinque per crescere.» se non consegno la posologia insieme all’oggetto una volta arrivati a casa perdete l’idea e tutto è stato vano.

« Grazie, grazie mille. La innaffierò di parole. Tre o cinque volte al giorno.» era frastornata e un pò dubbiosa.

« Se lo dimentico però cosa succede alla pianta?» poteva succedere. Essere fuori casa tutto il giorno, scordarsene.

« Se non le può parlare direttamente può pensare a lei e parlarle da lontano. Mai, dico mai deve smettere anche un solo giorno può farla morire. » lo so che spavento se uso certi termini, ma senza la giusta enfasi sembra non capiate l’importanza della cosa.

« Capito. Parlarle di persona, se no pensarla. Certo è impegnativa questa pianta. » meditava sull’acquisto fatto.

Non era a conoscenza di piante simili. Avrebbe dovuto imparare a prendersene cura. Era così bella che non le staccava gli occhi di dosso. Verdissima in tutte le sue foglie. Respirare il suo ossigeno le rinfrescava i polmoni.

« La ringrazio molto, ora vado ho da preparare il pranzo sa, arrivano mio marito e mio figlio dal lavoro e sono sempre affamati. Grazie, arrivederci. » la signora riprese la sua pesante borsa piena di spesa tenendo nell’altra mano il bonsai.

Mano a mano che si avvicinava alla porta il vaso e la pianta si rimpicciolivano. Un centimetro alla volta, uno al passo. Venti passi. Venti centimetri. La donna accanto alla porta non avrebbe potuto aprire l’uscio con entrambe le mani occupate, ma giunta al ventesimo passo una mano era libera. Nel momento in cui mise il piede fuori sulla soglia la pianta era sparita. Ma solo ai vostri occhi. Io la vedevo bene.

Era verde, ricca di foglie in un bel vaso. Un piccolo bonsai. Non si era solo rimpicciolita, ma proprio dissolta nell’aria. Direte voi, ma allora come facevo a vederla?

Semplice era tornata al suo posto. Esattamente dove era prima di entrare. All’interno del cuore. Vi chiederete a che serve parlarle … bé anche voi se mi fate questa domanda avete bisogno di entrare nel mio negozio.

Oggi invece è entrato un uomo. Barba lunga, giacca stropicciata, cappello un pò malconcio. Il suo viso tradiva l’età. L’aspetto la sua condizione economica. Non doveva passarsela troppo bene. Quando è entrato il negozio si è trasformato in un museo. Navale. Esatto pieno di chincaglierie marinare. Nodi, navi, reti, ceste, arpioni, pesci, stivali. Diretto e sicuro si rigirava tra quelle cose chiamandole per nome. Le conosceva tutte una ad una. Mi ha chiesto se vendevo o facevo esposizione. Avrebbe voluto comprare ogni cosa, ma sapevo che non aveva con se denaro.

« No, sto svuotando la mia cantina e regalo ogni oggetto a chi gli presterà la dovuta cura. » ho spiegato con l’aria di un vecchio lupo di mare generoso.

« Allora mi interessa questo nodo. Si chiama gassa d’amante e mi ricorda il mio trascorso. Ho fatto il marinaio da sempre. L’ho usato per fare asole, fissare oggetti e non farli cadere fuori bordo. Si voglio questo nodo. Posso averlo?-»si è illuminato mentre toccava il nodo e gli tornavano alla mente tutti quei momenti.

« Certo molto volentieri. Però mi deve promettere una cosa.

Ogni tanto lo deve disfare e rifare. Ha bisogno anche il nodo di sentirsi ben fatto. Sarà un buon modo di prendersene cura. » la posologia. Importante. Altrimenti è inutile.

« Certo ogni tanto lo disfo e rifaccio capito. Mio figlio non ci crederà mai che sono in grado di mettere mano al nodo a gassa d’amante. Rimarrà stupito.» borbottava parole scoordinate avvicinandosi all’uscita.

Si è reso conto di aver dimenticato una cosa importante ed è tornato sui suoi passi.

« Dimenticavo. Mi scusi. Questa testa anche l’educazione mi fa perdere. La ringrazio. Ha fatto felice un vecchio. Buona fortuna spero che riesca a dar via tutta la sua roba. » stringeva forte tra le mani il suo nodo tornando di nuovo alla porta.

Anche se lo teneva stretto non si accorgeva si stesse consumando lentamente. Era così preso dalla felicità di tenere un pezzo del suo passato di nuovo … Fuori sull’uscio la mente gli era tornata nella nebbia.

Chi era? Dove si trovava? Cosa celava la sua memoria che ora non ricordava più. Intorno a lui voci e persone. Chi erano?Papà, papà, urlava qualcuno. Gli toccarono un braccio. Sobbalzò. Era lui il papà di qualcuno. Lo portavano verso casa perché lo cercavano da tanto ed erano in pensiero. Eppure fino ad un attimo prima era convinto di essere su una barca e stringere un bel nodo. Come si chiamava?

Eh già siete strani. Venite da me a volte quando non serve più. Quando è troppo tardi e i vostri sogni durano la frazione di un attimo. Perché mi chiedo. Se la risposta non me la date, proprio non so rispondere. No non sono un indovino. Ripeto sono solo l’uomo dei sogni.

Volete altre storie? Lo so siete degli appassionati di rebus e dovete assolutamente risolver questo rompicapo. Ci sto. Vi ho detto di ieri ed oggi, ma ad esempio lunedì. Sì lunedì.

E’ venuta una ragazza.

Leggiadra con le sue gote arrossate dal vento, leggera quasi a passo di danza. Timorosa è apparsa sulla soglia chiedendo permesso. Doveva provenire da una buona famiglia. Non tutti lo fate.

« Avanti!» ho gridato forte

« Buongiorno, disturbo?» incerta e timida faceva a piccoli passi il suo ingresso.

Appena entrata si sono messe in moto in aria stelle e pianeti come in un planetario scolastico.

Il giorno rincorreva la notte in fretta, molto in fretta. Senza pace. Buio, luce, buio, luce. Intermittenti. La ragazza osservava stregata quello scorrere veloce del tempo.

« Desidera qualche cosa in particolare signorina?»mi sono fatto avanti con sollecitudine per distrarla dallo spettacolo che pareva assorbirla.

« Oh si! E’ così bello qui. Vorrei tanto una stella. Sarebbe bello averla sempre con me. Sì una stella. Avrei luce, calore. Sa ho sempre freddo. Sarebbe come avere una bussola anche di notte. Posso avere una stella per piacere?» gentile era gentile.

Anche troppo per la sua tenera età. Il colore del suo viso era diafano. Le pupille guardavano fisse la stella che aveva scelto. Mi sono sentito come un venditore di palloncini che deve tirare giù il prescelto al bambino di turno. La più piccola e luminosa voleva. Con precisione infallibile sono riuscito a centrarla e portargliela. Se vi chiedete come ho fatto ve lo svelo subito. Avete presente una ventosa? Quella che usate per stappare i lavandini. Legata ad una corda lunghissima e poi due muscoli d’acciaio come i miei. Ecco fatto la stella colpita si può tirare giù. La padrona della stella era la più felice del mondo. Ora poteva tenerla sempre con se. La posologia in questo caso era difficile. Talmente tanto da non conoscerla troppo bene nemmeno io. Quel giorno ammetto uno strappo alla regola facendola uscire senza posologia.

Perdonatemi.

Quella stella mi ha offuscato la mente. Ho scordato di dirle che una volta alla settimana alla stella deve essere allungata la corda per volare di nuovo un pò in cielo. Se no muore. Speriamo l’abbia fatto e capito da sola. Non sono infallibile. Ricordate regalo sogni, poi cosa farne dipende da voi.

Una volta comunque ha riscosso grande successo.

Non voglio dirlo ad alta voce per farmi pubblicità, ma quando è venuta quella bimba ho toccato il cielo con le dita. Si tutte quante. Era un mattino di agosto. Faceva tanto caldo. Lei piccola e minuta è entrata piano piano dal buco nella porta che lascio apposta per i gatti. Si è intrufolata. Ho pensato, se è venuta avrà bisogno di un sogno anche lei. Non sapeva ancora bene parlare. Rideva.

C’era tanti campanelli dentro la stanza. Campanelli dal suono allegro. Avete presenti gli scaccia guai come li chiamate voi? O acchiappa sogni? Comunque quel suono tintinnante, lieve e piacevole come una risata cristallina. Uguale.

Quella bimba rideva di un sonoro trillante. Una gioia per gli occhi quel volto lentigginoso contornato dai capelli rossi. Una piccola Pippi calze lunghe. Rideva ascoltando i campanelli suonare e piroettava al loro battere. Sono preparato a tutto, ma un balletto non lo aspettavo.

« Ciao piccolina, posso aiutarti ?» dovevo fare il mio dovere offrire il sogno e dare la posologia.

Lei però non mi rispondeva, continuava a ridere. Felice. Allora ho provato con i segni. Le ho fatto cenno di venirmi in braccio per mostrare cosa desiderava. Ubbidiente è salita. Con il ditino mi ha chiuso gli occhi e lasciato fermo ad ascoltare. C’era un vento leggero come di tenue corrente d’aria a far muovere i campanelli. Tintinnavano allegri senza smettere. La bimba ho capito non voleva nessun campanello, ma solo qualcuno che li ascoltasse con lei. Piccola, dolce bimba. Allegra, ma sorda e muta. Sgattaiolata fuori la vedevo avvolta dal silenzio più gigante del mondo. Intorno a lei tutti si muovevano, ma parevano fatti di neve. Ovattato l’urto dei piedi al suolo. Ammirava il loro affaccendarsi con gli occhi golosi, senza capire dove volessero arrivare.

Una donna la prese in braccio portandola via da una porta malconcia marrone. Io sapete da dentro vi vedo perché la porta è trasparente.

Quando vi noto passare di corsa affannati nelle vostre corse mi domando se mai troverete un istante per fermarvi e venire da me. D’altronde c’è il vostro sogno che vi aspetta. Un sogno capace di materializzarsi proprio al vostro ingresso. In grado di farvi conoscere cosa nascondete anche a voi stessi, continuando a mentire. La mia porta è sempre aperta.

Sappiatelo.

Solo un consiglio. Chiamatela posologia se volete.

Non venite troppo tardi.

La solitudine, la malattia, la tristezza sono il ritardo cronico per la realizzazione dei sogni.

Se vivono con voi si ingoiano i desideri e usciti da quella porta saranno durati il tempo del vostro tempo con me. Provate a sognare quando ancora ne avete modo. Io son qui ad aspettarvi.

E’ vero lo scordavo. Spesso leggo in voi questa domanda: di cosa sono fatti i sogni?

Di magia. Di dolcezza. Di impalpabile essenza proveniente dall’atmosfera, dove tutto nasce e diventa reale. Ne avete una scatola dentro. Non è chiusa con il lucchetto, ma solo nascosta dietro ad una porta.

Ora lo sapete.

Se è marrone e malconcia potete aprirla lo stesso. Dentro è diversa. Parola mia.

Banaudi Nadia SAM_4869

3 pensieri su “L’uomo dei sogni

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