Fuori piove

E’ il tormento di questi tempi. Il male oscuro che colpisce invisibile uomini e donne, dalle professioni più disparate, dalle estrazioni sociali più diverse, senza fare sconti a nessuno. E’ come un tarlo che lavora dentro, mescolando pensieri, realtà, immaginazione e sospetti, in una mescola che corrode, logora e disintegra anima, mente e corpo. Chi ne è colpito non avverte il senso della realtà, né il valore degli aiuti esterni, diventando incapace di farsi realmente aiutare, consapevole a tratti di avere dentro la forza necessaria per reagire. In questo racconto, triste quel tanto che basta per rendere l’idea, la protagonista veste i panni di chiunque si senta sull’orlo del baratro, pronto a fare fagotto della propria esistenza. Non conosco medicine che sappiano fare miracoli, né consigli che vadano bene per tutti, non esistono filtri magici dai poteri incontrastati. Solo una cosa so. Siamo creature perfette, provviste di infinite potenzialità: immergerci nella vita è l’unica salvezza che c’è.

Fuori piove

La testa è lontana mille miglia, aggrappata all’idea che tutto sia meglio che stare qui.

In genere se piove mi rattristo, diventando come quelle lacrime che scivolano sul vetro, perdo corpo e mi dissolvo. Guardo per istanti infiniti fuori dal vetro, fingendo di essere forte ed avere imparato la lezione per non lasciarmi trascinare dal girotondo che vento ed acqua suonano.

Fingo perché in realtà, ogni volta ci ricasco. E’ magnetico il richiamo del cielo grigio che piange, ci vedo riflessa la mia anima tormentata, il mio amore perduto, la mia stima dimenticata. Chissà se ogni cuore che soffre trova uno specchio capace di mostrare le sue cicatrici, come la pioggia fa di solito con me.

Però oggi non è così. Oggi piove e non sono triste.

Perché non si può essere tristi tutto l’inverno, mi sono detta, non possono essere tristi a vita coloro che vivono dove piove sempre.

Allora, riconoscendo la scusa, ho abolito il paragone. E se piove lascio che sia.

Però è dura trovare l’arcobaleno dentro, con sole o tempesta fuori. Eppure mi pare di vedere un sorriso rispecchiato sul vetro.

Gli alberi si muovono, girano i rami, sembra che bevano e siano assetati. Sono leggiadre ballerine che si piegano al volere superiore, danzando per ore, fino allo stremo delle forze, quando il cielo lo sa e smette di colpirle.

Si comporta come la vita.

Forse ha smesso di colpirmi, ha capito che sono arrivata allo sfiancamento e non oppongo più resistenza. Come un pugile quando capisce di non avere più un avversario e smette di sfogarsi. Così mi osserva, la vita, oltre il vetro, lancia giù le sue lacrime tentandomi nella trappola del vento, dove i pensieri si mischiano tra i suoi refoli con foglie e polvere.

E’ una sfida, la nostra, giorno dopo giorno, con ripartenze ed arresti. Una sfida a cui non voglio più concedere spazio.

Anche se fuori piove, anche se dentro piove. Prendo l’ombrello ed esco.

Ha perso il colore originale ogni cosa bagnata e neppure l’odore è più quello di prima, come se le lacrime avessero pulito il cuore di tutto. Ci sono alberi, foglie, panchine, tombini, strade, ringhiere, tutto lucido e brillante, poi ci sono io, quel foglio di carta nel fango che si nota spento nel luccichio intorno.

Il mondo è diviso in chi la pioggia ha reso brillante e chi invece l’ha spento. Poi c’è anche quello che è rimasto all’asciutto e sta a guardare. Credo di far parte di chi è spento.

Si mescolano le emozioni con i pensieri, mentre coraggiosi i passi mi portano più avanti, dove un tempo ho imparato a stare in equilibrio sulle ruote, le rotelle hanno lasciato spazio al coraggio e dove le foglie le ho viste per la prima volta cambiare colore. Lo credevo immenso, un bosco all’interno della città, in cui scomparivano le auto, dormivano i motori ed al loro posto cantavano gli uccellini: era il mio giardino incantato. Su ogni panchina le nonne chiacchieravano tranquille ed accanto, noi bambini, dimenticavamo la regola del non urlare, non pestare e non correre.

Oggi a fatica riconosco le stesse bellezze, tra quelle siepi ed i giochi immobili, il ciottolato sempre allo stesso posto, le panchine vuote, leggermente stinte. E’ una miniatura di bosco, con le foglie ispessite dal grigio della città, sommersa dai rifiuti abbandonati ovunque. Forse erano i miei occhi di bimba a regalare spazi inesistenti, ingigantendoli, o questa pioggia a rivelare i segreti e palesare i difetti. Forse la pioggia nella sua triste e costante frequenza ha compiuto il suo dovere. Per questo mi stimola la tristezza.

Sarei tentata di compiere un’azione di quelle inattese, come schizzare dentro ad una pozza, bagnandomi interamente e lasciarmi andare ad una gioia sfrenata, o chiudere l’ombrello, sentire la gelida carezza della pioggia scivolarmi lungo gli abiti per inventare nuovi ricordi di questo giardino, nuovi pensieri legati alla pioggia, questa volta felici.

Forse domani, forse … appena sarò pronta.

Ritorna fedele il velo che indosso, invisibile a chi mi guarda, senza spessore, solo io che lo vesto ne sento l’odore. E’ un fumo che porto a spasso nei vestiti, compagno molesto, senza avergli chiesto di scortarmi. Le sue radici mi hanno trovato nella scia delle lacrime, lasciate cadere lungo il vetro della mia vita, mi hanno avvolto e coperto ingannandomi. Troppo a lungo ho pianto, troppo a lungo ho aspettato.

E’ la patina della tristezza quella che ha cambiato i connotati del cuore, credendo fosse una colpa da espiare. Ma se è vero che la realtà è la somma dei mille pensieri, ed il tempo esaudisce le richieste dei più, ammetto di aver gettato la spugna nella partita importante della mia vita. Ammetto di aver trascurato me stessa.

La riscossa è nell’aria, nel pulviscolo che mi scuote il naso, nella consapevolezza di avere altro da offrire, altro da scoprire.

Sarà il bagliore della luce, soffocato dall’acqua, che si solleva appena, creando l’atmosfera delicata degli innamorati. Sarà la quiete riservata agli spiriti concentrati, che ammutolisce ogni rumore. Sarà la pioggia che elimina le molestie, le angosce, i soprusi, le invidie, lava le cicatrici, pulisce i tagli, lenisce le sofferenze, restituisce ossigeno e ad ogni cosa la propria natura.

Sarà che di soffrire non si ha energia a sufficienza, si stanca il cuore, la mente ed il corpo.

Così, per sbaglio, in aiuto arriva il vento. Con il suo braccio snodato per darmi un buffetto, ascolta i miei folli pensieri bagnati, sorride, lo sento bisbigliando nell’orecchio. Sono sibili leggeri. Leggeri e veloci. Giusto il tempo di dar loro attenzione. Poi, come un bimbo che medita a lungo la sua marachella, soffia da sotto e mi spinge al barcollo. La vita è così, se si rompe l’ombrello, quello da cui volevi proteggerti magari è ancora più bello.

Mi mancava il coraggio. Tra vento e pioggia ho scoperto colori, emozioni e pensieri che credevo svaniti, ed invece aspettavano solo arrivasse il momento per tornare a giocare.

Nella strada del ritorno non mi affretto, sarà la prima volta che torno così, fradicia, schiacciando acqua nelle scarpe, dissolvendo in lei ogni tristezza, per sentire concrete le fragilità delle mie paure. Sarà la nuova me che toccherà la porta, si spoglierà leggera sorridendo nello specchio a quell’immagine diversa, imperfetta e bastonata che nasconde una gemma di raro valore, da ripulire e lasciar risplendere. Il coraggio di vivere.

Banaudi Nadia

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