Il regno di Utopia

“ La guerra dovrebbe essere un concetto vuoto e sterile, completamente decaduto nella mentalità umana, invece continua a far pericolosamente capolino nella vita di tutti i giorni. Da che si impara a leggere sui libri di scuola, pare non siamo capaci di fare a meno dello stato di onnipotenza che la vittoria regala, uno stato che ci pone conquistatori, comandanti e vittoriosi, magari su un campo sterminato di vittime, di impauriti reduci, di spaventati futuri nemici.

Pare che l’uomo davvero non impari, né dai suoi sbagli, né dai moniti scritti e ripetuti dai saggi. Pare scelga un destino fatto di dolori e cicatrici per dimostrare chissà quale forza di volontà. Nessun ideale in realtà chiede tanto, nessuna ideologia può pretendere una simile rivendicazione di sangue.

Tutto il rimuginare mi porta a sviscerare queste stille di riflessioni, proprie del mio mondo lontano dagli adoratori della vittoria, poco disponibile a cascare nel loro gioco delle colpe. Io credo in un qualcosa di diverso dalla lotta infinita tra il bene ed il male, un gioco che si dice porti equilibrio, ma in realtà vede solo lotta, combattenti e feriti. Io credo nell’utopia, data dall’assenza di entrambi, dalla purezza assoluta delle intenzioni.

Lo so sa di folle, sa di sfrontato. Eppure senza la convinzione di essere dalla parte del bene, ovunque esso sia, esiste il chiaro ed essenziale concetto di appartenere ad una razza in via di sviluppo, intellettuale ed emozionale, a cui pare invece non sia dia per nulla valore.

Se per un attimo riuscissimo a vedere le cose per quello che sono, se potessimo allontanarci dal senso di potere che l’ancoraggio alla materialità ci porta…capiremmo che nulla è nostro, nulla ci è dovuto, nulla può essere conquistato. Siamo solo stupide pedine in un grande gioco, sul tavolino di un’epoca dopo l’altra, che mani giganti si divertono a vedere litigare. Siamo il loro passatempo, siamo nelle mani degli dei.”

< Se ti dicessi che queste parole le ha pensate un uomo, appartenuto a secoli fa, che credeva nell’Olimpo, nei suoi abitanti, che sentiva il dolore penetrargli la carne giorno dopo giorno solo perché la guerra mieteva vittime e pretendeva trofei. Se ti dicessi che quell’uomo se lo è ripetuto spesso di non voler far parte del gioco, ma non è riuscito nei secoli a tirarsi indietro, tu mi crederesti? >

< Vuoi dire che per secoli l’essere umano ha cambiato abito al suo errore continuando a perpetrarlo, senza mai davvero correggerlo? >

< Esatto, ha capito di essere in torto, di fare il gioco della rabbia, della sete di vittoria, del grandioso disegno dell’essere a capo di tutto senza che nulla resti tra le mani oltre il tempo del soffio. >

< Ed ha impiegato secoli, fino quasi all’annullamento del suo genere per rendersene conto? >

< Secoli. Guerre travestite da buone cause, mitigate da parole scusanti, stragi di pulizie etniche, esperimenti di morti di massa…secoli. >

< Incredibile. E poi è arrivato a capire? >

< Il nostro antenato ha capito, sì ha capito che la parte più importante che viveva in lui, soffriva mentre vinceva e continuava ad essere infelice nonostante stringesse in mano sempre più potere e ricchezze. >

< Raccontami. Sono curioso di sapere, mi affascina capire cosa lo abbia svegliato.>

< E’ la favola dei tempi, quella che non devi mai scordare, per non tornare indietro, per non dimenticare. L’uomo un giorno capì, sulla soglia della sua sterminata azione di conquista, di aver perduto l’unica cosa importante in grado di farlo vivere. Di fronte all’aridità totale della sua esistenza, si sentì chiamare a gran voce dalle viscere più profonde, da un grido. Era un lamento soffocato da tempo, una litania a cui si era abituato considerandolo solo più un rantolo. Era la voce di una parte di sé che parlava un linguaggio sconosciuto. >

< Era il suo cuore?>

< No. Era la sua anima.>

< E cosa diceva?>

< Diceva di smetterla. Diceva cose antiche, che riportavano alla lotta tra bene e male. Diceva che nessuno dei due avrebbe mai vinto, perché pari. Raccontava dolori e rimpianti per quello che ricordava, parlava attraverso i fatti che potevano fargli da prove, perché lo sai che l’uomo ha sempre avuto bisogno di quelle per credere. Poi ha iniziato a soffrire, in una maniera così intensa da spezzargli il respiro. Non era un respiro di aria, era un mancargli completamente la vita, in ogni cellula. E solo quando ha capito di stare per perdersi del tutto, di andare incontro al nulla ha accettato di ascoltare. Così la sua anima gli ha parlato per ore, interminabili ore, fatte di musica su cui adagiarsi, di emozioni delicate come fili intrecciati. >

< Vuoi dirmi che un dialogo di ore lo ha fatto rinsavire?>

< Gli ha fatto spuntare il dubbio di non avere raccolto le risposte necessarie in una corsa sfrenata per ottenerle, di non sentirsi appagato nonostante le immense ricchezze raccolte. Si è sentito nudo senza la sua anima, perso, ed ha capito di non potere fare a meno di lei, di essere disposto a qualunque cambiamento, per lei. >

< Ho capito. Allora la sua anima lo ha condotto per mano, facendogli conoscere l’importanza della sua azione, gli ha insegnato a volare per essere ovunque nel soffio di un istante, trasformandosi in polvere invisibile. >

< Hai studiato, vedo. Ed è così che siamo diventati angeli, per stare accanto a loro che ancora hanno bisogno di capire. Capire che non esiste vittoria tra il bene e il male, che non c’è fine alla guerra, che non esistono dei nell’Olimpo, che nessuno in realtà li rende pedine da gioco, ma sono vittime delle stesse paure che governano il loro agire. Ora è tempo di spazzare i dubbi dalle loro menti, scacciamo quelle scintille di rabbia, forza al lavoro, metti la musica e falli sognare. Il nostro compito è risvegliare utopia che sta nel cuore.>

Banaudi Nadia

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3 pensieri su “Il regno di Utopia

    1. La guerra dei giorni nostri, fatta con video e notizie in tempo reale, è agghiacciante e quasi anacronistica, sembra un film, sembra impossibile! Solo attraverso una fuga di fantasia mi permetto di raccontarne tratti e contorni. Grazie per il tuo commento.

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