A caso

Questo breve racconto risale a ormai tanto tempo fa, più o meno un anno. Tanto, vista la mole di carta prodotta da allora, e rileggerlo mi fa uno strano effetto, visto che a modo suo cerca di dare un po’ di pace a chi a volte una spiegazione non se la sa dare di come gli eventi prendano una piega tutta loro. Chissà magari mi ci sono avvicinata, oppure il filtro che porto negli occhiali mi ha ingannata, chissà …

Oggi è uno di quei giorni in cui tutto va storto. Ad iniziare da subito quando ho infilato i calzini e li ho trovati già bucati.

Il mistero è capire se li ho messi via così o un bruco invisibile vive nel cassetto e se ne fa ingordigia.

La caffettiera ha sputato tutto il liquido sul gas pulito, rovesciando metà del contenuto e lasciandomi a bocca asciutta con la mezza tazzina rimasta.

Eppure stamattina ho fretta. E quando niente deve andare storto, tutto sta andando storto.

Ho il colloquio di lavoro. Sono tesa, mi manca il respiro.

Corro di continuo al bagno come fossi incontinente.

Ho la testa talmente confusa.

Faccio fatica a capire gli eventi come si svolgono.

Volevo essere perfetta.

Pare un campo ad ostacoli gli impedimenti che trovo davanti.

Il rossetto sbavato, le occhiaie in evidenza.

Possibile che oggi non ne vada una bene.

Manca l’incidente per strada… zitta non lo chiamare.

Arrivo in ritardo nonostante il forte anticipo, ma siccome la macchina in tasca non ci vuole proprio stare, a cercar parcheggio perdo una delle sette vite al posto del gatto.

Trafelata arrivo al piano dove si svolge il colloquio.

Altre facce sono nella sala d’attesa ad aspettare. Tutte perfette e dall’aria pimpante. Mi sento inadeguata. Nonostante la preparazione le mie ascelle colano e imbevono la camicia di macchie antiestetiche. Anche se ho caldo sono obbligata a tenere la giacca. Farei una pessima figura.

Mi siedo accanto alla ragazza con lo sguardo basso. Pare timida. Provo a fare due parole visto che fatico ad aspettare. Le tiro fuori un cestino di belle maniere con parole piene di fronzoli. E’ una ragazza madre appena uscita dal liceo. Senza possibilità di giocare a fare più la bambina. Con la necessità impellente di avere quel posto.

Già ma quel posto lo vogliamo tutte.

Anche io che non ho figli a carico.

Che non ho il mutuo da pagare. Ma voglio lavorare.

Mi racconta che da stamattina le fila tutto liscio come l’olio.

La bimba non fa storie, sta con la nonna. Si prepara per tempo. Trova il passaggio della vicina di casa per arrivare puntuale. Pare aiutata dal destino a farcela.

Al contrario mio. Ma non avevo letto i segnali.

Chiamano una dopo l’altra tutte le ragazze sedute nella saletta. Restiamo le ultime. Chiacchieriamo ancora. E’ proprio simpatica.

Mi spiacerebbe soffiarle il posto. A lei di certo serve di più.

Lo sapevo io che mi facevo intenerire.

Chiamano il suo nome ed entra piena di sicurezza. Si vede che lo fa convinta. Trasuda fiducia.

Tocca a me.

Dura un attimo, le altre mi pare ci siano state di più.

Mi fanno fingere di telefonare, mandare un fax e compilare una raccomandata. Se mi chiedevano tre giri su me stessa era più difficile. Ora viene il bello. Mi diranno le facciamo sapere e starò in ballo per giorni.

Mi fanno aspettare fuori dove ritrovo lei seduta al suo posto.

Carina, penso, mi ha aspettato. Vorrà chiedermi il passaggio del ritorno. No in realtà siamo rimaste in due in lista per il posto.

Lei ed io.

Accidenti.

Ci guardiamo negli occhi. Penso che ne abbia più bisogno di me.

Mi ha raccontato la sua storia, fatto vedere le foto della bimba. Ha bisogno di un riscatto. Io no. Posso continuare a cercare. Lo troverò il coraggio?

Ci fanno rientrare. Lei ed io sedute vicine davanti alle cravatte blu. Ci interrogano di nuovo.

< Perché dovremmo scegliere una di voi?>

Io tentenno, anzi taccio.

Lei si fa avanti.

< Ne ho bisogno. Devo dimostrare a tutti di valere. Devo rendere mia figlia orgogliosa. Sono rimasta incinta e il mio ragazzo mi ha abbandonato. Per avere la bambina ho lottato contro tutti restando sola. Voglio un riscatto. Raccontare la favola della mamma che ce l’ha fatta. Portarla a dormire con la certezza che domani mangerà di nuovo.>

Io resto zitta e la guardo. Non escono parole dalla mia bocca.

Mi domandano muti perché non parlo. E’ il mio turno.

< Io le cedo il posto. Per me è solo un lavoro. Per lei è molto di più.> mi trovo a dire costernata di aver mollato la presa senza lottare. E se fosse tutta una strategia? In questo mondo di opportunisti non sarebbe da stupirsi. Ormai l’ho detto. Mi guardano.

< Il posto è suo > le danno la mano e le chiedono di firmare il contratto non appena pronto.

Prima mi abbraccia piangendo. < Grazie ! >

Sto per andarmene, con l’umore sotto i piedi e un pò alle stelle, stretta nel dubbio di essere una stupida romantica che si prodiga per gli altri. Non mi accorgo che nell’aria cambia qualche cosa. La cravatta blu rimasta mi blocca il passo alla porta. Lo guardo in viso e mi accorgo che è giovane. Si presenta, è il figlio del geometra. E’ rimasto stupito dal mio altruismo.

Raro. Bello. Ammirevole.

Troppi complimenti per me.

Inizio a realizzare di essermi data la zappa sui piedi.

< Vorrei invitarti a bere un aperitivo al bar qua sotto. Mi farebbe piacere conoscerti meglio>. Mi coglie impreparata. Sono venuta qui per un colloquio di lavoro. Faccio la buona samaritana e lo cedo. Raccolgo un invito. Che mi sia sfuggito qualche cosa?

Inutile starci a pensare.

Nel caso non l’avessi capito…sono solo una barchetta di carta alla mercé del mare. Se dal mattino le calze ce l’avevano con me era segno che niente andasse come immaginavo.

Però Gianni è proprio carino. Visto che conosce la bontà del mio cuore, quasi quasi accetto e lo sposo.

Banaudi Nadia.

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