Il condominio Mirabella

A volte ci sono momenti che la penna prende mano da sola e comincia a scrivere, scrivere, raccontando da sola ciò che vuole. Poi gli occhi leggono e si domandano cosa stia accadendo. Il mondo svela solo una piccola parte del suo meccanismo e la parte più interessante spesso ne resta esclusa. Il condominio Mirabella, con i suoi virtuosismi moderni, ne smaschera una piccola parte.

Il condominio Mirabella

Oggi, mentre vagavo per strada, ho pensato bene di cercar compagnia, così incontrando te e la tua dannata curiosità mi sono deciso a far conoscere la mia storia.

Abito qui. Caseggiato rosa acceso, un tempo più scarico, ma oggi ripitturato per norme edilizie di adeguamento. Così ho sentito dire. Non è un palazzone, ha solo tre piani.

Pochi scalini e subito trovi la Signora Miranda e consorte, il Signor Bianchiperi e la Signorina Antonietta. Abitano praticamente al primo piano, perché sotto ci sono i garage, ma sarebbe un piano terra e quindi stai certo che chiunque passi nel piazzale lo notano al volo.

Basta fare un’altra rampa di scale e cresce la famiglia. Infatti secondo me si sono messi d’accordo. Ma male. Chi sta di sopra dovrebbe stare di sotto e viceversa, ma ovviamente non è possibile per via del caso che fa sempre le pentole e non i coperchi, o forse era il diavolo comunque quello.

Sopra dicevo, stanno ben tre famiglie. Cariche di figli.

Esatto sopra la testa di tranquilli condomini dalle vite piatte e silenziose, calpestano una mandria di piedi senza freni né silenziatori.

Comunque, per completare la descrizione si tratta della famiglia Quattrocuori (hanno ben quattro figli!!), Aceto (per fortuna ne ha solo due) e i Cocci (loro fan media e ne hanno tre). Secondo me nemmeno se facevano un patto di quelli importanti riuscivano a riempire così tanto il piano. Conti alla mano sei dai Quattrocchi, quattro dagli Aceto e cinque dai Cocci per un totale di quindici voci urlanti e trenta piedi fracassoni sulla testa.

Capirete bene che il condominio in questione la racconta da solo la sua storia.

Io chi sono? Non essere curioso, non così tanto almeno. E non subito. Vorrai già andare via?

Comunque il nome del condominio, almeno finisco le presentazioni, è il Mirabella. Simpatico no? Io direi che intanto un nome vale l’altro. Non si può mica indovinare prima che lo abitino quale sarà il carattere del palazzo.

Le sei famiglie sospese su equilibri, non esattamente facili sono come i saltimbanchi in prova. Non sai mai, giorno per giorno, cosa potrà succedere.

Il primo a venire ad abitare qui è stato, nemmeno a dirlo, il Signor Bianchiperi. All’epoca nel lontano 1983 era un perfetto impiegato postale di quelli che spaccano la puntualità e il capello per precisione. Celibe. Ovviamente. Sin da subito troppo scrupoloso anche nella ricerca di una donna. Troppo esigente, si scusava lui, ma in realtà, questo è certo, non l’avevano ancora inventata la sua perfetta metà. Di quelli convinti che senza una donna si potesse vivere bene lo stesso, ma chiedeteglielo ora se è ancora della stessa idea. Di fatto è venuto ad abitare qui perché vicino al posto di lavoro. Lo sportello in cui praticava servizio era distante sì e no quattrocento metri, un vero insulto pensando a chi percorre chilometri infiniti di strada per andare a lavorare.

Quindi l’appartamento lui lo ha comprato in previsione di viverci almeno in coppia, nell’anno in cui è stato dirottato nell’ufficio 115 settore A. Nonostante i pochi sforzi suoi, nemmeno il destino è riuscito ad aiutarlo e signorino è rimasto fino ad ora.

Nessuno nel palazzo è mai riuscito a vedere cosa ne facesse di tutto quell’immenso appartamento. Ben 110 metri. Uno spreco per lui solo, considerato che esattamente sopra la sua testa ci bivaccano i Quattrocchi nello stesso spazio.

Io ora lo so, però, come passa la giornata nel suo grande spazio. Ha un’intera stanza, ti assicuro non piccola, piena e quando dico piena è proprio a tappo, di libri. Credo faccia concorrenza ad una libreria. Capisco che ognuno ha i propri gusti, ma sinceramente i suoi li condivido poco. Senza voler essere irriverente.

Libri vecchi, risalenti alla sua gioventù, che credo corrisponda pressapoco al 1960 o giù di lì. Quindi se ha iniziato a collezionare libri da quel periodo e non ha mai smesso, figurati un po’! Oltretutto con il suo lavoro e nessun altra spesa se non badare a se stesso, non gli sono mai mancati i soldi per ingrandire le raccolte.

L’unico problema è che i libri bisognerebbe riuscire a leggerli in santo e religioso silenzio e da quando il palazzo è stato preso d’assalto dalle tre famiglie moltiplicatrici, quello è scappato.

Il silenzio intendo! Nemmeno di notte esiste più. Fortuna che la tecnologia aiuta tutti, specie chi è deciso a risolvere il problema che lo assale. Così un bellissimo paio di cuffie anti rumore sono diventate le migliori amiche delle sue orecchie notte e giorno. Geniali. Isolanti. Si può infatti suonare alla porta per ore senza ottenere successo. Funziona forse il sasso contro il vetro della cucina, ma poi bisogna ripagarglielo. Il vetro. Il sasso lo butta lui in cerca del teppista. In definitiva per comunicarci si deve o aver molta fede di incontrarlo, in fase di “scappo a fare due commissioni” sulla porta, o lasciargli un messaggio via post it ed avere la pazienza di aspettare il giorno dopo per la risposta.

Né prima, né ora il Signor Bianchiperi ha mai dato fastidio. Prima non lo si vedeva perché sempre indaffarato al lavoro, ora per via delle cuffie sta chiuso in casa a leggere tutti i suoi infiniti volumi.

Lui, scusa se mi sono perso, è stato il primo a venire ad abitare qui. Proprio il primo ad acquistare nel palazzo vuoto, a poter scegliere, appartamento e garage e in totale libertà anche quali fiori far piantare nell’aiuola davanti a casa.

Dopo sono arrivati altri, che nel tempo si sono succeduti velocemente. Chi cambiava per via del lavoro, chi per esaurimento nervoso, altri per separazioni, ognuno in pratica impazziva e scappava via lasciando posto al prossimo.

Qualche dubbio che il palazzo fosse stregato, l’ho avuto diverse volte, ma non esistendo prove è sempre stato difficile dimostrarlo.

La coppia invece formata da Miranda e marito è uno spasso. Davvero. Arnaldo e Miranda si sono sposati nel 1984, sono venuti a vivere qui dopo aver soggiornato circa un anno in casa di mamma e papà da freschi sposini. La casa è costata loro sacrifici, risparmi e impegno, ma a tutt’oggi corrisponde al miglior investimento fatto. Per lo meno un tetto sulla testa lo hanno ed anche di diversi metri. Nei momenti di tensione è più che importante la distanza tra una stanza e l’altra in una coppia, sai. Il rischio di dover condividere troppo spazio insieme aumenta la possibilità di divorzio. Infatti loro stanno lontani un intero lunghissimo corridoio senza rischiare di lanciarsi piatti o ingiurie inutili. La signora ha una stanza tutta per lei dove elaborare le sue infinite passioni. Io me lo sono sempre chiesto quante cose possono mai piacere ad una donna, ma giuro non esiste la fine dell’elenco. Miranda ama cucire e imbottire i ritagli che le vedo spuntare dalle forbici, diventando pupazzetti appesi ovunque, poi vernicia di continuo barattoli, scatole…invece di buttare lei ricicla trasformando e da quella casa escono solo sacchetti di umido da compostare. Un’intera stanza con disordinati tavoli e armadi straripanti di oggetti, pronti a scaricarsi in casa del primo compleanno da festeggiare.

Ovviamente al consorte di tutto questo non interessa nulla, se non il tempo che gli resta libero per leggersi il giornale rosa che tanto lo rinvigorisce per le belle notizie che riporta. La sua migliore amica è la televisione fatta a posta per rilassarlo, quando sul canale dello sport trasmette senza sosta ogni tipo di motore rumoroso. Fortuna che hanno inventato i programmi dedicati, quello probabilmente è stato fatto a posta per lui. Conosce addirittura gli orari delle pause pubblicitarie, il tempo libero per andare in bagno o al frigo a recuperare una birra fresca.

Sono ancora sposati e festeggiano i trentadue anni di matrimonio. Essendosi congiunti a venticinque, oggi dall’alto dei loro scarsi sessanta, si godono decisamente i figli mai avuti e si contentano di sopportarsi fin che morte non li separi. Da quando gli Aceto sono precipitati sulle loro teste hanno chiaro cosa gli sarebbe costato avere anche loro notti insonni e pranzi domenicali in completo marasma.

Sopportano.

Miranda è stata bidella in una scuola statale e con i bambini ha avuto sempre a che fare, ma forse erano altri tempi, sta di fatto che tutto era molto più semplice. Ora i figli comandano i genitori e guai a sgridarli. Aveva addirittura sentito dire che, se picchiati o puniti potevano assorbire talmente lo spavento da restarne segnati a vita. La teoria degli Aceto la lasciava del tutto senza parole. Ai suoi tempi, e non si parlava di preistoria, non si era mai morti per una sana sculacciata o per lo scappellotto di papà.

Quella era a tutti gli effetti mancanza di autorità. Infatti era impossibile viverci sotto. Ma credo anche sopra, perché Aceto è il soprannome dell’effervescente famiglia. E secondo me i batteri che inacidiscono il vino e lo trasformano in aceto hanno fatto il loro lavoro anche in famiglia, visto l’alto tasso di urla e insubordinazione. I figli hanno la meglio, sempre. I genitori convinti del metodo alternativo di renderseli amici ottengono di obbedirgli ciecamente, piegandosi alle loro decisioni quanto mai esagerate e fuori controllo.

Disfatta e Perdente, come li chiamano i quattro del primo piano, sono i genitori succubi di due figli altamente viziati e tremendi sempre alla ricerca di uno stimolo da cui farsi stuzzicare.

Infine è arrivata la Signorina Antonietta, anche detta la Candida. Non per l’infezione ai genitali, che credo non abbia mai usato se non per andare in bagno, ma per la sua composta ed immacolata anima. Pura ed angelica. Quasi. Fino a che non le sono toccati i Cocci. Anche quelli materiali, oltre all’intero bastimento. Il terrazzo direttamente sopra riservava sempre belle sorprese. I tre bimbi scorrazzavano per lo più indisturbati sul balcone e per gioco o dispetto spesso lanciavano ogni cosa in loro possesso nella speranza di farlo cadere proprio sul terrazzo sottostante. Fino a che si trattava di giochi di plastica morbida nulla era. Che lei fosse in casa o fuori. Il bello ha iniziato ad esserci quando si sono trasformati in piatti e biscotti. Cocci e briciole ovunque. Ma c’era sempre la scusa pronta. Poverini erano annoiati, oppure facevano solo un gioco. Ma rompere le sue belle piante grasse, curatissime e rigogliosissime, aveva fatto scatenare la poco angelica Antonietta.

Memore di un vecchio bullismo scolastico, ma quando è troppo è troppo! Quel giorno, piena di rabbia, era salita al piano di sopra ed aveva tempestato di colpi la porta con in mano il sacchetto pieno di cocci rotti del servizio buono di casa Aceto. Una faccia mesta e rasoterra era venuta a sorbirsi la sequela di lamentele, scusandosi ad ogni possibile pausa. Disfatta, appunto. La mamma disperata dei tre demonietti era alle prese con la gestione multipla dei gemellini quanto mai superiore alle sue sole forze. Sta di fatto che quel giorno fu il primo e l’ultimo che Antonietta salì al piano superiore. Di dopo imparò ad uscire di casa e contare fino a tremila prima di tornare per evitare di ripassare quell’inferno. “ Mi spiace, ma non riesco a controllarli tutto il tempo”, “l’importante è che non si sia fatta male lei”, “ li sgriderò sicuramente”. Una perdita di tempo inutile.

Il terrazzo da quel giorno rimase spoglio di piante, e a giorni alterni pieno di esemplari diversi di giochi o cibo. Si accontentava di tirare le tende per non vedere lo scempio ed una volta a settimana usciva fuori con il sacchetto per riempirlo di spazzatura.

Lei, a parte il grosso tergiversare che ne ho fatto, è la più recente abitante del primo piano. E’ arrivata nel 1995 a sostituire la Signora Giacomina, la vedova del palazzo. Pulitissima e dotata di pollice verde, si occupa delle aiuole di fronte all’entrata del condominio.

Scusami ho sbagliato il tempo, non si occupa si occupava. Allora sì che potevano vantarsi tutti di abitare qui. Fiori dai mille colori e dalle rigogliose fioriture presentavano bene il Mirabella, quasi a dirlo in dialetto: Mira che bello! Ovviamente oggi non le si può nemmeno più guardare le aiuole infestate da erbacce e residui secchi di piante, ma credo e sottolineo credo, di aver scoperto il motivo. La pipì. Sì esattamente, la pipì di tutti i nanetti in grado di farla ogni tre per due, ma non di salire un paio di scale. Quindi capirete bene che il bel pollice verde nulla poteva di fronte all’inciviltà conclamata dei nuovi dissacratori del verde e lì si è arreso.

Antonietta era signorina per scelta, o forse per mancanza di carattere. Io credo di poter dire la mia in questo caso. Perché la conosco bene, diciamo in gergo, intimamente. Lei un uomo lo avrebbe anche voluto accanto, ma non un godurioso o prepotente, no un gentile esemplare d’altri tempi. Per cui inesistente. Di fatto o i campioni si erano tutti smarriti o lei era nata nell’epoca sbagliata. Così restò sola.

Il quadro lo dovresti avere chiaro, i condomini del piano di sotto sono ormai consapevoli di convivere a vita con quella malefica baraonda. E non fanno nemmeno più buon viso a cattivo gioco. No, si fanno la guerra.

Al piano di sopra, nemmeno a dirlo si contendono il primato dei più disorganizzati e chiassosi inquilini mai avuti. Basta dire che non vanno d’accordo neppure tra loro. I bambini insomma, ma essendo di fasce d’età diverse quello lo posso capire. I genitori, non lo vorrei raccontare, ma davvero non si possono soffrire. Si osservano nella vana speranza di cogliere il difetto gigante negli altri, senza accorgersi di esserne la brutta copia. A gara continua per cogliersi in fragranza di reato e immancabile scatta la lite.

Si potrebbe rinominarlo “la Terza guerra mondiale” il condominio, oppure “il passaggio degli Unni”. Mirabella ora stona.

Io in tutto questo sono solo spettatore, ormai. Che volete c’è un posto per tutti, in base ai gusti, all’età e alle predisposizioni di carattere. Io scelgo di guardare come si fa quando si va al cinema e non si conoscono né attori, né film.

I Cocci, sono nativi toscani, ma trasferiti qui da tempo. Già da una generazione buona. Ancora ora mi chiedo perché? Forse se restavano nel luogo di nascita si capivano di più. Intendo tra simili…

I gemellini sono la quintessenza della confusione, il caos fatto persona anzi triade. Potessi dargli un nome di fantasia ad ognuno sostituirei i veri con Tempesta, Tornado e Uragano. Rendono quantomeno meglio di Giorgio, Gabriele e Giovanni. Le loro mani devastano. Che passino sui vetri del portone o accanto alle aiuole e ciò che era sparisce per avvizzirsi o sporcarsi. Le voci esplodono come in una festeggiamento sportivo e lasciano i residui di timpani rotti se per sbaglio provi a salutarli.

Io non lo so, ma i giovani d’oggi sono davvero strani. Li saluti e loro impazziscono urlando. Ai miei tempi no di certo, si usava rispondere con educazione, in maniera composta e soprattutto a decibel consoni.

I Quattrocchi invece non li saprei definire. Credo si rendano conto che il numero che si portano dietro sia esagerato per le loro esigue forze. Ogni tanto la sento la Signora Erminia lamentarsi di aver fatto il passo più lungo della gamba. Lei che proviene da una famiglia numerosa e non ha nemmeno parificato i sacrifici della sorella che ne ha ben sei di eredi. Erminia è sfatta, distrutta e logora. Passa un anno circa da un figlio all’altro e decisamente sa di complicato riuscire a crescerli in maniera corretta mentre uno beve il latte al seno, l’altro è svezzato e gli ultimi due pretendono di essere considerati dall’alto dei loro quattro e tre anni. Impossibile umanamente dar attenzioni a quattro fasce d’età così diverse seppure collegate. Infatti a Erminia vedo le rughe calare come borse da viaggio e la fronte corrugarsi in una stretta che mi infilza il cuore, se ancora lo avessi.

Il marito o inseminatore incontrollato, spero continui a fare il doppio lavoro e resti lontano da casa notte e giorno per evitare che si riproduca nuovamente. Comunque fa il turnista in fabbrica e quindi per lo più lavora e se non lo fa finge di farlo per non tornare a casa a succhiarsi i marmocchi.

Gli Aceto infine si chiamano anche tra di loro così. Aceto di vino, aceto di mele i due figli e poi quello balsamico la mamma e di malto d’orzo papà. Tutti acetelli in casa. Sempre con il dito puntato verso l’altro. “E’ stato lui, è colpa sua” la frase che gli si addice di più. Senza mai arrivare al vero colpevole che distrugge la macchina, perde continuamente il lavoro o ruba la ragazza all’altro. Essendo già giovanotti, fan questo ed altro, tutto tranne le cose che andrebbero fatte.

Io non tifo per nessuno, ma vorrei un giorno, vederli tutti presi da una bella lite. Indossare la divisa antisommossa di quando ero in polizia e lanciarmi in mezzo sperando di bloccarli ed atterrarli.

Se ancora ti stai chiedendo chi sono e che ruolo ho, ti chiedo di aspettare due minuti. Orologio alla mano conta.

Oggi all’uscita dal portone ho avvertito nell’aria il possibile temporale in arrivo. La bella stagione è alle porte ed ovviamente chiunque abbia un bambino in casa lo porta fuori perché si abbrustolisca un po’ la pelle in preparazione della tintarella estiva.

Dal momento che, in questo palazzo, da soli al secondo piano formano un mini asilo, quando li coglie l’idea di uscire in contemporanea c’è da mettersi le mani nei capelli. Tricicli che viaggiano come i treni super freccia, palloni che ci giurerei un vetro alla fine lo spaccano al Signor Bianchiperi. Non si sentono nemmeno parlare i bambini coperti dalle voci delle genitrici troppo impegnate a far correre la lingua. “ E lo sai cosa ha combinato ieri il mio?” dice Gina a Isotta, in una gara in crescendo a chi ha il figlio più stupido anziché furbo. La Signora Gina è la Cocci, e la Signora Isotta è l’Aceto. Solo che la prima parla di tre delinquenti in erba e l’altra di due conclamati, sai che consigli sanno darsi l’una con l’altra!

Erminia invece rincorre i suoi demonietti più grandi trascinandosi dietro il passeggino, se no i piccoli non dormono. Come smette di muoverlo sono strilli.

Sta di fatto che il pallone spacca il vetro, il triciclo si impunta e fa cadere tutti, motorizzati e appiedati, iniziando il concerto di capodanno con un anticipo di sei mesi. Io ci avrei anche potuto spendere una scommessa sopra, ma tanto lo so che poi non me la pagano allora non lo faccio e resto a guardare come spettatore.

Ti fa rabbia?

In questo palazzo non se ne salva più una di anima, anche perché la pazzia generale ha preso il sopravvento. Urlano tutti sul piazzale. Ognuno punta il dito e scarica le frustrazioni di giornate impossibili e notti insonni. Se potessero solo un po’ abbassare il volume. Danno noia pure a me. Non che sia la tolleranza fatta persona, anzi sono parecchio sordo. Eppure li sento.

Quanti anni ho? Parecchi, devo fare un attimo i conti per non dire baggianate. Direi centotredici o giù di lì. Posso sbagliarmi di giorni o mesi, ma per gli anni no, son sicuro. Mi pare che suonassero le trombe del 1900 quando ho messo per la prima volta la testa fuori dalle gambe di una donna. Qui ci ho abitato, con quella Giacomina, che Antonietta ha soppiantato, mia moglie.

So che sono morto da qualche tempo ormai, ma di andarmene via non ne ho davvero voglia. E dove lo trovo un cinema in tre d così dove io faccio da regista, sceneggiatore e gli altri recitano su un copione sconosciuto?!

Passo veloce tra loro e li faccio scontrare, li spingo e poi me li guardo che si scagliano a darsi le colpe di certo non loro.

Non è cattiveria, ma devi pur capire che ci si annoia se no. Dopo che hai scrutato in ogni buco, che sai vita, morte e miracoli di ciascuno, che leggi pure i pensieri, se non combini qualche marachella finisce che ti passa la voglia di essere un fantasma. Perché diciamocela tutta, è noioso se non usi un po’ di fantasia. Come da vivi. Né più, né meno. Ed io la uso eccome, prima studio con chi ho a che fare poi organizzo lo scherzetto.

Ad esempio oggi.

Escono i grandi dei Quattrocchi e mentre si danno il tormento per scappare primi dal portone, io metto lì a caso una gamba e patapum due sono per terra. Visto che sono invisibile, vai a credere tu che non siano le loro gambe malferme a combinare il primo capitombolo?

Scendono urlando i tre demonietti dei Cocci e lì lo zampino lo metto per bene perché almeno per le scale dovrebbero un po’ contenersi e tenere bassa la voce, invece di sentirsi i padroni assoluti del condominio. Che secondo me nemmeno lo capiscono di dare fastidio o forse sì e lo fanno apposta. Comunque Tornado salta su Uragano per farsi portare in spalle e io di un centimetro sposto in avanti il tappeto di Bianchiperi, così in un bell’effetto domino li vedo precipitare tutti contro la sua porta. Risultato? Un ginocchio un po’ borlato e due capocciate ben date. Ha risuonato di brutto, stavolta, l’eco in tutto il palazzo e sono uscite fuori pure Miranda e Antonietta, ma nulla, il lettore corazzato di cuffie non si è accorto. Secondo me nemmeno in caso di terremoto si rende conto.

Giusto per iniziare bene, mi sono detto. Rimanendo ad osservarli combinarne una dopo l’altra senza bisogno del mio aiuto.

Sarà infatti che a capitomboli e incidenti son bravi da soli e nessuno pensa al mio zampino. Anche perché nessuno sa di me.

Se ti stai chiedendo chi sono e perché sono un fantasma mi spiace deluderti, ma io una vera spiegazione non la so dare. Non credo di averlo deciso a tavolino, né di averlo desiderato, penso che le cose succedano e basta.

È accaduto nel 1959 verso maggio. Faceva caldo e sinceramente la pioggerellina della notte mi aveva anche risollevato lo spirito. Solo che la pioggia è sempre pioggia e dovevo aspettarmelo che mi portasse sfortuna. A me la pioggia ricordava il funerale di mio padre, il giorno del mio matrimonio e nemmeno a dirlo il primo incidente stradale con la macchina nuova. Associo ancora adesso un brutto senso di fastidio alle nuvole nere che iniziano a scontrarsi e già prevedo non porteranno nulla di buono. Al momento però quel mattino non ci ho riflettuto. Da giorni Giacomina, mia moglie, si lamentava che la televisione non prendeva per nulla bene il segnale. Lei doveva assolutamente finire di guardare l’ultima puntata dello sceneggiato “ Il romanzo di un maestro”.

Ricordo ancora le sue parole. « Emilio Ratti sta facendo del suo meglio per insegnare in quel posto pieno di pettegoli maldicenti, si è innamorato della collega ora devo assolutamente vedere come va a finire, non posso restare nel dubbio. Se le incomprensioni della gente riescono a separarli io lo devo sapere, non dormo più la notte. Vai a riparare l’antenna. » nemmeno io dormivo più la notte, stufo com’ero di sentirmi ripetere quanto la storia fosse romantica e piena di fascino. Quanto sarebbe voluta essere l’eroina femminile invece di mia moglie. Tante chiacchiere per un filmetto, fatto ad uso e consumo di donnette semplici come lei.

Così l’antenna quel giorno è diventata il mio compito. La mia fortezza da espugnare. Tanto ha insistito e stordito di parole che alla fine ho ceduto e sono salito. L’accesso al tetto era da una botola sopra l’ultimo pianerottolo. La apri e tiri giù una scaletta pieghevole. A quel punto mi sono arrampicato, armato di buona volontà e pochi attrezzi e mi sono messo alla ricerca del problema. Il filo era tutto intero, l’antenna al suo posto. Per me iniziava e finiva lì la competenza del caso. Di mestiere avevo sempre fatto il poliziotto e di certo, per quanto me la cavassi con i lavoretti di casa, sistemare l’antenna o la televisione non mi era congeniale. Nonostante il palazzo non sia altissimo è pur sempre più alto del normale tollerato per chi, come me, scopre di soffrire di acrofobia.

La parola l’ho scoperta molto più tardi, quando ho sentito parlare Giacomina. Era diventato il mio secondo nome. Comunque io non lo sapevo di avere paura dell’altezza e l’ho scoperto nel modo peggiore. Mentre ero sul tetto, senza appigli tranne l’antenna. Quella me la sono portata dietro nel momento stesso in cui ho iniziato ad accorgermi che scivolare sulle tegole non era uno sport sano. Ed anche che le mie scarpe non avevano i freni, né io le ali. Ma l’ho scoperto tutto insieme.

E’ stata questione di un attimo come tutto nella vita. Sono scivolato, mi sono appeso e nel mentre ho capito che stava succedendo. Un istante di vuoto e da neo pensionato in sovrappeso, annoiato e succube del telefilm romanzo di mia moglie mi sono ritrovato leggero e spensierato come ancora sono ora. Un fantasma. Io metri di paragone per definire un fantasma non li ho, anche perché subito per paura di perdermi sono rimasto abbastanza legato al palazzo dove ho sempre abitato e quindi per svariati anni non ho incontrato altri come me. Poi prendendo confidenza con le dissolvenze, i nuovi parametri di peso e le dimensioni mi sono allontanato e conosciuto qualche altro esemplare. Però ora non vorrei parlare di troppe cose tutte insieme e quindi farti confusione.

Dove avevo iniziato? Purtroppo anche se mi è rimasta l’età di quel giorno, io ci giurerei che il tempo uno scherzetto me lo ha fatto lo stesso. Se sulla carta oggi avrei centrotredici anni qualche cosa vorrà pur dire. Perdo facile facile il filo di quello che inizio a raccontare, anche perché vorrei parlare di mille cose e succede sempre che a metà strada non ricordo da dove ho cominciato e dove voglio arrivare.

Ecco ora ci sono, spiegavo perché mi piace fare gli scherzetti a tutti e tentavo di rivelarti perché sono quel che sono. Per quello che ne sapevo io, chi muore va all’inferno o in paradiso, io sono rimasto qui e non ho visto né luci né sentito voci a chiamarmi di aver sbagliato strada. Così sono trascorsi gli anni in questo limbo di vita che mi tiene sospeso e in mezzo alla realtà senza farmi partecipare più di tanto.

Nessuno mi vede o si accorge di me, riesco adesso che ho fatto pratica a creare scompiglio altrimenti il mio ruolo è di osservatore e null’altro. All’inizio è anche divertente perché ti accorgi che tutti, ma proprio tutti si infilano le mani nel naso quando pensano di non essere guardati. Che tutti hanno un difetto orribile da cui sono perseguitati e di nascosto in bagno si controllano che resti ben celato. Che tutti vorrebbero fare il contrario di quello che fanno e lo pensano solo senza avere mai il coraggio di dirlo. Insomma che siamo tutti uguali e soprattutto molto ridicoli. Solo che dopo anni di esperienze da guardone in ogni casa, in ogni ufficio mi è passata la curiosità e anche se sarei tentato spesso sorvolo e mi allontano. Qui alla fine è il posto che mi piace di più. Forse è per questo che ho fatto in modo di rendere il condominio tanto movimentato.

Lo ammetto è merito mio se gli abitanti del Mirabella sono quelli che sono. E’ colpa mia se sopra son venute le famiglie numerose e sotto i personaggi solitari.

L’ho deciso e architettato anche se all’inizio ho parlato di caso o diavolo. È il mio modo di giocare a fare il fantasma.

Dopo che sono scivolato dal tetto e mi sono tirato via l’antenna tutta ed i cavi di collegamento del palazzo, ovviamente Giacomina ha dovuto dire addio al suo ultimo episodio de “ Il romanzo di un maestro ”. Piangeva per quello, non per me che macchiavo il piazzale e impedivo l’accesso ai garage. Ne sono certo e non perché mi fa piacere pensarlo, gliel’ho sentito dire tra un singhiozzo e l’altro.

« Non lo saprò mai come finirà. L’ha fatto apposta! » finiva così un matrimonio pieno di rinfacciamenti e pentimenti. Non saremmo stati diversi dai Cocci o dagli Aceto o dai Quattrocchi qualora avessimo messo su famiglia. Fortuna ha voluto diversamente.

Giacomina è scampata alla perdita dell’ultima puntata della sua serie. Usufruendo della mia pensione e delle sue passioni, non appena è stata possibile la migliore tecnologia in campo televisivo, ha comprato videocassette e lettori per non perdere più uno dei serial tv. A me è sopravvissuta benissimo. In definitiva un piatto in meno da preparare, camice e pantaloni in meno da stirare. Invece di perderci ci aveva guadagnato una vecchiaia tranquilla e serena in compagnia di poltrona, schermo e solitudine. Contenta lei.

All’età di 95 anni l’ho salutata una notte, quando mi sono accorto che qualcuno di inconsistente come me era venuto ad aspettarla. Lì per lì ho pensato fossero finalmente per me, ma visto che non mi hanno degnato di uno sguardo ho capito che mi toccava restare fantasma ancora a lungo.

Quindi ho iniziato a cercare l’inquilina che sarebbe dovuta subentrare nel vecchio appartamento. Quando venivano a visitarlo persone poco piacevoli ne combinavo di tutti i colori, dalle puzzette che scambiavano per problemi di fogna, alle brutte sensazioni a fior di pelle fatte a posta per spaventare. “Questa casa porta male” si raccontavano i visitatori tra loro, “ ci giurerei che in questa casa è successo qualche cosa di brutto, lo sento, andiamo via” e gli passavo vicino per fargli salire il pelo dritto come fossero stati gatti. Sì lo ammetto mi sono divertito e forse quella è stata la prima volta in cui ho capito che potevo essere felice nella mia nuova dimensione.

Devi sapere che il concetto di tempo, qui da me, non esiste. Se non fosse che vedo voi invecchiare non mi accorgerei per nulla che sono passati tanti anni.

E più resto fantasma, meno ricordo di quando ero uomo, infatti non chiedermi episodi della mia vita perché di certo sarei tentato di inventare di sana pianta, di aver combinato e visto cose che magari è stato tuo nonno a fare. La maledizione è il non avere più un passato a cui fare riferimento, ma soprattutto non sapere esattamente quale potrà essere il futuro.

Allora ho imparato a far dispetti, per passare il tempo, per divertirmi ed assaporare il gusto delle risate che piano piano dimentico come tutto il resto. Ma divertirmi con le tre salme del primo piano era impossibile, allora ho studiato il modo di far partecipare al Mirabella un circo variegato di personaggi.

Invitare una per una le tre famiglie è stato quello che in terra si chiama il caso, ma le mani bene e a fondo le ho messe io.

Cercavo proprio nuclei numerosi, rumorosi e fastidiosi. Cercavo loro, fatti e serviti. E forse meglio non avrei potuto sceglierli, pare un misto tra il peggiore degli assortimenti e l’epocale disfatta dei miserabili.

Così mi ritrovo a stuzzicare di gusto quelli a cui basta un nulla per scoppiare e mandare avanti lo spettacolo pari ad una commedia pirandelliana.

Io li guardo dopo che ho dato il via e resto parecchio stupito a quanto riescono ad arrivare.

Dopo le cadute ed i capitomboli cominciano a volare le parole pesanti, i commenti tra le madri si fanno di fuoco. Giocano sempre a chi si sente più sfortunata, frustrata e presa di mira. Anche ora invece di correre ai ripari, fanno a gara a chi dovrà assumersi il fardello più pesante. I vetri o le sbucciature delle ginocchia, i tricicli da raddrizzare o i bernoccoli da curare?

Io me la rido, da bravo e goduto fantasma. Tanto i vetri si riparano e le ginocchia, a che ricordi io si cicatrizzano in fretta. Non ne farei un dramma.

Ed ecco che se ne esce Isotta con la storia di quando suo figlio ne ha combinato una grossa e ha sfasciato albero e macchina. Danni, soldi e scuse. Nell’ordine aveva dovuto occuparsi dei tre problemi.

I danni all’albero per fortuna erano i minori, si era colorato del blu della carrozzeria e un po’ storto, ma restava forte e ben piazzato a filo strada e lì sarebbe rimasto per anni ancora. Diversamente la macchina, ora solo più un residuo di lamiere dal colore fumante e dalla sagoma poco aerodinamica.

I soldi li aveva chiesti a tutti i parenti con la medesima risposta ovunque. No. Quindi li aveva sudati con mille e più sacrifici spingendo oltre la normale fatica. Ore in più, privazioni a tutto spiano per ottenere la somma misera di un’utilitaria usata, nemmeno troppo poco, con quattro ruote e un volante per essere guidata.

Scuse, non quante ne sarebbero servite, giusto il necessario per poter essere sventolate come merce di scambio. Scuse anche poco credibili, perché la verità sa di chiaro e preciso, le attenuanti accampate di mille odori fetidi. Ma per lo più sanno di bugie e si nascondono dietro al falso “non lo faccio più” e “non ricordo” che tutto possono e tutto salvano tranne la prossima volta, dove magari l’albero non accetta di venire sbattuto contro le dure lamiere e si sposta quel tanto che basta.

Ora, io mi chiedo, come le sarà tornato in mente l’incidente dell’estate prima. Sì che i tricicli sono mezzi anche loro, ma suvvia… il nesso mi sfugge. Secondo me non voleva uscire dai discorsi e ci teneva a farsi compiangere come la madre più sfortunata. Visto che la situazione prende una piega strana a tutto appannaggio delle due giovani colleghe rivali.

Però in mezzo a questo chiacchiericcio ci vorrebbe un bel colpo di scena. Tipo il Bianchimani che si accorge del vetro. Così minimo fa una richiesta di danni, una di sospensione del gioco del pallone fino a data da destinarsi e due ramanzine che non guastano mai.

Mi infilo un attimo dentro a controllare la situazione e senza sbagliarmi di molto lo trovo seduto come un pascià sulla sua poltrona, corazzato delle cuffie ed immerso in un librone di viaggi pirateschi. Questo nemmeno se glieli rompono tutti i vetri si stacca dalle pagine, chissà dove è finito? Mar dei Sargassi?

Guardandomi intorno difficilmente trovo qualche cosa che non sia un libro con cui scatenare la sua attenzione, allora non mi resta altro da fare che muovere quelli e uno alla volta farli cadere dallo scaffale dove prendono polvere.

Niente. Il tonfo non lo sente.

Li spingo più vicini possibili ai suoi piedi, magari gli ci scappa un’occhiata nei dintorni.

Nulla.

Ideona. Il solletico al naso soffiandogli la polvere che trovo sul tomo più in alto. Un bel po’, più di quanta in realtà ne serve e il gioco è fatto. Etciù!

Non so se si è reso conto del caos in terra, se ha pensato di essere stato lui a farli cadere, se invece ha creduto al terremoto. Una sbirciata in giro l’ha data, ma tutto intorno niente muove quindi deve aver pensato di essere fuori pericolo. Pino, Pino, nemmeno una bomba ti smuove. Devo intervenire in maniera pesante o da questa stanza non esci nemmeno per andare in bagno. Ed un altro libro cade, in alternanza veloce con il collega e l’altro ancora. Li vedo quegli occhi sgranati, impauriti che temono di avere le allucinazioni. Aggrapparsi alla certezza di trovarla una spiegazione, prima o poi. Intanto le sue ossa si muovono in direzione della porta, giusto per precauzione. Non si sa mai dove vogliano cascare tutti quei libri.

E ce l’ho fatta a farlo uscire. Primo passo.

Ora verso la finestra rotta o non se ne fa nulla di tutta questa fatica. Mi piacciono le sfide e con quest’uomo devo davvero cimentarmi in belle prove. Sperare che vada di sua iniziativa in cucina mi pare un ulteriore spreco di tempo. Allora gliela stuzzico io la sete.

Parlo piano piano al suo orecchio e glielo dico che un bicchiere d’acqua ci sta a dovere per far passare la paura. Bastano poche lettere e subito mi capisce. Arrivato a questo punto non se lo fa certo ripetere due volte…tiene una fifa tale che proverebbe anche gli spilli.

Ecco fatto. In cucina stanno in bella mostra vetri e palla. Ora posso uscire e godermi lo spettacolo a pieno merito.

Isotta, Gina e Erminia stanno confabulando, forse alla ricerca di una scusa convincente oppure se ne sono già dimenticate di averne una in più da farsi scontare e stanno confrontando le reciproche sventure.

Pino dritto come un fuso e furente come una ciminiera che sta per eruttare è pronto a dar battaglia. Tiene in mano la palla e il pezzo di vetro più grande che ha trovato. Non parla, ma come se avesse urlato più forte di tutti si è fatto un gran silenzio intorno. Ora sarà anche assurdo, ma di fatto il rumore che sa fare il silenzio è pazzesco.

Si sono girati tutti nella sua direzione.

I Cocci, i Quattrocchi e l’Aceto per un totale di venti pupille a studiare quale sorte li aspettasse.

Il silenzio fa rumore è vero, lo ripeto, ma le urla dopo il silenzio … quelle sono da paura.

Io, che Pino Bianchimani lo sento parlare a bassa voce da sempre, mi ero convinto non avesse proprio certe note. Mi ricredo e penso di aver parte nell’improvvisa dote che gli esce. La paura di prima è merito mio, la rabbia di ora tutta dei mocciosi e anche di qualche boccone antico ingoiato e mai digerito.

« Siete dei veri teppisti, dei vergognosi che dovrebbero finire in comunità già fin d’ora per risparmiare ulteriori danni. Questo pallone è solo l’ultimo episodio di disastro che siete riusciti a perpetrare nel nostro condominio. E’ una sventura abitare qui, la peggiore che poteva capitare. E ora chi me li ripaga i danni? Vostro padre che già lavora più ore di un orologio o il vostro che non ne riesce a tenere uno nemmeno per tre giorni? A rate me lo pagherete invece di comprarvi le caramelle e i pannolini. Un euro al giorno, fino a che non sarete diventati grandi e con un po’ di sale in zucca. Disgraziati voi e quelle oche giulive delle vostre madri. Ma che state a fare qui fuori se non sapete prendervi cura di voi stesse. Possibile non riuscire a governare i teppisti che avete messo al mondo?» il monologo del lettore incallito può andare avanti per ore, tirando fuori tutto il peso negli anni mal sopportato. Se non fosse che le parole ogni tanto scarseggiano ed in loro soccorso arrivano i gesti. Così per aiuto mio e mano sua il vetro perfora la palla in un gesto di tale stizza da parere l’ultimo ingrediente nel pentolone della miracolosa pozione.

Pufff. E si sgonfia. La rabbia, la palla, l’attesa.

I sette mocciosi si guardano l’un l’altro. Non se lo aspettavano di certo.

Le tre oche, preoccupate di sentire uscire altro da quella bocca acida stanno in attesa, felici di essere accomunate dalla medesima sorte. Il sentirsi parificate allo stesso destino e vedendolo già chiaro in Isotta, nella macchina distrutta e nella fidanzata rubata, aiuta a destarsi.

Ognuna con il lampo del risveglio personale, prende di punta la situazione e decide come dovranno andare le cose da oggi in avanti.

Isotta è l’unica che anche sentendosi punta sul vivo, sa di non avere i figli implicati nel danno. Erminia e Gina si fanno avanti come spinte da un impeto inarrestabile.

« Ci spiace. Davvero moltissimo. Le ripareremo il vetro. Non succederà mai più. Ha ragione, i nostri figli sono ingestibili e disastrosi e noi siamo incapaci di tenerli a freno. Troppo stanche, troppo deboli. Staranno in castigo per l’intera settimana, li terremo in casa senza più infastidirla.» l’intenzione era buona e decisamente da complimenti non fosse per il piccolo, invisibile particolare che i quattro monelli li avrebbe avuti sempre sulla testa a pestare e piangere, non in ferie in località lontane anni luce.

« Delle vostre scuse, non so che farmene, dovreste cercarvi un altra casa lontana in un posto dove vivere da soli o forse tutti insieme. Torneremmo ad avere appartamenti vivibili, aiuole rigogliose e non sarei più obbligato a tenere queste stupide cuffie tutto il giorno nelle orecchie. » Pino urlava con quanto fiato aveva in corpo, colpa anche le cuffie che non gli facevano sentire chiaramente l’eco. Talmente tanto da aver incuriosito tutto il primo piano. Sia la Candida che Miranda e Arnaldo erano usciti incuriositi dal fatto del giorno.

Forse poteva cambiare qualche cosa. Forse si poteva cogliere al volo l’occasione e tornare ad essere normali. Quantomeno a dirsi in faccia ciò che non andava. E fare il possibile per cambiarlo.

« Sono del tutto in accordo con il gentile signor Bianchimani, non è più possibile sopportare i vostri dispetti, il vostro non saper stare al mondo. Ci siamo dovuti piegare ad esigenze che hanno portato solo all’abbrutimento. A venirvi incontro ci abbiamo perso e mai guadagnato. Nemmeno voi siete soddisfatte di tanta disorganizzazione. Piantatela di nascondervi dietro a scuse, prendete in mano la situazione e rendetevi conto che non se ne può più.» Miranda era bellicosa, con le mani sporche di vernice rossa e con i capelli scompigliati. Scommetto stava impiastricciando.

« Io non ne posso più di avere il terrazzo pieno dei vostri lanci di oggetti, di dover uscire di casa per non sentirvi piangere e fare i matti. Pretendo educazione e soprattutto civile convivenza.» Antonietta aveva esagerato. Così tanta veemenza non le era mai uscita.

Prostrate dalle lamentele di tutto il primo piano, come uniche colpevoli si scambiavano il ruolo l’una con l’altra per tornare a prendersi ognuna il proprio. Questa volta in causa c’era anche l’Aceto ben sapendo che le liti casalinghe con i figli erano di dominio pubblico.

Tre teste chine a prendersi le scariche. Senza difese né difensori.

Ora come ora, raccontandotela, mi fanno anche un po’ tenerezza, soprattutto se penso quanto ci sia il mio zampino a far andare tutto a rotoli.

Ammetto le mie colpe, le intenzioni e la noia che altrimenti mi avrebbe colto, ammetto tutto.

Ora che sai e ti chiedi il perché ti abbia scelto per informarti dei fatti miei, ti domando se sei pronto a prendere il mio posto.

Nei vari giri in cui ho scoperto di non essere l’unico fantasma e notato altre sorti come la mia, ho deciso che avrei cercato il sostituto per varcare la soglia e finalmente riposare.

Prima di me, un altro mi ha condannato alla sua sorte. Quel giorno sul tetto, mentre cadevo, un’ombra rapida come il vento mi ha salutato passando accanto, l’ho vista dileguarsi nel tempo in cui prendevo il suo posto.

Ho scoperto come mi avesse trasmetto lo stesso destino ed io per liberarmi dovrei fare uguale. Non ho mai avuto il coraggio di scegliere nessuno, ma ora con te mi sento di poter tentare.

I tuoi vestiti fatti di stracci, mi raccontano la triste vita che conduci. Sento la tua fame insaziabile che ti corrode, la stanchezza che trascini ad ogni passo e la vista spenta che offusca le giornate su questa panchina.

Non giudico ciò che sei per scelta o caso, non esprimo il mio giudizio fatto di borghesi moralismi. Ti offro il mio posto. Non soffrirai più la fame, la sete, il freddo o il caldo. Ovunque avrai casa. Canterai a squarciagola senza infastidire nessuno, non dovrai chiedere nulla perché di nulla avrai bisogno. Fino a che avrai piacere a restare, fino a che non vorrai cedere il ruolo a chi ritieni ne abbia più bisogno di te.

È la prima volta che parlo con un essere vivo e cosciente, che mi vede ed ascolta come se ancora fossi un pari. Ti propongo di non aver più bisogni, esigenze e desideri, di poterti riposare e sentire leggero quanto una nuvola.

« Mi hanno chiamato in mille modi, vagabondo, mendicante, accattone, miserabile, senzatetto. In ogni lingua, con ogni inflessione di voce. Non sempre cattiva, ma la pena fa male alla stessa maniera. Le mie mani sono nere, di uno sporco che non verrà più via, come i vestiti che un giorno ho messo e mai tolto per non soffrire il freddo che mi stritola le ossa. Mi sono emarginato dalla società a cui non corrispondo più per ideali e desideri, mi sono impoverito di quelle qualità che tanto piacciono da mostrare in giro, riempirsi la bocca e spalmare i documenti. Mi sono arreso, seduto e fermato. Mi vedono come un pezzente anche i bambini che hanno paura del mio aspetto, dei modi e degli odori. Mi sentono pericoloso, ma giuro non lo sono. Forse pericoloso per me stesso. Le tue parole sono le prime che ascolto da molto tempo, sono un miele nelle orecchie. La proposta che mi fai scuote l’interesse, solletica la voglia che ho di non appartenere più a questo mondo fatto di nulla e pieno di quello. La panchina è diventata il mio universo, con il sedere e la schiena a righe come le file di cui è formata. Non c’è giorno in cui non desideri tornare alla vita, sentirmi pulito, leggero e felice. Non so da quando ne ho perso il ricordo. Se tu hai 113 anni, io non so quante lune e soli abbiano solcato sonni e veglie, forse meno, ma di certo pesano di più. Sì lo accolgo il tuo invito. Cambiare i miei vestiti, farli diventare lievi e delicati, trasparenti e profumati per andare ovunque senza essere più additato. Faccio volentieri un favore a chi mi ha trattato da essere umano e non ha avuto paura che i miei stracci nascondessero solo pulci. Prendo il tuo posto e ti lascio andare incontro al destino che immagini migliore. Qua la mano amico di un giorno di sole, che finalmente illumina la vita che credevo finita. »

Banaudi Nadia

il condominio mirabella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...